Lettera da Roma: La libertà economica e il bene comune

Kishore Jayabalan

Cari amici dell’Istituto Acton,
la lettera di questo mese viene pubblicata in ritardo poiché il 4 dicembre si è svolta la nostra conferenza all’Angelicum a Roma. È stato un evento di grande successo e il ritardo è provvidenziale perché mi ha permesso di avere tempo per riflettere sulle nostre mutevoli riguardo l’influenza che ha la libertà economica sul bene comune.

La scomparsa dell’ex Presidente George H.W. Bush ci riporta alla mente il ricordo di quello che è stato. L’ultimo presidente in carica durante la Seconda Guerra Mondiale e anche l’ultimo presidente della Guerra Fredda ha assistito alla vittoria del capitalismo democratico liberale occidentale sui suoi rivali totalitari. La generazione di leader al potere al tempo di Bush ha anche contribuito a forgiare l’ordine post-Guerra Fredda che, fino a poco tempo fa, era sostenuto dai popoli liberi in tutto il mondo.

Bush perse la sua campagna per la rielezione del 1992 contro Bill Clinton, che era un “nuovo democratico”, favorevole al libero scambio e alla riforma del welfare. Il figlio di Bush ha seguito Clinton in quanto “conservatore compassionevole” e tentò di portare la democrazia in Iraq e riformare la previdenza sociale. Entrambi i presidenti Bush volevano unificare le fazioni politiche, ma conquistarono solo pochi consensi a destra e nessuno a sinistra. Bushismo e Clintonismo sono esattamente ciò che gli elettori americani hanno rifiutato, eleggendo Donald Trump nel 2016.

La crescita della polarizzazione significa che il centro sta perdendo terreno a sinistra e a destra. Tale realtà politica sta contagiando, in questi giorni, altri settori della società, compresa la religione e particolarmente la Chiesa cattolica. Ci sono cattolici per la giustizia sociale e cattolici pro-vita, quelli tradizionalisti e quelli che sostengono il Concilio Vaticano II, i fautori della solidarietà e quelli della sussidiarietà sono campi distinti dell’insegnamento sociale cattolico. Ci sono anche cattolici pro e anti-papa Francesco.

A primo acchito, posiamo dire che non è una novità: ci sono sempre state divisioni nella Chiesa (“Io sono di Paolo, io sono di Apollo”). Le nostre fratture contemporanee, tuttavia, riflettono quelle politiche che traggono le loro origini nella Rivoluzione francese, questo vanifica ogni speranza di ottenere una soluzione rapida e facile. Sia i laicisti che i fedeli hanno cercato di separare la politica dalla religione, ma è molto più facile a dirsi che a farsi. Non importa quanto cerchiamo di essere “apolitici”, la questione di chi dovrebbe governare e in che maniera rimane fondamentale.

La premessa basilare della libertà economica è che la gente comune preferirebbe occuparsi della produzione e del consumo di beni e servizi. Si ritiene che le persone siano i migliori giudici dei propri interessi e preferenze. Le attività di volontariato del settore privato sono destinate ad assorbire più tempo ed energia della politica e portano a un bene comune.

Tuttavia, la politica e la cultura danno forma a ciò che accade nel mercato, e alla fine sorgono preoccupazioni per lo stato generale della società. Iniziamo a definire i nostri interessi in modo più ampio. Sondaggi d’opinione del tipo “buona/cattiva strada” sono un altro modo per chiedere un bene comune più grande della crescita economica.

I nostri problemi sono sia teorici che pratici. In che modo una società dedita alla libertà e all’interesse personale promuove il bene comune? L’educazione civica e le associazioni di volontariato, che esprimevano solitamente lo spirito civico, sono diventati inefficaci a causa del crollo della fiducia nelle istituzioni. Il risultato è una politica dell’identità basata sulla razza o la classe.

Le motivazioni religiose, pur correndo il rischio di dividere ulteriormente le società, potrebbero essere la nostra unica speranza. Nella migliore delle ipotesi, la Dottrina Sociale della Chiesa prende sul serio particolari identità, ma le indirizza anche verso il bene di tutti. Essa presume che un tale bene esista perché crediamo in un Dio provvidenziale che ci ha creati e si prende cura di noi. Nella visione cattolica della società, la libertà economica è un punto di partenza piuttosto che uno di arrivo. Anche se esiste un bene comune politico, l’obiettivo della vita eterna è soprannaturale e non pienamente realizzabile durante il nostro tempo sulla terra.

Purtroppo, con le rivelazioni sugli abusi sessuali del clero e la relativa omertà episcopale, la gerarchia della Chiesa ha perso la necessità morale di proclamare un tale messaggio, così spetterà ai laici sviluppare e attuare l’insegnamento sociale della Chiesa. Una conclusione piuttosto sorprendente per una conferenza sul contributo domenicano alla società libera e virtuosa!

Kishore Jayabalan
Direttore