Capitalismo, conservatori e intellettuali: una risposta a Matthew McManus

Samuel Gregg, D. Phil.

Molto, credo, sia dovuto alla sorpresa della sinistra moderna, se il capitalismo è diventato oggetto di un intenso dibattito tra i conservatori. Un contributo recente a questa discussione è l’articolo pubblicato in Public Discourse di Matthew McManus, “Trasformazione sociale ed economia di mercato”.
 
McManus sostiene che ci sono serie carenze nella mia critica alla valutazione di R.R. Reno a proposito della difesa da parte di Michael Novak del capitalismo e delle istituzioni liberali classiche. Molte delle osservazioni di McManus rispecchiano le critiche più generiche dei mercati liberi che negli ultimi anni hanno guadagnato terreno tra gli intellettuali conservatori, in particolare di quelli più giovani.
 
Tra l’altro, questa tendenza suggerisce che alcuni vecchi e maggiori difensori del mercato libero sono caduti in una specie di torpore, si sono accontentati di adagiarsi sugli allori forniti dalle rivoluzioni di Reagan e della Thatcher; (2) hanno presunto che il caso conservatore per i mercati liberi non necessitasse più di essere regolato secondo il ventunesimo secolo; o (3) hanno immaginato che la migliore risposta alle critiche culturali, politiche e teologiche dei mercati liberi fosse un argomento economico. Novak non ha fatto questi errori. 
 
Il capitalismo non è e non deve essere esente da critiche. Per i conservatori in particolare, non esiste un sistema economico perfetto. Detto questo, ritengo che la critica di McManus ai miei argomenti non sia convincente. E vi spiego perché.
 
Non esiste un solo tipo di capitalismo
La prima critica che mi rivolge McManus è che non riesco a riconoscere che l’economia odierna sovvenzionata e caricata di regolamentazioni eccessiva da parte dello Stato è “ciò che il capitalismo sembra mettere in pratica”. Questa affermazione, direi, è molto discutibile sia in senso storico che logico.
McManus sottolinea la misura in cui la maggior parte delle economie di mercato occidentali siano i prodotti di un mondo post-1918 e post-1945. I governi di oggi capiscono di avere il compito di “gestire l'economia”. I nostri maestri politici competono attivamente per ambire alla nomina di “manager più competente dell’economia” durante le campagne elettorali.
 
Un modo in cui queste aspirazioni manageriali si esprimono è nelle grandi spese statali. Queste rappresentano tra il 30 e il 55 per cento del PIL nei paesi OCSE. Altre manifestazioni del capitalismo gestito sono i grandi stati di welfare
 e l’ampia regolamentazione del mercato del lavoro che caratterizzano, ad esempio, la maggior parte delle economie dell’Europa occidentale. Le solite giustificazioni per queste politiche sono che contribuiscono a ridurre i cicli di espansione e frenata dell’economia e promuovono l’uguaglianza e la giustizia sociale.
 
Qualunque sia l’efficacia di queste politiche, oggi l’economia mista o il capitalismo manageriale non sono certamente le economie indiscutibilmente capitalistiche che hanno segnato gran parte dell’Europa occidentale e dell’America del Nord durante tutto il XIX secolo. Nella famosa descrizione di John Maynard Keynes del mondo economico pre-1914 nord-americano e dell’Europa occidentale e le sue conseguenze economiche della pace (1919) si sottolinea quanto fosse notevolmente libero (e materialmente prospero) quel mondo per la stragrande maggioranza dei suoi abitanti.
 
Le aliquote fiscali in queste nazioni erano molto inferiori a quelle di oggi. Fino all’avvento dello Stato assistenziale bismarckiano, la maggior parte dell’assistenza sociale in queste economie era stata intrapresa da associazioni private (di solito religiose). E quando il potere delle gilde di sopprimere la concorrenza, l’innovazione e la libertà di movimento fu soppresso, i mercati del lavoro nelle economie capitaliste ottocentesche erano molto più liberi, soprattutto rispetto ai mercati del lavoro della Francia odierna o della triste Inghilterra degli anni ‘70.
 
Più in generale, i governi occidentali non si vedono come i “manager dell’economia”. Questo, in parte, perché il tipo di macroeconomia pionieristico di Keynes e sviluppato dai suoi seguaci dalla fine degli anni ‘40 in poi non esisteva. I governi pertanto hanno lacune a livello concettuale che non gli permette di impegnarsi in quel tipo di gestione della domanda che, in seguito mantenuto da Keynes, ha permesso agli Stati di mantenere bassa la disoccupazione, ad esempio.
 
