Lettera da Roma: arenati tra populismo e capitalismo clientelare

Kishore Jayabalan

Cari amici dell’Istituto Acton,

quelli che stanno seguendo le notizie sulle elezioni presidenziali negli Stati Uniti possono facilmente testimoniare che poche scelte politiche sono tra il bene e il male. Questo è particolarmente vero nelle grandi e diverse nazioni in cui viviamo, dove è difficile trovare un accordo unanime su qualsiasi cosa. Pur essendo idealmente desiderato, raramente le elezioni riflettono “la volontà del popolo”, perché, com’è  noto, è difficile comprendere ciò che vuole la gente. È il motivo per cui paesi come gli Stati Uniti si ritrovano con uno Stato diviso o con forte disapprovazione “della classe politica” unita alla ri-elezione di politici in carica. Vogliamo un cambiamento politico solo se siamo sicuri che tale cambiamento sarà per il meglio, cosa che non è mai successa. Quindi siamo al contempo insoddisfatti e fermi seguendo lo status quo.

Tutto ciò significa che le politiche democratiche non sono affari razionali. Non ci sono novità in questo. I padri della costituzione americana sapevano che le antiche democrazie hanno oscillato tra l’anarchia e la tirannia e hanno cercato di fondare lo Stato sulla “scienza della politica”. Questa nuova scienza basava lo Stato sull’elezione di rappresentanti del popolo, sulla separazione dei poteri e su controlli ed equilibri tra i poteri dello Stato, al fine di evitare il sistema maggioritario o quello che oggi chiamiamo populismo, dove un demagogo abile sfrutta disagi e malcontenti per promettere cose “grandi” per tutti.

Il nome “scienza” dà l’impressione che questo sistema di governo sia razionale, che è in parte così, basato sulla “riflessione e la scelta” piuttosto che “sul caso e la forza”. Il potere politico basato sullo sfruttamento delle passioni o dei desideri della gente era stato l’abitudine, perché le passioni si sono rivelate più forti della ragione, che dovrebbe volere il bene comune di tutti, ma non è mai in grado di realizzarlo. La sfida sta quindi nel dirigere queste passioni in modi politicamente benefici che permettano di conseguire una sorta di bene comune, che “garantirebbe” i diritti naturali alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità, ma non necessariamente alla virtù morale o alla salvezza delle anime. Le energie delle persone sarebbero indirizzate al commercio piuttosto che alla politica, fino al punto in cui quest’ultima diventa poco più di uno spreco di tempo e di energia per l’“industrioso e il razionale”.

Il problema è che la politica è sempre presente. Continuiamo a lamentarci dei nostri politici, aspettandoci di vederli disinteressati dei dipendenti pubblici, e allo stesso tempo aspettandoci che siano corrotti e che curino solo i propri interessi. Ci aspettiamo che almeno fingano di occuparsi della giustizia, anche se siamo profondamente divisi sul concetto di bene. (Forse siamo davvero “animali politici”). E restiamo particolarmente turbati quando sappiamo che il sistema è “truccato” da interessi particolari contro il cittadino comune. C’è qualcosa di fondamentalmente intransigente in tutto ciò.

Un’ulteriore prova di questa intransigenza l’ho avuta quando ho recentemente ascoltato un discorso dell’economista e premio Nobel, Angus Deaton, che ha mostrato non solo quanto ha fatto la globalizzazione economica per aiutare i poveri, ma ha anche sottolineato i pericoli derivanti dal “capitalismo clientelare”, un termine che era evidentemente difficile da capire per i politici italiani e uomini di chiesa presenti. Difficile perché tutte le forme di capitalismo sono di tipo clientelare in Italia. Perché i responsabili delle società per azioni non dovrebbero cercare protezione nella politica contro la concorrenza delle aziende emergenti? Perché i politici non dovrebbero offrire tale protezione ai ricchi e ai potenti? Perché i governi esteri non dovrebbero fare donazioni ad un ente caritatevole di origine politica? Non è semplicemente il modo in cui funziona il mondo? Questa è Roma, dopo tutto: nihil sub sole novum.

Beh, sì e no. Come sostenuto da economisti quali Deaton, miliardi di persone si sono liberate dalla povertà non impoverendo i loro vicini, ma avendo accesso all’economia globale. I loro governi, sia nativi che di adozione,  hanno iniziato (anche se in maniera imperfetta) a proteggere la loro proprietà, istaurare lo stato di diritto, e permettere loro di produrre, consumare e investire più liberamente. Questo richiede la comprensione di uno Stato con un ruolo limitato ma efficace e una società civile vitale, dove le associazioni di volontariato forniscono la formazione morale e civile necessaria per produrre buoni cittadini e buoni esseri umani. La libertà non è così “scontata” come sembra e richiede molta vigilanza e moderazione, soprattutto a livello politico.

Questa comprensione è chiaramente assente nel nostro panorama politico attuale. Nessuno dei due candidati negli Stati Uniti è in grado di parlare in modo convincente di libertà politica ed economica, il che significa che gli Stati Uniti stanno diventando come il resto del mondo, costretti a scegliere tra la strisciante tirannia e il clientelismo corrotto. Gli amanti della libertà e della virtù dovranno cercare altrove la loro ispirazione duratura.

Kishore Jayabalan
Direttore