Accuse, colpe e lezioni imparate dalle elezioni del 2016

Jordan Ballor

Tante delle reazioni seguite subito dopo le elezioni dell’8 novembre hanno significato solo semplificazione e demonizzazione. Porteranno solo ad oscurare la realtà e a radicare i pregiudizi. Com’era prevedibile, ma bisogna anche dire, purtroppo, molte reazioni alla vittoria del presidente eletto Donald Trump si sono concentrate sul presunto razzismo, sul sessismo e sul bigottismo dei suoi sostenitori. Alcuni lamentano l’improbabilità che una donna possa mai vincere la presidenza americana; altri descrivono Trump come un nazionalista bianco il cui ingresso allo Studio Ovale è stato facilitato da razzisti e dai nativisti degli Stati Uniti.

 L’autrice e scrittrice Attica Locke usa una modalità “additare e accusare”. Facendo riferimento ai due mandati del presidente Barack Obama, Locke ha detto “penso che ci sia una gran parte di popolazione di bianchi che non ha potuto accettare la situazione, l’idea che questa persona fosse superiore a loro in qualche modo. Penso che non s’identificassero con lui”. Quando le dicono che dovrebbe soprattutto interessarsi a capire se gli elettori di Trump sono razzisti o meno, lei risponde, “non m’interessa. C’è una parte di me che onestamente sente che utilizziamo un livello tale di correttezza, che non ci permette di chiamare le cose con il loro vero nome, questo non ci permetterà mai di progredire. Il problema è che, nella migliore delle ipotesi, dovete essere in grado di tollerare il razzismo del vostro presidente”.

Un’altra immagine che sta circolando sui social media, di solito accompagnata da qualche versione di #neverforget, si concentra sulla differenza di affluenza al voto tra le varie fasce demografiche per Hillary Clinton e Trump, facendo una suddivisione per razza e sesso. I capri espiatori sono, come spesso accade, una combinazione di bianchi ed evangelici.

Questo puntare il dito e accusare può essere d’aiuto, ma non è affatto costruttivo. Serve solo a rafforzare le stesse situazioni che hanno sostenuto senza successo la candidatura della Clinton. La realtà è che molte persone hanno votato per Trump e Clinton per tanti motivi differenti. Può essere vero che parecchi fossero disposti a “tollerare il razzismo” o un certo grado di misoginia. Ma è anche vero che molti evangelici “#NeverTrump” hanno votato per Clinton, nonostante, ad esempio, il suo sostegno chiaramente dichiarato al Planned Parenthood. È inutile dipingere tutti gli elettori di Trump come nazionalisti bianchi ed è allo stesso modo inutile descrivere tutti gli elettori della Clinton come guerrafondai o infanticidi.

Ciò che traspare da tali discorsi è proprio l’incapacità di comprendere i punti di vista e le motivazioni degli altri caritatevolmente e con rispetto, anche quando ci si trova in forte e stridente disaccordo. Più di ogni altra cosa, forse, questa patologia ha contribuito ad un allontanamento sempre maggiore tra i due estremi dell’elettorato americano. Ed entrambe le parti, per andare avanti in modo positivo e costruttivo, hanno bisogno di incarnare un ethos del tutto diverso, un ethos che cerca di capire davvero cosa motiva e scoraggia gli altri, con tutta la carità e la chiarezza possibili. Il primo passo per i democratici in questo senso deve essere quello di prendere sul serio le difficoltà affrontate dalla classe operaia bianca.

La sinistra vecchia vs. la sinistra nuova
L’incapacità di comprendere pienamente le preoccupazioni che agitavano tutta una serie di cittadini scontenti e insoddisfatti è stato forse il più grande fattore che ha contribuito alla perdita del Partito Democratico in questa elezione. Quando la Clinton ha affrontato la campagna contro l’emergente Bernie Sanders, la sua nomina è stata protetta dalla concorrenza per vari motivi, tra cui il sistema “superdelegate” e le manovre del partito. Un sottofondo di stampo populista era evidente in tutta questa campagna. Sul fronte repubblicano, queste preoccupazioni, infine, sono focalizzate su Trump. Ma sul fronte democratico, queste preoccupazioni sono state accantonate e, infine, inglobate nella più ampia identità politica: “Io sono con lei”.

In questo modo potremmo vedere la sconfitta della Clinton come l’ultima ripetizione della trasformazione della politica progressista della sinistra nell’ultima metà del secolo. Come osserva il teologo Carl R. Trueman, forse il più grande cambiamento nel XX secolo è stato il passaggio dalla vecchia alla nuova sinistra, dalle preoccupazioni su povertà materiale, stenti e disuguaglianza, alle politiche con un’identità più psicologica e personale della rivoluzione sessuale. Così scrive Trueman, “Qui sta il nocciolo del problema della nuova sinistra: una volta che le preoccupazioni della sinistra si sono spostate da questioni materiali ed empiriche – fame, sete, nudità, povertà e malattia – all’ambito psicologico, è stata permessa a tutti la possibilità di diventare una vittima e a chiunque appartenga ad una lobby di rendere il loro problema quello più importante della generazione attuale”.

Quindi pensiamo in questo caso al movimento Black Lives Matter (manifestazioni contro la violenza della polizia contro gli afro-americani), o di uno qualsiasi dei vari colori dell’arcobaleno e alle loro proprie identità, e otterremo la sostanza dei programmi politici demografici contemporanei. La Clinton potrebbe aver fatto capire questo toppo tardi al suo partito, ma è diventata la rappresentante di coloro che hanno perso la propria identità nel complesso industriale. Il risultato: la nuova sinistra ha dimenticato la vecchia sinistra, ed è rimasta fuori da queste elezioni.

Trump ha promesso di affrontare alcune delle preoccupazioni temporali e materiali di alcune persone, anche se in maniere incerte e troppo ottimiste. Se  Trump o qualsiasi altro politico avesse promesso di consegnare, o avesse realmente consegnato una Rolls Royce e messo caviale su ogni tavola d’America, i problemi più profondi della società sarebbero rimasti irrisolti, e addirittura peggiorati in qualche maniera.

Entrambi i partiti e i loro sostenitori devono considerare queste elezioni come un’opportunità per raggiungere una conoscenza più profonda e avere una visione più completa della persona nella società, una che si preoccupa non solo di ciò che mangeremo, berremo, di quanto saremo sani o di come ci vestiremo. Un uomo saggio (e pure il Salvatore del mondo!) domandò, “La vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?”. Le preoccupazioni fondate della classe bianca operaia negli Stati Uniti devono essere prese sul serio, ma hanno anche bisogno di essere formulate all’interno di un messaggio più ampio su dove cercare senso e identità.

Parte di questo valore si trova in lavori utili e nel reddito guadagnato. Molto più si trova in rapporti fraterni e di amicizia e attraverso chiese e luoghi di culto. La vita è vissuta in una grande varietà di istituzioni e in una serie di relazioni sociali e legami che danno concretezza alle nostre vite e significato. Questa è una lezione che tutti abbiamo bisogno di imparare, ancora e ancora, e dovrebbe essere la lezione chiave delle elezioni del 2016.

NOTA: L’articolo originale, Naming, Blaming, and Lessons Learned from the 2016 Election è stato pubblicato sul nostro sito il 23 novembre 2016. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.

 

 

 

 

 

 

 

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