Ma molti Stati non tentarono più di gestire direttamente le economie capitalistiche emergenti perché molte elite occidentali avevano assorbito la critica di Adam Smith del sistema mercantile che domò l’Europa dai primi del 1500 fino alla fine del 1700. Hanno accettato le tesi di Smith che la liberalizzazione dei mercati consentirebbe una creazione di ricchezza più veloce e maggiore e una prosperità crescente per tutti, contestando simultaneamente i privilegi economici per gli insiders politici e aziendali. Esempi di governi che scelgono attivamente queste politiche includono le amministrazioni Tory di Sir Robert Peel e riformatori dello Stato prussiano, che hanno invocato Smith in modo specifico, in quanto smantellarono in modo aggressivo le politiche mercantiliste dal 1807 in poi. Anche la Francia stava abbracciando le politiche del commercio libero dal 1850.
 
Comunque, per ritornare al presente: McManus non solo ignora le forme molto diverse assunte dal capitalismo nel passato; sottovaluta anche le grandi differenze tra le molte economie capitalistiche contemporanee. Ad esempio, in Asia orientale, il capitalismo di mercato molto libero di Hong Kong è culturalmente e strutturalmente molto diverso dai mercati altamente regolamentati del Giappone. Entrambi contrastano in modo significativo con la peculiare miscela di corporativismo e con i mercati di Singapore.
 
Poi ci sono le differenze ben note tra il capitalismo “anglo-americano” e quello che pervade l’Europa occidentale continentale. Anche in Europa occidentale, il marchio statale del capitalismo francese è assolutamente diverso dall’economia tedesca, quest’ultima è stata influenzata in modo esclusivo da economisti ordo-liberali come Walter Eucken e Wilhelm Röpke.
 
Insomma, è un errore sostenere che il capitalismo di gran parte dell’occidente contemporaneo - una miscela di cronismo, neo-mercantilismo e mercati - è effettivamente il capitalismo. Ci sono molte manifestazioni del capitalismo, e le loro forme specifiche sono più influenzate da idee e dispositivi culturali differenti di cui a volte ci rendiamo conto. Questo include il capitalismo tardo medievale evidenziato dalla rivoluzione innovativa di Robert Lopez La rivoluzione commerciale del Medioevo (1971) e la superba Economia del Rinascimento di Firenze (2009) di Richard Goldthwaite, una forma di capitalismo su cui molti critici conservatori contemporanei dei mercati liberi che di solito esalta il Medioevo mantengono il silenzio. In altre parole, il capitalismo non è sempre stato, e non deve essere, quello che è ora in America.
 
Smith e gli intellettuali
La seconda critica di McManus è quella di abbattere anche l’altro pensiero di Adam Smith: l’insistenza sul fatto che le società necessitassero di incarnare virtù particolari per compensare i nostri istinti commerciali più bassi; che avevano una bassa visione degli uomini d'affari perché preferivano il gioco del sistema a scapito dei consumatori; che si preoccupava degli effetti della divisione dei compiti sul lavoro sempre in espansione; che ha sottolineato che c’è stato un posto per una forma giusta di governo.
 
Questo Adam Smith ovviamente è esistito. È un punto che ho spesso affrontato altrove quando critico quei sostenitori del libero mercato che considerano lo Stato un male necessario (o semplicemente malvagio), o che senza pensarci investono in una morale consequenziali sta o pseuo-evoluzionista/darwinista. In effetti, non c’è carenza di promotori di mercati liberi che hanno fatto osservazioni simili a quelle di Smith sull’aspetto negativo del capitalismo.
 
Ma vorrei sottolineare che queste preoccupazioni non hanno impedito a Smith di concludere che gli scambi, associati ad argomentazioni più favorevoli alla libertà economica, hanno fatto registrare un accresciuto accumulo di capitale e di investimenti Inoltre, il libro in cui Smith ha espresso le sue ragioni del perchè ha creduto in questo, La ricchezza delle nazioni, è rivolto principalmente e consapevolmente agli intellettuali e ai legislatori. Perché? Perché Smith ha visto in questi individui le persone più adatte per cambiare il mondo.
 
