Conoscenza, umiltà e testimonianza evangelica

Rev. Gregory Jensen

Il primo settembre, Papa Francesco e il Patriarca Ecumenico Bartolomeo hanno rilasciato un messaggio congiunto per “La giornata mondiale di preghiera per il creato”. La loro dichiarazione ci ricorda giustamente che tutti abbiamo il “nostro dovere a usare responsabilmente dei beni della terra”. Ma l’esortazione del papa e del patriarca non dovrebbe essere letta in chiave politica.

A differenza della teologia, la scienza parla basandosi su probabilità. Le domande su come cambierà il clima col passare del tempo e sull’influenza dell’attività umana in tali cambiamenti non possono essere risposte con certezza assoluta. In questo caso dobbiamo prestare attenzione alle grandi rivendicazioni epistemologiche che ovviamente sollevano interrogativi sui limiti della conoscenza umana.

L’umiltà epistemologica ci impedisce anche di presumere che il cambiamento climatico sia negativo sempre e comunque. Il giornalista inglese Matt Ridley sostiene non solo che “il rischio del riscaldamento globale sta diventando eccessivo” ma anche che stiamo trascurando gli effetti positivi di livelli elevati di anidride carbonica nell’atmosfera. Ad esempio, vediamo un “incremento graduale ma ampio della vegetazione del pianeta”. Secondo Ridley, quest’incremento è “un risultato diretto della crescita dei livelli di anidride carbonica nell’atmosfera, piuttosto che dell’uso di fertilizzanti agricoli, dell’irrigazione, dell’aumento della temperatura o di maggiori precipitazioni”.

Ridley ci tiene a dire che lui non è uno dei “negazionisti del cambiamento climatico”. Piuttosto, dubita del fatto che il cambiamento climatico sia pericoloso. Un pianeta più verde sarà un pianeta migliore per gli esseri umani? Forse, ma affinché questo accada, dobbiamo spostare l’attenzione dalla scienza ambientale all’antropologia.

Troppo spesso, anche se ci sono prove che dimostrano il contrario, nei dibattiti sull’ambiente si tende a dare per scontato che gli esseri umani non sono in grado di adattarsi al cambiamento. Questo è abbastanza ironico, dato che la maggior parte degli ambientalisti sostengono che il cambiamento climatico è il risultato di una maggiore industrializzazione. Il clima sta cambiando perché gli esseri umani continuano a cambiare e adattarsi al nostro ambiente.

Poiché la nostra capacità di cambiamento ha portato all’industrializzazione (con la conseguente diminuzione dei livelli globali di povertà e il migliorando il tenore di vita), essa a sua volta ha permesso progressi tecnologici e scambi culturali che riducono l’impatto umano negativo sull’ambiente. L’acqua e l’aria, per esempio, sono molto più puliti di quando ero bambino.

Le normative statali hanno avuto un ruolo in questo. Ma esse erano la conseguenza dei cambiamenti nei desideri umani, dei progressi tecnologici e dell’aumento della ricchezza. Non è sufficiente volere una vita migliore o un ambiente più pulito. Abbiamo anche bisogno dei mezzi per ottenere queste cose. Il numero delle persone che hanno a disposizione tali mezzi è aumentato in tutto il mondo perché il cambiamento è possibile.

Anche le normative ambientali sollevano una domanda tecnica: funzioneranno? Possiamo sperare di sì, ma ci sono sempre eventi imprevisti che possono annullare anche le normative più pianificate e ricercate. Esse sollevano anche domande morali che non troveranno risposte chiare.

Le normative pregiudicano i diritti di proprietà. Essi non sono assoluti, quindi la legge civile e la tradizione morale cristiana permettono delle eccezioni al rispetto di tali diritti. Lo Stato, per il bene comune, può negare il diritto di un individuo o della comunità di utilizzare o disporre della propria proprietà come lo ritiene opportuno, con il monito che al proprietario deve essere corrisposto un giusto compenso (cosa che solleva una nuova serie di domande).

Un’altra questione morale è se la generazione attuale debba sopportare il costo dei cambiamenti climatici e quanto questo sia giusto. Anche se con un tasso relativamente basso di crescita economica, le generazioni future saranno più ricche di noi. Ciò significa che chiediamo a coloro che sono (relativamente) poveri di pagare per politiche da cui non ricavano alcun beneficio.

È giusto chiedere a questa generazione di sostenere i costi connessi ad un aumento di regolamentazioni e a guadagni più bassi a vantaggio di coloro che, in futuro, staranno meglio di noi? Dovremmo prendere soldi dalla tasca dei poveri di oggi per sovvenzionare la qualità della vita dei ricci di domani?

Qualunque cosa facciamo per quanto riguarda il clima, ci saranno costi e (speriamo) benefici. Anche se vogliamo pensarla diversamente, le nostre capacità di predire i risultati, quindi i costi e i benefici, sono limitati.

Per questo penso che Papa Francesco e il Patriarca Bartolomeo siano saggi nel ricordarci l’importanza della preghiera:

Dopo tutto, sappiamo che fatichiamo “invano” se il Signore non è al nostro fianco ( Sal. 126-127), se la preghiera non è al centro della nostra riflessione e celebrazione. Anzi, un obiettivo della nostra preghiera è quello di cambiare la maniera in cui percepiamo il mondo per cambiare le modalità in cui lo affrontiamo. L’obiettivo della nostra promessa è quello di essere coraggiosi nell’abbracciare una maggiore semplicità e solidarietà nella nostra vita.

Accogliere l’umiltà epistemologica come nucleo di qualsiasi azione nei confronti dell’ambiente non è solo una semplice questione tecnica. È frutto di un profondo pentimento che viene solo attraverso la fede nella Santissima Trinità, che ha creato tutto. Seguendo l’esempio offerto dal papa e dal patriarca, la partecipazione dei cristiani ai dibattiti ambientali non deve limitarsi a questioni tecniche e politiche. Deve anche essere basata sul vangelo.

NOTA: L’articolo originale, Knowledge, humility and evangelical witness, è stato pubblicato sul nostro sito il 6 settembre 2017. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.