Mentre Francesco visita Kangemi, ci si chiede perché l’Africa non si sviluppa? Una conversazione con Giordano Masini.

Michael Severance

Lo scorso venerdì 27 novembre, Papa Francesco ha passato il terzo giorno della sua visita apostolica in Africa predicando ai fedeli ed emarginati che vivono nella baraccopoli di Kangemi, nella periferie di Nairobi.
 
Punto centrale del suo messaggio a questi sofferenti cittadini kenioti è stato il fenomeno del neocolonialismo manifestato in varie forme repressive di politica, economia e cultura che non portano ad una vera crescita economica e quindi inibiscono lo sviluppo umano.
 
Lamentandosi delle varie brutte realtà di questa parte dell’Africa – corruzione, mancanza di infrastrutture e titoli di terreni per sviluppare attività e case private e, tra tanti alimenti base, scarso accesso ad acqua potabile, Francesco conclude:  “Queste realtà che ho elencato non sono una combinazione casuale di problemi isolati. Sono piuttosto una conseguenza di nuove forme di colonialismo, che pretende che i paesi africani siano pezzi di un meccanismo, parti di un ingranaggio gigantesco”.
 
“Non mancano di fatto," ha detto il Papa, "pressioni affinché si adottino politiche di scarto come quella della riduzione della natalità che pretende legittimare l’attuale modello distributivo, in cui una minoranza si crede in diritto di consumare in una proporzione che sarebbe impossibile generalizzare”.
 
Queste sono parole durissime del Santo Padre, ma non facili da capire fino in fondo dal punto di vista tecnico, economico e politico.
 
Per aiutarci a comprendere, abbiamo invitato uno dei primi esperti nel campo di sviluppo economico e innovazione agroalimentare, il dott. Giordano Masini, che è  caporedattore della rivista Strade, imprenditore agricolo e proprietario di un’azienda zootecnica al nord di Roma.
 
Nella nostra conversazione, il dott. Masini analizza le varie fonti alla base dei problemi di sviluppo. Il fatto che i “ricchi” americani stiano festeggiando il Giorno del Ringraziamento proprio durante il weekend in cui Francesco visita i “poveri” africani  fornisce un ulteriore contesto di confronto durante l’intervista.
 
 
MICHAEL SEVERANCE:  Gli americani hanno appena festeggiato il Thanksgiving Day.  È il giorno dell’anno in cui celebrano la loro abbondanza “God-given”, esprimendo la loro gratitudine a Dio per i ricchi raccolti. Così, preparano un cenone con una varietà di verdure, frutta e legumi di stagione oltre a bere i migliori vini e infornano un tacchinone ripieno.
 
Secondo Lei, ѐ giusto che gli americani si ritengano cosi “beati” dal cielo, cioè puramente benedetti e fortunati, oppure possono rendere grazie a qualche altro fattore più terreno (tecnologico, industriale, geografico, burocratico, ecc.)?
 
GIORDANO MASINI: E’ giusto che riconoscano la loro “fortuna”, in fondo è un segno di umiltà di fronte all’abbondanza. Ma io credo che gli americani sappiano perfettamente che l’origine del benessere è molto più terrena di quanto la simbologia della festa del ringraziamento non faccia immaginare. Anzi, proprio questo ringraziamento rappresenta la consapevolezza che il benessere e la ricchezza non possono essere mai dati per scontati, sono una conquista quotidiana. Probabilmente gli americani devono essere grati soprattutto a loro stessi, e noi a loro, per il fatto di ricordarci che l’aspirazione a migliorarsi non è una cosa di cui sentirsi in colpa, ma il motore del progresso.
 
 
SEVERANCE: In questi giorni Papa Francesco si reca in alcune delle zone più povere e pericolose dell’Africa, proprio durante il tranquillissimo weekend del Thanksgiving Day.  Questi quattro giorni di festa e riposo comprendono il cosiddetto “Black Friday”, vale a dire l’ultimo venerdì di novembre che dà il via agli acquisti natalizi, quando migliaia di consumatori ai accalcano per esseri i primi ad approfittare delle prime offerte. Da un capo del pianeta c’è chi gode di tanto ozio ma deve “correre” per comprare a buon prezzo i regali mentre dall’altro capo chi non ha nemmeno l’energia per correre, a causa della  fame, non compra mai regali perché non guadagna, e non ha nemmeno la voglia di uscire in strada per l’alto livello di violenza.
 
Come mai si sperimenta ancora questo contrasto tra America e Africa? Qual’ѐ il fattore più importante per lo sviluppo del benessere?  
 
MASINI: Temo che il fattore più importante sia la pazienza. La profonda disuguaglianza tra Africa e Occidente sfida il nostro senso di giustizia, e ci spinge a cercare soluzioni immediate. Eppure negli ultimi decenni, mentre assistevamo al fallimento delle politiche assistenzialistiche degli aiuti allo sviluppo portato avanti dalle organizzazioni sovranazionali, abbiamo visto come l’apertura dei mercati abbia favorito la crescita economica di molti Paesi dell’Africa Subsahariana, almeno di quei governi che hanno avuto la lungimiranza di non contrastare i processi di globalizzazione, ma di assecondarli.
 
SEVERANCE: Si dice che molti mercati agricoli africani sono penalizzati dai sussidi che ricevono gli agricoltori occidentali dai loro governi. In che cosa consiste l’ingiustizia esattamente? Ci spieghi qualcosa del caso italiano e del suo mercato delle importazioni di prodotti agricoli dai Paesi africani.
 
