Lettera da Roma: Quid est homo economicus?

Kishore Jayabalan

Cari amici dell’Istituto Acton,
spesso gli intellettuali sono critici accaniti del capitalismo. La maggior parte di questi appartiene alla sinistra, quindi è normale identificare l’anti-capitalismo con il progressismo. Pertanto, non è un caso che i sistemi moderni di welfare siano stati amministrati da elite desiderose di rimediare ai presunti fallimenti del mercato percorrendo una strada che porta ad una società più egualitaria. Nell’élite di sinistra ci sono soprattutto professori universitari piuttosto che capitani di impresa, ma restano sempre élite.

Come possiamo spiegare la crescente insoddisfazione verso il capitalismo tra quella combriccola di intellettuali che si definiscono conservatori? Il capitalismo è cambiato in maniera così radicale da perdere il loro sostegno? O è stato sempre visto come un male da tollerare a vantaggio di un fronte comune contro il comunismo? Forse c’è qualcosa tra gli intellettuali, a prescindere dalla loro appartenenza politica, che li porta a disprezzare il fatto di fare soldi, che considerano la forza trainante della società.

In un certo senso, non è una novità. Lo storico Jerry Z. Muller, nel suo libro The Mind and the Market, spiega quanto gli intellettuali hanno criticato il capitalismo. Oggi il sentimento anti-mercato è particolarmente forte tra un piccolo ma influente gruppo di intellettuali: i teologi conservatori. Consideriamo, ad esempio, le ultime edizioni del giornale a tema religioso-politico First Things come pure del Journal of Markets and Morality, anche questo dell’Acton Institute.

First Things fu fondato da Padre Richard John Neuhaus, un grande sostenitore dell’economia di mercato. Il suo libro Doing Well and Doing Good influì molto sulla mia decisione di convertirmi al cattolicesimo, e mi servì come antidoto per le sciocchezze contenute in documenti come la lettera pastorale del 1986 Giustizia economica per tutti. La rivista di Padre Neuhaus ha convinto la gente devota del fatto che i capitalisti sono chiamati a contribuire al bene comune, agendo in maniera giusta, cioè senza rinunciare alle loro professioni ne espiare per il loro peccati.

L’attuale redattore di First Things, R. R. Reno, ha un approccio diverso. Nel suo articolo sul libro di Michael Novak, The Spirit of Democratic Capitalism, Reno scrive: “il capitalismo non è una scelta, questo concetto sembrava ovvio, non solo a me ma anche a molte altre persone, quando Michael scrisse il suo libro. È il nostro destino – e il nostro problema”. Reno comprendeva la necessità storica di collegare la libertà economica alle istituzioni democratiche e ad una cultura morale religiosa, però i tempi sono cambiati. Il capitalismo è diventato un’“ideologia rigida”, quindi dobbiamo riconsiderare la libertà economica e i suoi scopi. Reno conclude dicendo che: “Ciò che Michael Novak non ha riconosciuto – e che noi dobbiamo riconoscere – è che il dinamismo del capitalismo di libero mercato invade, sovvertire, ridisegna e talvolta distrugge questi luoghi di pace”.

Il mio collega Sam Gregg ha già risposto a Reno chiamando i conservatori religiosi a far parte dei sostenitori del libero mercato, che si impegnano per un utilizzo diligente della libertà, piuttosto che stare tra coloro che respingono il capitalismo. Non esiste la casualità nelle società libere, quindi si tratta di un compito che spetta solo a noi. Siamo pedine di Wall Street non più di quanto gli europei lo fossero del politburo. Per ripensare al capitalismo, avremo bisogno sia di una visione della società libera e virtuosa che di politici  che ci spingono verso tale visione e anche di teologi ed economisti.

