Il sostegno conservatore di Edmund Burke dei mercati liberi

Samuel Gregg, D. Phil.

Non è certo un segreto che, negli ultimi anni, ai mercati liberi non viene più data la giusta importanza tra i conservatori di tutto l’Occidente. Che si tratti della britannica Theresa May, della tedesca Angela Merkel o dell’australiano Malcolm Turnbull, molti politici di centro destra hanno tranquillamente riabbracciato alcune delle politiche economicamente interventiste che hanno prevalso tra gli anni ‘40 e ‘70. Allo stesso modo, importanti settori dell’opinione intellettuale conservatrice, come la rivista americana First Things, hanno sostanzialmente riconsiderato il forte sostegno che davano un tempo alle economie di mercato.

Ci sono molte ragioni per questo. Una è la crescente preoccupazione per alcuni degli apparenti effetti sociali e culturali dei mercati liberi. Un’altra è l’innegabile diffusione del nazionalismo economico, alimentato dalla sensazione che il libero scambio abbia minato il benessere di intere comunità. Nemmeno la crisi finanziaria del 2008 ha aiutato la causa dei mercati liberi in quanto la liberalizzazione economica è stata percepita come il principale colpevole.

Uso parole come “apparente”, “sensazione” e “percepita” perché, in molti di questi casi, ciò che conta è la percezione. La realtà è spesso diversa. Sfortunatamente tali realtà – come la misura in cui la recessione del 2008 è stata facilitata da fattori quali la politica monetaria imperfetta e gli sforzi dello Stato per ingegnerizzare socialmente il mercato immobiliare americano – non vengono minimamente considerate da alcuni dei conservatori scettici dei mercati.

Ma, suggerirei, che questo rivoltarsi contro i mercati da parte di alcuni conservatori, deriva principalmente dal desiderio per qualcosa che è cresciuto nella nostra era della globalizzazione economica. Parlo di un desiderio diffuso e perfettamente ragionevole di stabilità. L’immensa crescita economica e la riduzione della povertà generate dai mercati globali, richiedono l’accettazione dei radicali e costanti cambiamenti che sono parte integrante della libera concorrenza e della creatività economica. A lungo termine, la stragrande maggioranza diventa molto più ricca. Il rovescio della medaglia è una notevole instabilità, e tutti noi abbiamo bisogno e vogliamo un certo grado di certezza nella vita, anche nella sfera economica.

Quest’aspetto pone particolari dilemmi ai conservatori. Dopo tutto, il conservatorismo sottolinea i benefici della stabilità, dell’ordine, della tradizione e delle comunità forti e radicate. I conservatori che credono che i mercati liberi siano i migliori dei sistemi economici imperfetti, hanno quindi bisogno di ripensare a come integrare la loro argomentazione a favore dei mercati nel programma conservatore più ampio. E qui, direi c’è un uomo, il cui pensiero ha dato alla luce il moderno conservatorismo, che ha molto da insegnarci.

Vi presento Burke
Anche se Edmund Burke è considerato il progenitore intellettuale del conservatorismo moderno, le sue opinioni economiche ricevono generalmente una scarsa attenzione. Il conservatorismo di Burke è principalmente legato alla sua ortodossia religiosa, alla sua difesa di quelle che chiamava “libertà antiche” e alla sua implacabile critica alla Rivoluzione francese, colpevole di aver distrutto molte delle istituzioni che proteggevano la libertà e l’ordine sociale.

Poche persone sanno che Burke era un sostenitore del libero mercato, un forte difensore della proprietà privata e uno scettico sull’intervento dello Stato nel settore economico. Una volta disse che il libro di Adam Smith La ricchezza delle nazioni “tra le sue ultime opere era forse il libro più importante che fosse mai stato scritto”. Gli esecutori letterari di Burke, French Laurence e Walker King, affermarono addirittura che Burke “fu anche consultato, e Adam Smith ha attribuito il più grande rispetto alle sue opinioni, nella stesura del celebre lavoro La ricchezza delle nazioni”. Quando fu pubblicato il capolavoro di Smith nel 1776, Burke scrisse una recensione per l’Annual Registrar. Ha lodato il libro, in quanto con tale testo era stato raggiunto uno degli obiettivi più difficili: “insegnare cose che non sono affatto ovvie”.

