Lettera da Roma: il problema dell’ambizione personale e del bene comune

Kishore Jayabalan

Cari amici dell’Istituto Acton,

mentre le elezioni statunitensi fortunatamente si concludono e la città di Roma è impantanata in continuo fermento amministrativo, ho pensato che siamo allo stesso tempo attratti e respinti da una certa cosa definita leadership politica.

Gli aspetti repulsivi sono evidenti: tanti politici non riescono a mettere in pratica le loro promesse (spesso stravaganti) e il potenziale della campagna elettorale, sembrano disposti a dire qualsiasi cosa per farsi eleggere e poi fare il contrario quando entrano in carica e arricchirsi profumatamente una volta lasciata la carica. I principi sono qualcosa che deve essere proclamata ma raramente rispettata se sono ostacoli al successo elettorale o alla fortuna personale. Chiunque dedichi un qualsiasi tipo di attenzione alla politica rischia di diventare sia un cinico incallito o un masochista.

Ma molti di noi, infatti, prestano attenzione perché sono ancora interessati a chi vince le elezioni, soprattutto a livello esecutivo. Alcune volte per ragioni di parte, altre volte per ragioni di patriottismo, ci sentiamo costretti ad esprimere un’opinione votando e convincendo gli altri del perché un politico è migliore di un altro per rappresentare tutti noi. Essere a capo del sistema esecutivo è diverso che essere uno dei molti legislatori o giudici, perché l’ufficio esecutivo è unico, gestito da una persona che ha la libertà di agire in nome di tutta la comunità in cui tutti i cittadini si possono identificare, nel bene e nel male.

Nonostante il nostro cinismo post-moderno, riconosciamo ancora nozioni di vecchio stampo come onore e responsabilità che sono legati al potere. Sappiamo che non tutti dovrebbero governare, perché questo richiede un certo carattere, temperamento, anzi virtù, come se in realtà chi detiene il potere dovrebbe essere migliore di noi altri (ma non troppo), questo rende maggiore la nostra delusione verso i nostri leader politici quando alla fine falliscono.

Quando si è testimoni del disastro di alcune campagne elettorali e delle difficoltà di cercare di accontentare tanti gruppi d’interesse divergenti, le persone ragionevoli si chiedono “Chi vorrebbe mettersi in questa situazione?”. Potrebbe trattarsi di egoisti, esperti di politica, manager, addirittura proprietari di aziende televisive. Poi ci sono quelli con un’ambizione straordinaria di governare che appartengono, come diceva Abraham Lincoln, “alla famiglia del leone o alla tribù dell’aquila”. Semplicemente non vogliono rientrare in nessuna classificazione, ma essere “un Alessandro, un Cesare, un Napoleone”, che rifiutano di seguire l’esempio di mediocri predecessori perché “un genio eminente disdegna di seguire vie già percorse”.

Naturalmente ci sono persone ambiziose e molto competitive in altre professioni: affari, sport, le arti e le scienze, anche in ambito religioso; praticamente in ogni attività umana c’è chi ha sete di distinguersi dagli altri, che vuole eccellere in quello che fa. Non sono anche gli imprenditori che “disdegnano vie già percorse”? Eppure solo la politica offre quel tipo di completezza “degna di un re”. I poeti immortalano alcuni tipi di governanti, e i governanti ne sono consapevoli. Come dice Riccardo II di Shakespeare “Per amor di Dio sediamo sulla nuda terra e raccontiamo tristi storie della morte dei re”. Come ha sottolineato Walter Berns, nessuno si preoccupa della “morte di un commesso”.

Il presidente è la figura più vicina a quella del re nello Stato repubblicano. A differenza dei re, i presidenti sono eletti grazie ai nostri voti che devono guadagnarsi. Restano in carica per un periodo limitato, sono vincolati dalle costituzioni e da altre leggi, e si suppone che tornino a vivere come un cittadino comune dopo aver ceduto il potere ad un altro. I leader repubblicani, anche più dei monarchi, dovrebbero essere al servizio della gente, dovrebbero custodire piuttosto che definire il bene comune.

Quante probabilità ci sono che questo accada? Che cosa motiva l’orgoglio di chi è politicamente ambizioso? Gli Stati Uniti sono stati straordinariamente fortunati da evitare difficoltà nel trasferimento di potere da un presidente all’altro. Forse a causa del miglioramenti della “scienza politica”, forse perché gli americani “non sono diventati uguali ma sono nati uguali, forse perché il particolare tipo di cristianesimo degli Stati Uniti è meno gerarchico e più concentrato sulla “leadership del servitore”. Forse i più motivati hanno semplicemente preferito i guadagni immediati e temporanei del settore degli affari ai fasti più impegnativi ma eterni della politica. Qualcosa ha impedito agli americani ambiziosi di rendere il loro paese il giocattolo dei loro sogni.

Almeno finora. Sospetto che gli Stati Uniti stanno perdendo il loro carattere politico peculiare. Il nostro Stato sta diventando sempre più “europeo nel controllo di aspetti sempre maggiori della vita sociale. I nostri leader sono sempre meno disposti a lasciare la capitale della nazione e tornare alla normale vita da cittadini, i nostri cittadini meno attenti a proteggere la loro libertà. Alcuni hanno notato dei punti in comune tra l’America attuale e l’antica Roma nel periodo della decadenza.

L’unica istituzione che è sopravvissuta alla caduta dell’antica Roma è la Chiesa cattolica, che ha avuto la sua giusta quota di governanti ambiziosi. Seguendo l’esempio di Cristo stesso, i papi sono sovrani assoluti che non dovrebbero governare in maniera assoluta, e la stragrande maggioranza ha rispettato questo precetto. Forse perché la missione ultraterrena della Chiesa non riguarda un suo coinvolgimento esplicito con la politica, anche se la sua dottrina sociale continua a incoraggiarci a migliorare la nostra vita terrena. In ogni caso, il Salmista ci avverte, “Non confidate nei potenti”; il New York Times era pronto a canonizzare “Santa Hillary” nel 1993. Sul piano naturale, può essere impossibile bilanciare orgoglio e umiltà nell’anima umana; sul piano soprannaturale, c’è speranza.

Kishore Jayabalan
Direttore