Un ‘Piano Marshall per l’Africa’ non aiuterà gli africani, solo il libero commercio lo può fare

Ángel Manuel García Carmona

Durante la sua visita ufficiale di due giorni in Tunisia alla fine di ottobre, il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani ha proposto l’istituzione di un “Piano Marshall” per l’Africa. Ricordando il piano di sussidi economici che gli Stati Uniti hanno attuato nell’Europa occidentale dopo la seconda guerra mondiale, Tajani ha stimato il costo di un piano per l’Africa a 40 miliardi di euro.
 
Lo scopo di questi investimenti è costruire nuove infrastrutture, il supporto economico per le piccole e medie imprese e promuovere l’imprenditoria e l’occupazione giovanile in Africa. Inoltre, Tajani ha sottolineato che, se non si affrontano questi problemi, “in futuro ci saranno migliaia e poi milioni di persone che potrebbero lasciare il loro Paese”.
 
Tuttavia, la fine del libero mercato non giustifica i mezzi di trasferimento di soldi dallo Stato. La mia Spagna natia, che ha il secondo più alto tasso di disoccupazione nell’UE, lo dimostra. Tra i 28 membri dell’UE con il più alto tasso di disoccupazione e il PIL più basso, c’è la Spagna e due delle sue regioni meridionali: l’Estremadura e l’Andalusia. Nonostante i sussidi statali nazionali e regionali per “promuovere la creazione di nuove imprese”, secondo il FMI la Spagna è il Paese che presenta i maggiori ostacoli alla crescita delle imprese e all’imprenditorialità rispetto a tutti gli altri Paesi dell’OCSE.
 
L’Africa rimane il continente più povero del mondo. Il suo PIL pro capite è quasi 8.500 dollari al di sotto della media mondiale. Ma ci sono segnali di speranza. Le carestie sono in gran parte scomparse fuori dalle zone di guerra. L’aspettativa di vita media è salita da 50,3 anni nel 2000 a 59,9 nel 2015. Tutti questi progressi hanno avuto luogo a causa delle riforme economiche del libero mercato.
 
Secondo la Heritage Foundation, il valore per l’Africa subsahariana riguardante la libertà economica è del 55%, quasi il 3% in più rispetto all’inizio del secolo. La libertà commerciale è aumentata di diciotto punti. La pressione fiscale sembra diminuire. Tuttavia, nessun Paese africano è tra le venti economie più libere del mondo. Lo stato di diritto vacilla e troppo spesso prevale la repressione.
 
Le riforme economiche laissez-faire più profonde sono l’unica strada verso la prosperità. Allo stesso tempo, bisogna combattere la corruzione in modo efficiente. Il Botswana è un modello; infatti è uno dei Paesi più ricchi in Africa, uno dei meno corrotti e una delle 34 economie più libere del mondo (la seconda più libera dell’Africa).
 
Non esiste un Paese in cui gli aiuti per lo sviluppo e gli organismi di cooperazione abbiano sollevato con successo una nazione dalla povertà. Questi fondi sono semplicemente trasferimenti da uno Stato all’altro. La Singapore postcoloniale, che era lontana dall’essere un Paese ricco qualche decennio fa, è un caso di studio per i sostenitori delle economie aperte. Le politiche orientate verso il libero mercato e che attirano gli investimenti stranieri aiutano a crescere e prosperare.
 
Il Parlamento europeo non ha nessuna competenza né responsabilità al di fuori della propria giurisdizione. Ciò non significa che non possa fare nulla per migliorare la condizione economica dell’Africa. Più esattamente, alcune politiche europee stanno ponendo ostacoli ai mercanti del Terzo mondo. La famigerata Politica Agricola Comune (PAC) rende più difficile alle nazioni in via di sviluppo esportare i loro prodotti nell’UE. La PAC esercita un pregiudizio economico particolarmente elevato nei confronti degli agricoltori non europei. Queste politiche protezionistiche non hanno portato l’agricoltura a diventare una potenza economica per l’UE. Nonostante il budget annuale di 59 miliardi di euro (che finanzia il sostegno al reddito per gli agricoltori e i programmi di sviluppo rurale, che i Paesi in via disviluppo non possono permettersi), l’agricoltura rappresenta meno del 2% del PIL dell’UE.
 
Esiste un modello per il tipo di transizione che l’UE dovrebbe implementare se l’Africa avesse un accesso più libero ai mercati europei. La Nuova Zelanda, il cui settore rurale era simile a quello europeo di tre decenni fa, ha subito un processo di liberalizzazione economica. Era diffusa la preoccupazione per il fallimento delle fattorie, ma alla fine, in realtà ne dovettero vendere in modo forzato solo 800 circa. Gli agricoltori che speravano di competere hanno iniziato a operare in modo più efficiente e innovativo in base alle condizioni del mercato. Oggi l’agricoltura costituisce ancora una percentuale di PIL della Nuova Zelanda che varia dal 7% al 10%.
Indubbiamente, una vera soppressione delle misure protezionistiche agrarie porterebbe a feroci proteste a Bruxelles e in altre capitali nazionali. Gli europei sono abituati all’interventismo. Anche gli euroscettici mostrerebbero la loro indignazione. Nonostante questo rischio, i politici dovrebbero cercare di spiegare i cambiamenti politici in un modo più popolare e in maniera più efficace e moralmente accattivante.
 
In un’ipotetica campagna per la liberalizzazione del mercato agrario, i politici e i sostenitori della libertà non devono concentrarsi solo sulle statistiche del PIL e su altri dati macroeconomici. Devono permettere agli europei di poter acquistare sempre di più prodotti meno costosi, poiché sono attualmente accusati di costose regolamentazioni e sussidi, e possono fare scambi con una più ampia varietà di Paesi non europei.
Soprattutto, dal punto di vista morale, come nella vita reale, è facile capire che il commercio è un modo per arrecare benefici a se stessi e al prossimo. I prezzi più bassi liberano più capitale per altre priorità familiari. Allo stesso tempo, gli africani possono iniziare ad espandere il loro mercato delle esportazioni e acquistare non solo beni di prima necessità. Tutti traggono benefici. Il commercio è un modo per dare vita alle persone. D’altra parte, i boicottaggi commerciali sono un modo per protestare contro le opinioni che desideriamo eliminare.
 
I miei colleghi europei devono arrivare a vedere la liberalizzazione del commercio come un modo per esprimere solidarietà agli agricoltori del Terzo mondo, per sollevare gli africani dalla povertà e per avvantaggiare le loro famiglie con prezzi più bassi. Devono capire che è una scelta buona e morale. Quando è coinvolta la morale ci sarà sicuramente la fioritura degli esseri umani.
 
Note: l’articolo originale, 'A Marshall Plan for Africa' won't help Africans; free trade will è stato pubblicato sul nostro sito il 20 novembre 2017. La traduzione Italiana è dell’Istituto Acton.