Lettera da Roma: l’Europa è solo parole e niente azione

Kishore Jayabalan

Cari amici dell’Istituto Acton,

le mie parole potrebbero sembrare ipocrite e poco diplomatiche poiché sono scritte da una persona che lavora per un think tank e che partecipa a molte conferenze, ma i politici e gli ecclesiastici europei cosa fanno oltre che partecipare a vertici di alto livello, discutendo tra loro senza uno scopo?

Questa è la mia reazione troppo cinica alla riunione della Conferenza Episcopale Europea (COMECE), “(Ri) pensare l’Europa: il contributo cristiano al futuro del progetto europeo” tenutasi a Roma la scorsa settimana. Forse ho solo l’amaro in bocca per non essere stato incluso tra le autorità invitate. Esaminando il programma, tuttavia, mi vengono in mente venti migliori usi del tempo, solo alcuni dei quali implicano una qualche forma di mutilazione fisica.

Perdonate la mia durezza. Lavorando in posti come le Nazioni Unite, ho trascorso innumerevoli ore a chiedermi perché prestavo attenzione a relatori che sembravano intenzionati a usare le parole per non trasmettere assolutamente nulla di concreto. Mi trovo spesso ad avere pensieri cattivi: cercano volontariamente di annoiare a morte il pubblico, parlando con un effetto soporifero per nascondere la loro vera motivazione di dominare il mondo?

Poiché non ho occhio per i complotti, posso solo pensare che i politici europei arrivino dove sono proprio perché dicono cose che non possono essere contestate. I leader europei carismatici non hanno avuto un buon successo nel XX Secolo, quindi noioso è meglio che fanatico. Comunque, ci deve essere una via di mezzo...

Sarebbe più facile trovare una via di mezzo tra chi è soporifero e chi è folle se ci fosse ancora qualcosa da fare per l’Europa. Il termine “progetto europeo” indica qualche tipo di scopo o di obiettivo, ma non si capisce quale. Il fatto più preoccupante è che qualcosa dovrà colmare quel vuoto spirituale altrimenti noto come anima europea.

Gli americani si sono divertiti un sacco prendendo in giro gli europei per lo Stato assistenziale   che li accompagna dalla culla alla tomba e per la mancanza di efficacia militare, e con ragione. L’America è nata rifiutando il modo di agire europeo quando erano molto più “attivo” di quello attuale, soprattutto nel caso di minoranze religiose perseguitate. Allo stesso tempo, gli americani non possono fare a meno di essere impressionati (“Wow!” è l’espressione Yankee più sentita nel Vecchio Continente) dalla bellezza e dalla cultura che si trovano qui in Europa.

Infatti, contrariamente a tutti i discorsi di pace pronunciati dai suoi attuali leader, la grandezza europea e i tesori più impressionanti sono nati dal conflitto. I popoli europei erano disposti a sacrificare le comodità per qualcosa di meglio. Quindi, è probabile che l’Europa abbia bisogno di nuove forme di rivalità produttiva, qualcosa di più importante della Champions League che sembra l’unica cosa in grado di appassionare le persone in questi giorni.

La concorrenza nel settore commerciale sarebbe una possibilità, ma gli europei preferiscono la stabilità alla crescita perché se qualcuno guadagna qualcosa ci sarà un altro che perde (se non ve ne siete accorti, molte partite di calcio finiscono in parità). Se le regole del gioco sono impostate dalle élite, sappiamo già chi perde, e i vincitori non hanno motivazioni per cambiare le cose. Finché sarà così, verrà fermato lo spirito rivoluzionario che prende ogni tanto gli europei.

Incoraggiare le persone ad assumersi dei rischi diventa più difficile quando Papa Francesco condanna il “lavoro in nero” e la “precarietà” come immorali. La sua indignazione morale è comprensibile ma completamente fuori luogo. Se esiste una cosa che i politici europei sono capaci di fare, è imporre regolamenti eccessivi al settore economico e creare così i mercati neri e la disoccupazione giovanile che il papa condanna. L’Europa agisce solo per impedire ai suoi cittadini di agire. Invece, l’agenda COMECE non dice nulla sul declino della famiglia, che – come evidenziato brillantemente da Mary Eberstadt – sta alla base della nostra politica di identità disgregata e iper-sensibile.

Spero che Francesco applichi ciò che dice sul regno spirituale (la Chiesa come missione, uscire alle periferie, ecc.) alle realtà temporali dell’Europa. Ha già chiamato il continente “nonna” per la sua stanchezza e la sua sterilità. Sappiamo che sta pensando al problema dell’Europa, deve solo mettere da parte le teorie economie socialiste che hanno fallito ovunque siano state applicate (basta vedere il Venezuela e la Corea del Nord).

Se i cristiani non aiuteranno l’Europa “dandosi una mossa,” lo farà qualcun altro e le conseguenze non somiglieranno affatto all’umanesimo cristiano. Cinquecento anni dopo la Riforma, preferirei che i cristiani facessero a gara per difendere il loro patrimonio spirituale, piuttosto che arrendersi al più energico. Il primo passo potrebbe essere quello di smettere di tenere tante conferenze, che servono solo a evidenziare le imposizioni inutili dell’Europa che non portano la speranza ma solo maggiore disperazione.

Kishore Jayabalan
Direttore