Eppure, anche prima della pubblicazione di La ricchezza delle nazioni, Burke stava discutendo il caso di una maggiore libertà commerciale. Nei dibattiti parlamentari del 1772, ad esempio, ha insistito sul fatto che il modo migliore per gli strati più poveri della società di ricevere pane sufficiente era attraverso un mercato libero da interferenze legislative. Più di vent’anni dopo, nel mezzo dell’epica lotta britannica con la Francia rivoluzionaria, Burke scrisse un accurato memorandum, Thoughts and Details on Scarcity, al primo ministro William Pitt il Giovane nel 1795. Dove spiegò perché lo Stato non dovrebbe interferire con il prezzo di mercato dei beni, dei servizi e della manodopera.

Nessuno può mettere in dubbio il fatto che Burke fosse un convinto sostenitore della libertà economica, delle istituzioni e delle abitudini che la sostengono. La vera domanda è perché aveva queste opinioni. Il sostegno di Burke per la libertà commerciale non era principalmente basato su ciò che oggi chiameremmo premesse libertarie. Le sue principali ragioni per abbracciare il libero mercato erano quelle di un conservatore.

Concentrarsi sul breve termine è irresponsabile
Sotto molti aspetti, il conservatorismo è proprio a lungo termine. Il conservatore guarda alla storia per ricordare la saggezza del passato. I conservatori sono anche scettici nel rispondere alle preoccupazioni immediate, reali o no, agendo in barba a verità conoscibili dalla ragione e/o dall’esperienza storica. Per il conservatore, questa prospettiva è una questione di prudenza, di prospettiva e di buon governo.

Tali preoccupazioni si trovano tutte nelle riflessioni più esaustive di Burke sull’importanza della libertà economica, del libero scambio e dei prezzi liberi. Il motivo che lo indusse a scrivere il suo memorandum del 1795 era che il governo di William Pitt si trovava a dover affrontare una situazione di carenza di cibo in tutta la Gran Bretagna dopo un raccolto scarso. Come tutti i governi in tempo di crisi, l’amministrazione di Pitt era sottoposta all’enorme pressione di “fare qualcosa”.

Alcuni proposero che il governo affrontasse il problema concedendo sussidi per sostenere i salari dei lavoratori. Altri volevano che Pitt stabilisse un effettivo monopolio statale del mercato dei cereali per fissare prezzi fissi per questa merce. Questi schemi erano accompagnati da una retorica che decifrava i differenziali di ricchezza e poneva l’accento sul crescente antagonismo tra poveri e ricchi. L’implicazione era che se Pitt non avesse agito, la Gran Bretagna avrebbe potuto assistere al tipo di disordine sociale estremo che si era manifestato in Francia.

Parte dei consigli di Burke a Pitt consistevano nello spiegare le difficoltà economiche derivanti dalle proposte prese in esame. Burke ha ripetuto, per esempio, la sua tesi del 1772 secondo cui un mercato libero del grano avrebbe più probabilità di soddisfare i bisogni dei poveri rispetto ad altri accordi economici. Gli sforzi dello Stato per manipolare il prezzo di mercato delle merci, ha osservato, erano destinati a rendere sempre più difficile per consumatori e produttori “scoprire i reciproci desideri”. Tentativi di fissare gli effetti di distorsione di tali interventi sul meccanismo dei prezzi attraverso un maggiore coinvolgimento da parte dello Stato, secondo Burke, avrebbero reso ancora più difficile conoscere il reale prezzo di mercato di una determinata merce. Il risultato sarebbe stato: risorse stanziate in maniera sbagliata e maggiore scarsità.

Nel memorandum Burke argomentò anche contro la demonizzazione delle grandi disparità di ricchezza associate all’accumulo di capitale. Tale accumulo era, come lui sosteneva, essenziale per il tipo d’investimento che facilita la crescita e aiuta coloro che Burke chiamava “la gente che lavora” a trovare lavoro e sfuggire alla povertà. Durante la sua vita Burke aveva notato come la diffusione della libertà commerciale e la crescita del capitale accumulato avessero aiutato a far crescere un numero sempre maggiore di persone povere facendole diventare più ricche, tanto che stavano accumulando le proprie riserve di capitale.

Queste osservazioni non erano quelle di qualcuno che ha colto le intuizioni spesso contro intuitive dell’economia moderna cosi come le aveva esposte Smith. Si tratta anche di conservatori in quanto avevano avvertito i governi dall’agire in modo avventato per placare coloro che non sapevano – o che non si preoccupavano – dei probabili impatti negativi che particolari scelte politiche avrebbero avuto sul benessere della nazione.

Non era una questione di essere elitari. Per Burke si trattava di aiutare i politici e gli elettori a capire che certe verità economiche (quelle che Burke chiamava “leggi del commercio”) non cambiano di fronte a quelle che chiamava “storie inutili”, “sciocche buone intenzioni” e “cattiva credulità dell’umanità”. In tali condizioni, la prima responsabilità dello Stato nei confronti del popolo è “l’informazione”, cioè la verità, “per guidare il nostro giudizio”.

