Lettera da Roma: difendere l’eredità di Giovanni Paolo II

Kishore Jayabalan

Cari amici dell’Istituto Acton,

di solito non mi piace la nostalgia perché tende al sentimentalismo e ci distrae nell’affrontare i problemi attuali. Si tratta di una difficoltà soprattutto per i conservatori, spesso ritratti come reazionari e anti-progresso. Tuttavia, ci sono momenti in cui il ricordo del passato non è solo utile ma necessario per il vero progresso umano.

Il quarantesimo anniversario dell’elezione di Papa Giovanni Paolo II è uno di questi casi. Il mese scorso ero nella diocesi di Tarnów, in Polonia, per parlare della sua eredità e del futuro del capitalismo. Sono rimasto piuttosto sorpreso quando i miei ospiti mi hanno detto che anche se Giovanni Paolo II è ancora molto venerato nella sua patria, i suoi insegnamenti non sono così conosciuti.

Parlare del defunto pontefice è qualcosa che faccio volentieri per devozione filiale oltre che per obbligo professionale. Farlo in Polonia la settimana prima del 16 ottobre è stato un onore e un privilegio. Rappresentare la “generazione di GPII” mentre si svolgeva a Roma il Sinodo sui giovani lo rendeva degno di nota sotto alcuni aspetti.

Ho incoraggiato chi ascoltava i miei discorsi a leggere ancora una volta l’enciclica sociale del 1991 Centesimus annus e il messaggio del 1995 all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, entrambi hanno resistito molto bene al passare del tempo. La Centesimus annus rimane lo scritto più equilibrato sull’economia di mercato nell’attuale Dottrina sociale della Chiesa, mentre il discorso alle Nazioni Unite era all’avanguardia alla sua epoca in materia di diritti delle nazioni e sull’importanza di particolari identità. L’attuale ascesa del populismo nazionalista può essere attribuito, in gran parte, al fallimento delle élite occidentali a prestare attenzione agli avvertimenti del papa dopo la vittoria del capitalismo democratico liberale sul comunismo.

Gli anni ‘90 segnarono la “fine della storia”, quando l’economia e il benessere materiale regnavano sul conflitto politico. Almeno così sembrava. Diversamente dalla maggior parte dei moralisti, Giovanni Paolo II vedeva la politica e l’economia da “dentro”, cioè dalla prospettiva della persona umana impegnata in certe attività con uno scopo sociale. Ha quindi compreso le promesse e le minacce della libertà umana e della solidarietà come parti di un’azione più estesa che coinvolge Dio e l’uomo. Oggi la politica sembra dominare l’economia, e l’approccio antropologico di GPII rimane superiore ai battibecchi partigiani che attualmente dominano le opinioni nella società.

Un altro aspetto distintivo dell’insegnamento sociale di GPII è la sua insistenza sul fatto che “la Chiesa non ha modelli da proporre” (CA, 43); non esiste una “terza via” cattolica tra capitalismo e socialismo. Questa è una brutta notizia per i distributisti e per chi pensa che una volta esisteva una forma particolare di economia cattolica o di politica (alias cristianità) che la Chiesa dovrebbe ancora sostenere ufficialmente. Coloro che chiedono “nuovi modelli” di sviluppo economico sono ugualmente utopisti nel trascurare ciò che possiamo fare per migliorare le nostre società qui e ora.

È naturale per noi che siamo stati cresciuti con Giovanni Paolo II, Ronald Reagan e Margaret Thatcher vederli come grandi leader rispetto a quelli che abbiamo oggi. Ecco la tentazione nostalgica. È anche il motivo per cui molti di noi della Generazione X sono più ottimisti riguardo la situazione della Chiesa e del mondo più di quanto lo siano quelli della Generazione Millennial, plasmati dall’11 settembre, da periodi di guerre estenuanti in Afghanistan e Iraq, dalla crisi finanziaria e dall’abdicazione papale. Considerando i tumultuosi anni ‘60 e ‘70 che lo hanno preceduto, la rinascita del liberalismo classico/conservatismo degli anni ‘80 ora sembra essere un’anomalia piuttosto che una tendenza duratura.

Come possiamo recuperare le verità che hanno ispirato quella generazione? Come minimo, possiamo ricordare che cosa ha reso Reagan, la Thatcher e GPII i leader che erano (fondamentale per tale scopo è il libro di John O’Sullivan Il presidente, il papa e il primo ministro, che, già nel 2006, sollevava dubbi sui loro lasciti). Ciò che è vero rimane vero, anche se dobbiamo trovare nuove maniere di esprimerlo; ripetere semplicemente a memoria ciò che hanno detto negli anni ‘80 non sarà sufficiente.

Considerando il grande successo delle Giornate Mondiali della Gioventù che furono esperienze di formazione per la mia generazione, Giovanni Paolo II fu il papa dei giovani. Il Sinodo sui giovani recentemente concluso ha dedicato molto tempo a parlare di una Chiesa che ascolta piuttosto che di una Chiesa che insegna. Giovanni Paolo II è stato in grado di fare entrambe le cose perché ha trascorso gran parte dei suoi primi anni di sacerdozio con i giovani. È difficile immaginare che un vescovo sia in grado di farlo oggi senza apparire falso o assillante. Piuttosto che copiare ciecamente il modello di Giovanni Paolo II, i futuri papi e vescovi devono usare i loro doni particolari per portare Gesù ai giovani. Comunque il messaggio sarà sempre più importante dei mezzi.

Non è possibile palare dell’eredità di Giovanni Paolo II senza citare la sua storia sugli abusi sessuali del clero, in particolare sull’ex cardinale Theodore McCarrick. Con mia sorpresa, nessuno mi ha chiesto di questo in Polonia. Più tardi mi è stato detto che molti polacchi pensano che le accuse di abusi sessuali siano fatte da coloro che non vogliono il bene della Chiesa e non dovrebbero essere automaticamente credute. Allo stesso modo, poche persone a Roma sembrano essere particolarmente scioccate o sconvolte dalle notizie provenienti da Paesi come Stati Uniti, Cile, Honduras, Germania, India, e Olanda.

Non so come spiegare queste reazioni divergenti. Forse mostrano qualcosa sulla “soggettività della società” di cui scriveva GPII. Il Vaticano è certamente un mondo a parte, quindi forse questi scandali devono essere capiti anche da “dentro”. Certo, questa imparzialità non è soddisfacente per gli americani che vogliono “provvedimenti” e “tolleranza zero”, ora e in futuro. L’ex giornalista veterano del Vaticano Kenneth L. Woodward dice giustamente che l’azione riflessiva è più importante delle espressioni di rabbia, shock, dolore e vergogna, specialmente se la Chiesa intende affrontare il problema delle reti omosessuale nel clero. La destra e la sinistra cattolica dovrebbero essere in grado di concordare che è necessario l’uso saggio del potere papale, piuttosto che sterili denunce di “clericalismo”.

Sono trascorsi quasi vent’anni da quando mi sono trasferito a Roma per lavorare nella curia di Giovanni Paolo II. Vent’anni di tentativi per capire perché i romani fanno le cose alla loro maniera. Vent’anni di tentativi per capire come il Vaticano possa ancora esistere nel XXI secolo. È inevitabile che Roma e il Vaticano si influenzino a vicenda in maniere misteriose, motivo per cui i rimedi soprannaturali sono necessari per portare avanti la missione evangelica della Chiesa. San Giovanni Paolo II sarebbe il primo a dirci che dobbiamo rivolgerci a Gesù con Pietro e attraverso Maria.

Kishore Jayabalan
Direttore