MASINI: I sussidi agli agricoltori servono anche, indirettamente, come barriera protezionistica nei confronti dei prodotti agricoli che vengono da altre aree del mondo. Fino alla metà degli anni ’90 agli agricoltori europei veniva garantito un prezzo più alto, proteggendo le frontiere con dazi e tariffe, e al tempo stesso venivano anche sussidiati gli esportatori per smaltire le eccedenze che questo sistema generava. Eccedenze che venivano spesso scaricate nei porti africani, dove mettevano fuori mercato i produttori locali. Una follia. Oggi le cose vanno diversamente, ma ancora adesso i sussidi - che in Europa sostengono il reddito e non più la produzione - sono un ostacolo alla libera concorrenza, dal momento che tendono ad abbassare i prezzi dei prodotti agricoli europei sotto la soglia del costo di produzione.
 
SEVERANCE: Lei ha scritto molto sull’innovazione agricola ed è un grande promotore dell’agricoltura “libera”.  Quali sono le innovazioni più interessanti degli ultimi anni e quali sono alcuni dei più grandi ostacoli alle iniziative creative?
 
MASINI: L’agricoltura che noi conosciamo è una “invenzione”, se così si può dire, piuttosto recente. Fino alla prima metà del ‘900 un ettaro di terra coltivabile produceva all’incirca la stessa quantità di grano che produceva 1000 anni fa. Oggi ne produce sei volte tanto. Dobbiamo ringraziare quel mix di innovazione tecnologica che ha preso il nome di Green Revolution: la sostituzione della trazione animale con la trazione a motore, la meccanizzazione, l’uso della chimica per la fertilizzazione dei terreni e per la protezione delle colture, il miglioramento genetico delle varietà. Oggi l’innovazione passa soprattutto per quest’ultimo fattore, il miglioramento genetico, e infatti mentre le produzioni unitarie per ettaro continuano a crescere, l’impiego di fertilizzanti chimici e fitofarmaci comincia a declinare. Una buona notizia. Gli ostacoli, al solito, arrivano dai pregiudizi che vengono cavalcati dalla politica, per esempio quello contro gli Organismi Geneticamente Modificati. Ma l’ostacolo culturale maggiore, soprattutto qui in Occidente, è la convinzione che ci sia già abbastanza cibo per tutti, e che quindi si possa fare a meno di produrne di più, e a costi inferiori.
 
SEVERANCE: Essendo Lei anche un agricoltore e avendo un’azienda zootecnica, potrebbe dire se le cose vanno meglio o peggio per il Suo settore agroalimentare in Europa? L'Unione Europea – per quanto riguarda la creazione di una zona di libero scambio – è veramente ciò che promette di essere?
 
MASINI: In parte lo è. Tutto può essere migliorato, ma oggi si va comunque verso un sistema sempre più aperto. Anche la contingentazione della produzione del latte, attraverso il sistema delle quote, sta finalmente finendo. Sappiamo che ci sono molti passi avanti ancora da compiere, ma sappiamo anche che il settore agricolo è, per sua natura, molto conservatore, corporativo e protezionista. In ogni caso ci sono paesi europei che sanno utilizzare le opportunità della libera concorrenza interna all’UE, favorendo l’innovazione, l’aggregazione dell’offerta, facendo “sistema”, mentre altri, come l’Italia, continuano a illudersi che la piccola e piccolissima impresa agricola sia la chiave del successo. E’ una visone romantica e ideologica, e drammaticamente sbagliata: la superficie media dell’azienda agraria italiana è di meno di 8 ettari, a fronte dei  53 di quella francese e i 79 di quella del Regno Unito - e non parliamo degli altri continenti. In questo contesto gli agricoltori italiani affrontano costi molto più alti, e comprensibilmente vivono l’apertura dei mercati come un dramma.
 
SEVERANCE: Tornando al viaggio papale in Africa… Se Lei fosse Papa Francesco, che direbbe agli agricoltori africani che affrontano giganti sfide come la siccità, le diffuse malattie biologiche e l’assenza delle infrastrutture necessarie a far crescere le loro aziende agricole? C’è speranza per loro nel prossimo futuro?
 
MASINI: Gli agricoltori africani dovrebbero chiedere l’accessibilità all’innovazione, e al tempo stesso i loro governi dovrebbero sforzarsi di più per creare una rete di infrastrutture efficienti. Oggi la tecnologia permette di coltivare varietà di mais resistenti agli stress idrici, ovvero che hanno bisogno di meno acqua per garantire un livello produttivo costante, ma è tutto inutile se poi non ci sono le strade per portare il mais dai campi ai magazzini, e dai magazzini ai porti. La speranza, come dicevo prima, è nell’assecondare la globalizzazione, l’apertura dei mercati, l’innovazione tecnologica, ma anche nel cercare di fare in modo che i benefici della globalizzazione non siano effimeri. E’ un aspetto sul quale si sofferma anche il Papa nella sua ultima enciclica: molti paesi dell’Africa subsahariana hanno visto crescere gli investimenti esteri in terra coltivabile, guidati dall’aumento dei prezzi delle principali materie prime agricole tra il 2008 e il 2011. Oggi, se non si creano infrastrutture permanenti e non si favorisce l’accesso alla tecnologia da parte dei produttori locali, si corre il rischio che un calo improvviso degli investimenti esteri riporti tutto alla situazione di partenza.
 
 
Michael Severance ѐ l’operations manager dell’Istituto Acton, che terrà la conferenza “In dialogo con Laudato si’”: i mercati liberi possono aiutarci a curare la nostra casa comune?”, giovedì 3 dicembre presso la Pontificia Università della Santa Croce a Roma.