Uno Stato concentrato ma limitato
Esiste, tuttavia, un altro aspetto delle convinzioni del libero mercato di Burke, che sono saldamente radicate nel suo conservatorismo: la sua visione del ruolo dello Stato nell’economia.

Nel suo libro Pensieri sulla scarsità, Burke articolò il principio che aveva sviluppato per determinare quali particolari funzioni erano legittimamente esercitate dagli Stati.

Scrisse: “Lo Stato dovrebbe limitarsi allo Stato, o alle creature dello Stato, vale a dire, l’istituzione esteriore della sua religione; la sua magistratura; le sue entrate; la sua forza militare per mare e terra; le corporazioni che devono la loro esistenza al suo fiat; in una parola, a tutto ciò che è veramente e propriamente pubblico, alla pace pubblica, alla sicurezza pubblica, all’ordine pubblico, alla prosperità pubblica”.

Questo non era un atteggiamento di ostilità a priori nei confronti dello Stato. Per Burke, ciò che importava era che le funzioni svolte dallo Stato fossero in realtà compiti che solo gli Stati potessero realizzare: la difesa nazionale, l’amministrazione della giustizia, l’ordine pubblico, ecc. Mentre Burke era pronto ad “ammettere eccezioni” a questa regola, si tratta solo di eccezioni.

Il riferimento di Burke alla “prosperità pubblica” potrebbe sembrare che voglia aprire la porta a una vasta interferenza dello Stato nella vita economica. Burke, tuttavia, ha chiarito che il ruolo economico dello Stato era limitato da tre considerazioni.

La prima è che gli Stati dovrebbero esitare prima di emanare leggi che cercano di influenzare direttamente l’esercizio dei legittimi diritti di proprietà e il lavoro del contratto privato. L’eccessiva partecipazione dello Stato in questi settori, ha affermato, potrebbe sostanzialmente minare (1) la sicurezza fornita dalla proprietà e (2) la libertà delle persone di negoziare accordi in modi che reciprocamente vanno a beneficio di tutte le parti di un determinato contratto. Risolvere eventuali disaccordi successivi tra le parti interessate, ha commentato Burke, è responsabilità della magistratura, non dei ministri dello Stato.

In secondo luogo, Burke pensava che più gli Stati nazionali fossero coinvolti negli affari locali e provinciali, più sarebbero stati distratti dal portare avanti le loro responsabilità primarie. Questa convinzione fu rafforzata dalla terza e correlata considerazione di Burke: che certe funzioni assistenziali fossero amministrate meglio da entità non statali.

 “Senza alcun dubbio”, Burke considerava l’assistenza ai bisognosi come “un dovere diretto e obbligatorio dei cristiani”. All’epoca, tale designazione includeva quasi tutti in Gran Bretagna. Tuttavia, ha aggiunto, “il modo, la modalità, il tempo, la scelta dei destinatari e la quantità sono lasciati alla discrezione privata”.

Il punto di Burke era che i funzionari di Londra semplicemente ignoravano la natura della povertà a Inverness o Galway per poter agire in modo efficace. Al contrario invece, individui e gruppi privati ​​vicini a un dato problema probabilmente avrebbero avuto conoscenze più approfondite sulla natura della difficoltà rispetto allo Stato. Quest’ultimo, sottintende Burke, dovrebbe essere molto più umile, riconoscendo la loro capacità di aiutare chi è nel bisogno.

Tutte queste riflessioni di Burke si uniscono ad un classico sostegno conservatore del libero mercato. Lungi dall’essere dottrinaria, la posizione di Burke ha sottolineato l’importanza della prudenza, ha prestato attenzione alle intuizioni fondamentali delineate in La ricchezza delle nazioni di Smith, ha insistito che le comunità locali e le istituzioni non statali rimanessero libere di affrontare i problemi locali e ha sottolineato che gli Stati dovrebbero concentrarsi sulle loro primarie funzioni, avendo l’umiltà di conoscere i propri limiti. Soprattutto, Burke riteneva che le economie dovessero essere radicate in certe verità sulla condizione umana che utopisti e romantici di ogni colore sono inclini a ignorare.

Se questo non equivale a un argomento chiaramente conservatore per i mercati liberi, a sostegno del programma politico del conservatorismo, non so cosa sia.

Note: l’articolo originale, Edmund Burke’s conservative case for free markets, è apparso per la prima volta sul Burkean Journal il 2 novembre 2017. È stato pubblicato sul nostro sito il 7 novembre 2017. La traduzione Italiana è dell’Istituto Acton.