L’unione tra teologi ed economisti è proprio ciò che troviamo nell’ultimo numero del Journal of Markets and Morality. Questa edizione è dedicata ad una discussione su John Maynard Keynes e sulle questioni morali, un argomento importante soprattutto perché un alto funzionario del Vaticano ha recentemente richiesto il rinnovo delle politiche keynesiane e un “nuovo Nuovo Deal”. Il buon esito di questo dipenderà da 1) se il pensiero economico di Keynes e le sue raccomandazioni siano giuste e 2) se lo sono, bisogna vedere se si possono applicare ai nostri tempi. (Invierò al più presto The Forgotten Man di Amity Shlaes a Mons. Tomasi).

Due articoli sono particolarmente rilevanti per la critica teologica dell’economia: “Homo Economicus versus Homo Imago Dei” di Brian Fikkert e Michael Rhodes e “Homo Economicus as Fallen Man: The Need for Theological Economics” di Robert C. Tatum. Il primo vede queste due visioni antropologiche dell’essere umano diametralmente opposte; il secondo vede una certa convergenza. Quello che mi sembra chiaro è che i teologi e gli economisti non comunicano spesso tra loro, raramente trovano termini comuni per discutere di preoccupazioni comuni.

Un’importante eccezione a questa tendenza è stata presentata da Paul Heyne, economista che ha avuto la formazione di un teologo e coautore del libro The Economic Way of Thinking. Nel suo ultimo discorso (grazie a Jordan Ballor per il riferimento), Heyne ha definito sei errori commessi dai moralisti nel criticare il capitalismo:

1) Dare troppa importanza alle motivazioni, trascurando le conseguenze.
2) Identificare l’egoismo con il proprio interesse.
3) Non ottenere risultati dalla concorrenza a causa della scarsità, invece del capitalismo.
4) Non vedere che i prezzi comunicano le informazioni necessarie per coordinare le attività.
5) Non comprendere che la giustizia viene applicata in modo diverso nella famiglia, nella comunità e nell’economia.
6) Pensare che il punto di vista divino possa essere applicato direttamente alle questioni umane.

Heyne, come Reno, ammette che i mercati distruggono le comunità, ma aggiunge che non dobbiamo aspettarci che i mercati facciano altrimenti. Gli individui che vivono in comunità locali li plasmano in base alle proprie abitudini e comportamenti, vale a dire secondo la loro cultura. La cultura, secondo Heyne, forma la società tanto quanto, se non di più, dell’economia.

I sostenitori del libero mercato, però, dovrebbero ammettere che l’economia e il “modo di pensare in maniera economica” influenzano anche la cultura in diversi modi. È necessario affrontare questioni quali: Che fattori sociali o culturali tengono sotto controllo l’economia, soprattutto in una società che colloca il commercio al centro di tutto? Cosa succede quando l’economia supera questi limiti e domina a scapito di altri beni? Quali sono i punti deboli dell’acquisizione illimitata di ricchezza e di un’economia sempre più finanziata?

Dopo aver studiato filosofia politica e dopo aver lavorando per la Santa Sede, mi sono rapidamente abituato a queste preoccupazioni riguardanti l’economia, che è stato il mio primo ambito di studi e di lavoro. Non ho saputo e non so ancora rispondere a molte domande, ma non sono più sorpreso di sentirle. (Anche se l’ignoranza economica è un problema, l’arroganza economica è probabilmente peggiore, come ammette l’economista Irwin Stelzer). Porsi tali interrogativi è utile per l’economia, sia come esercizio intellettuale, sia per auspicare il bene comune della società.

In ambiti politici e religiosi c’è spesso un atteggiamento presuntuoso verso l’economia, si da per scontato che essa possa essere manovrata e controllata quanto ci pare, cosa che i keynesiani erano molto disposti a permettere. I gruppi elitari tendono a non confrontarsi tra loro a scapito della gente comune. Il problema è che le persone hanno bisogno di lavorare e troveranno le maniere per farlo, a prescindere da ciò che dicono i loro superiori e dai modelli che essi possono promuovere.

Fortunatamente gli economisti non keynesiani sono molto più umili quando pensano a cosa possa essere conosciuto da un popolo libero o cosa può essere ad esso ordinato. Devo forse definire populisti questi economisti? Magari, dopotutto esiste un modo per colmare il crescente divario tra conservatori e libertari.

Kishore Jayabalan
Direttore