Il che mi porta al centro della seconda critica di McManus. Dopo aver sottolineato l’importanza di comprendere le cautele di Smith sui mercati liberi, McManus afferma che (1) sovrastimo il ruolo degli intellettuali (incluso, presumibilmente, Smith) nell’elaborazione dell’ordine economico e (2) sottovaluto quanto essi sono alla mercè delle situazioni economiche in cui si trovano. Secondo McManus:
 
“La maggior parte dei filosofi, teologi e filosofi sono come tutti gli altri. Essi sono principalmente plasmati dalle forze sociali del loro tempo e tendono ad avvicinarsi al lavoro con impegno lavorativo, piuttosto che con riflessione profonda o con impegno appassionato. In altre parole, essi sono per lo più prodotti del sistema economico in cui lavorano”.
 
Queste parole, soprattutto quelle dell’ultima frase, umiliano il determinismo economico. Esse sono il riflesso di quanto economistici molti dei critici conservatori dei mercati economici appaiono quando spiegano gli sviluppi sociali, culturali e politici contemporanei.
 
Non dubito che la cultura di una determinata economia influenza molte scelte di individui (compresi gli intellettuali) che vivono in un determinato insieme di condizioni economiche. Come McManus osserva correttamente, né il capitalismo né le istituzioni liberali sono entità neutre.
 
Eppure, guardando attentamente gli eventi analizzandoli seriamente da un punto di vista puramente economico, scopri presto il ruolo decisivo che viene spesso svolto da idee e intellettuali, inclusi quelli del passato. Considerate, ad esempio, la rivoluzione bolscevica, il cui centesimo anniversario cade quest’anno.
Sì, il colpo di stato dei bolscevichi è stato determinato dal crollo dell’economia della Russia sotto il peso della guerra e delle politiche statali inette. Ma i bolscevichi sarebbero esistiti se Karl Marx non avesse trascorso ore nella biblioteca britannica scrivendo libri che, purtroppo, catturarono l’immaginazione di generazioni successive d’intellettuali occidentali, compresi quelli spietati come Lenin, che erano disposti ad agire?
 
Facciamo un altro esempio: la miracolosa liberalizzazione dell’economia della Germania occidentale nel 1948. Senza intellettuali come Eucken e Röpke, che avevano trascorso decenni a pensare e scrivere libri su come liberare l’economia della Germania da cartelli e monopoli, è meno probabile che le politiche di Ludwig Erhard avrebbero avuto la stessa efficacia a liberare l’economia tedesca sconvolta da settantacinque anni di cartelli, dodici anni di regole nazionalsocialiste e sei anni di economia di guerra. Se le idee di questi pensatori avessero semplicemente rispecchiato le condizioni economiche della Germania, non avrebbero proposto misure radicali per il cambiamento.
 
Allo stesso modo, più di una persona ha illustrato le controversie connesse alle cause della Grande Recessione del 2008 e come gli Stati avrebbero dovuto rispondere ad argomenti paralleli tra Keynes e Friedrich Hayek sulla Grande Depressione avvenuta 80 anni fa. Keynes è morto nel 1946, Hayek nel 1992. Tuttavia le loro rispettive analisi e prescrizioni continuano a costituire lo sfondo di molti dibattiti economici contemporanei.
 
Potrei elencare numerosi altri esempi di intellettuali e legislatori che hanno sviluppato o abbracciato idee particolari che hanno aiutato a spostare le economie in determinate direzioni o i cui argomenti sono indispensabili per comprendere le discussioni economiche di oggi. Certamente, non c’è carenza di pensatori status-quonarian. Ma – e qui sono d’accordo con Reno – le buone e cattive idee, e coloro che le propagano, sono più rilevante di quanto spesso pensiamo.
 
Le cattive notizie sono che possono contribuire a distopie come l’economia di comando di Stalin o l’inferno rurale inflitto a 7,5 milioni di persone dai leader marxisti Khmer Rossi educati in Francia. Ma le idee e l’impegno degli intellettuali sono indispensabili se vogliamo vivere in economie generalmente libere che, nonostante i continui cambiamenti che si scatenano, si fondano sulla nostra natura come esseri incarnati con una moralità- spiritualità e che sono nello stesso tempo individuali, sociali, razionali e liberi, creativi, interdipendenti, auto-interessati ma anche inclini a peccare, fallibili, e tuttavia capaci di raggiungere la grandezza e trascendere la mediocrità.
 
Immaginare e sviluppare un’economia di mercato che rifletta queste verità sull’uomo è sicuramente un compito degno dei conservatori. Michael Novak lo ha capito. Noi dovremmo fare altrettanto.
 
NOTE: L’articolo originale Capitalism, Conservatives, and the Intellectuals: A Reply to Matthew McManus è stato pubblicato su The Public Discourse l’11 ottobre 2017. La traduzione italiana è dell’ Istituto Acton.