Lettera da Roma: la responsabilità politica dei vescovi

Kishore Jayabalan

Cari amici dell’Istituto Acton,

prima di parlare degli ultimi titoli provenienti da quella fabbrica di notizie, una volta conosciuta con il nome di Vaticano, vorrei fare alcuni avvisi. Il mese scorso abbiamo avuto dei problemi con il nostro nuovo server e non abbiamo potuto inviare la newsletter. La tecnologia ci ha abituati a far funzionare tutto sempre e perfettamente, il che ci delude ancora di più quando non accade. Se volete leggere la mia lettera e gli altri articoli che volevamo inviare, potete trovarli sulla pagina Acton International in inglese e italiano.

L’interruzione tecnologica ci ha anche dato l’opportunità di ripensare al contenuto della newsletter. In termini economici, non siamo sicuri che il vantaggio di tradurre tre articoli in italiano ogni mese sia superiore al costo. Quindi, non abbiamo traduzioni questo mese. Se ci fossero delle richieste da parte dei nostri lettori italiani, fatecelo pure sapere e torneremo alla nostra pratica tradizionale.

Non è una novità affermare che c’è un certo attrito tra tradizione e innovazione. Sapere quando schierarsi con l’una o l’altra è una sfida particolarmente difficile per le società liberali e specialmente per gli statisti (e le statiste!) che hanno il compito di inquadrare e guidare le nostre scelte pubbliche. Il fatto che il programma Word della Microsoft, che sto usando per scrivere, non ama il termine “statisti” (preferendo “leader politici”, “diplomatici” e “funzionari pubblici”) è significativo.

Che cos’è una società liberale, dopo tutto, e chi  parla per essa? Se siamo solo un insieme casuale di individui liberi e uguali, senza obblighi reali reciproci oltre a quelli derivanti da un accordo reciproco, allora ognuno di noi è responsabile solo per se stesso e nessuno ha il diritto di parlare per noi. D’altra parte, se siamo parti di un insieme più grande e crediamo nel bene comune, ci può e probabilmente dovrebbe esserci un certo ordinamento gerarchico di responsabilità tra di noi.

Dico “probabilmente” perché ora è impossibile credere nella capacità delle nostre élite di governare in modo responsabile. Ciò vale non solo per i nostri leader politici, ma anche per i nostri leader religiosi e del mondo degli affari; nemmeno i nostri intrattenitori riescono più a soddisfare gli standard minimi di decenza. Questa “crisi di responsabilità” ci fa diffidare di quelle che un tempo erano istituzioni che modellavano la cultura, rendendo più profondi i baratri che ci dividono e lasciandoci ulteriormente isolati come individui atomisti.

La Chiesa cattolica, naturalmente, è l’istituzione di tutte le istituzioni, e i suoi fallimenti di leadership sono particolarmente irritanti, considerando che il Fondatore è Gesù Cristo e il Protettore è lo Spirito Santo. Il mese scorso ho scritto sulla mancanza di un senso di giustizia nella gerarchia quando si trattava di punire i criminali. Forse più grave è l’incapacità dei nostri vescovi di formarci e guidarci. Il recente “accordo provvisorio” con la Repubblica popolare cinese e il prossimo Sinodo per i giovani sono due esempi attuali del problema.

Sfortunatamente, non sappiamo nulla dei dettagli dell’accordo con la Cina. Ci viene detto di accettare in buona fede che la Santa Sede desideri l’unità dei cattolici, anche se ciò viene a scapito dell’integrità dell’episcopato. Il Vaticano ci sta dicendo di fidarci di questo processo istituzionale senza darci alcun motivo per farlo. È lo stile della diplomazia del XIX secolo ed è completamente inadatto a un’epoca di crisi istituzionale. Il fatto che abbiamo a che fare con un regime ateo e totalitario con innumerevoli casi di violazione dei diritti umani rende il tutto molto più problematico.

Questo modello di relazioni tra Chiesa e Stato riporta l’attenzione su un’epoca in cui la Chiesa governava in senso politico. Gestire lo Stato Pontificio richiedeva abilità che andassero oltre l’emissione di Messaggi per questa o quella Giornata Mondiale. Significava proteggere la sovranità, punire i criminali, riscuotere tasse e altre cose spiacevoli di cui la maggior parte dei teologi preferirebbe non interessarsi. Se l’obiettivo a lungo termine è il ripristino allo Stato pontificio, i funzionari della Segreteria di Stato dovrebbero dirlo.

In passato, era normale che lo Stato collaborasse con la Santa Sede nella nomina dei vescovi. Una delle ragioni è che i vescovi erano considerati leader sia temporali che spirituali e quindi avevano influenza politica. Questo potrebbe non essere stato in comunione con l’esempio di Cristo, ma molti dei suoi Vicari lo consideravano un aspetto necessario e legittimo del loro mandato divino.

Parlare oggi della responsabilità politica dei vescovi sembra una barzelletta. Con tutte le denunce di abusi sessuali, e dei relativi insabbiamenti di questi casi da parte della Chiesa, nessuno crede che i vescovi cattolici siano in grado di governare qualsiasi cosa, comprese le proprie cancellerie e seminari. I laici hanno poca o nessuna fiducia nei nostri pastori.

Cosa possono fare i vescovi per ripristinare la loro credibilità? Prima di tutto, devono dire la verità, anche e soprattutto quando è scomodo farlo. Con carità, certo, ma trattando i laici come adulti. Con tutto il dovuto rispetto per il Santo Padre, il silenzio di fronte a domande difficili sulla natura del matrimonio o l’inaffidabilità episcopale non è una risposta adeguata.

I vescovi devono anche affrontare questioni politiche da una prospettiva non di parte, o meglio super partes. Troppi pensano che debbano bilanciare le posizioni di destra sulla vita e la sessualità con quelle di sinistra sull’ambiente e l’economia, o al contrario che non dovrebbero dire nulla di politica. Una visione più ampia della politica e su ciò che possiamo ragionevolmente attenderci da essa sarebbe immensamente utile.

Infine, quando si tratta dei giovani, i vescovi devono concentrarsi sulla loro educazione e formazione piuttosto che assecondare la loro ignoranza. I giovani seri vogliono crescere nella fede e nella santità, anche se è difficile e impopolare. Maturità implica comprendere una vita come veramente umana e virtuosa. Al momento abbiamo troppi insegnanti che preferiscono l’immaturo a un senso di innocenza falsa e sentimentale.

Potrei chiedere troppo ai vescovi, che sono dopotutto élite in un’epoca populista. Molti di loro sono consapevoli della rabbia e della delusione nei loro confronti. Ritirarsi dalla scena pubblica o limitarsi a parlare di cose banali, tuttavia, non è la scelta responsabile da fare. Facendo del loro meglio, i veri pastori non evitano la politica, ma cercano di trasformarla come fa un’anima convertita con il suo corpo.

Kishore Jayabalan
Direttore