Cari conservatori ostili alle economie di mercato: studiate Wilhelm Röpke

Samuel Gregg, D. Phil.

Anche se i conservatori sono spesso rappresentati come forti sostenitori del libero mercato, non tutti lo sono. Oggi, come in passato, molti individui si sono definiti conservatori pur esprimendo forti riserve verso le economie di mercato oppure rifiutandole del tutto.

Io, che mi identifico molto con lo spirito conservatore, ho notato anche che lo scetticismo dei conservatori nei confronti del mercato è aumentato negli ultimi anni. La crisi finanziaria cominciata dalla fine del 2007 ed estesa fino al 2009 e la recessione che ne è seguita hanno formato l’idea – anche tra i conservatori – che i mercati liberi sono sostanzialmente ingiusti, facilitano le tendenze culturali malsane e lasciano molte persone ai margini della vita economa.

Sarebbe ingiusto banalizzare la critica fatta dai conservatoti al capitalismo pensando che essa deriva solo da un’insufficiente conoscenza dell’economia e della storia economica, oppure da romantiche visioni della vita pre-industriale. Certamente, questi e altri elementi sono importanti. Presumo che quest’atteggiamento negativo derivi dal fatto di aver vissuto delle turbolenze associate ai recenti sconvolgimenti economici e che questi ultimi, come di solito si pensa, avvengono nei mercati liberi.

Ma sicuramente un’altra causa del crescente sentimento anti-mercato sta nelle tante risposte inadeguate dei sostenitori del libero mercato a queste ed altre preoccupazioni. Le risposte come “Se avessi compreso l’economia capiresti che tutti possono diventare ricchi a lungo termine” possono essere vere, se pensiamo complessivamente alla prosperità materiale, all’aspettativa di vita e alla salute. Solo un folle potrebbe banalizzasse queste cose. Tale ragionamento, però, non può risponde alle domande legittime che molti conservatori si pongono da tempo, ad esempio sotto quali aspetti i mercati si inseriscono nella vita pratica, cosa che va al di là del porre l’enfasi sull’autonomia individuale.

Un pensatore che ha affrontato seriamente questi argomenti in termini particolarmente ampi e approfonditi è un economista, probabilmente la persona che ha maggiorente contribuito a gettare le basi intellettuali del miracolo economico tedesco del dopoguerra basato sulle economie di mercato. Sto parlando di Wilhelm Röpke, che è morto poco più di mezzo secolo fa. Tuttavia, nei suoi numerosi scritti viene ampiamente apprezzata la capacità unica che ha l’economia di mercato di risolvere molti problemi economici e di contribuire allo sviluppo di società libere e civilizzate; inoltre nelle sue opere appare anche come un economista che riflette profondamente – usando le parole del suo libro più famoso – al di là del mondo della domanda e dell’offerta.

Nato nel 1899 a Schwarmstedt nella bassa Sassonia, Röpke è stato decisamente segnato, come molti della sua generazione, dall’esperienza del combattimento nella prima guerra mondiale. Eroe di guerra decorato, si è laureato all’Università di Marburg con un dottorato di ricerca in economia nel 1921. All’età di ventiquattro anni, è diventato il professore più giovane della Germania. Il fatto di approfondire diverse discipline oltre a quella economica gli ha permesso di avere una certa padronanza di varie lingue europee classiche e moderne, Röpke era una star intellettuale in un Paese che prendeva molto sul serio gli studiosi.

Le sue idee sul libero mercato si manifestarono presto. Egli si opponeva fortemente ai cartelli e ai monopoli che invadevano l’economia della Germania Imperiale e di Weimar. Per questo motivo, Röpke criticava apertamente i rapporti di complicità tra le grandi aziende tedesche e i partiti politici. Egli era contrario anche al controllo dei prezzi, criticava le politiche di welfare instaurate da Otto von Bismarck e poi ampliate dai successivi governi tedeschi. Era un sostenitore della libertà economica in un’epoca di protezionismo e un permanente sostenitore del sistema aureo in un periodo in cui gli Stati cercavano di nascondere i problemi economici più gravi che si presentano quando si stampa altro denaro.

Fino alla prima metà degli anni ‘30, la politica di Röpke era più di tipo liberale classico che conservatrice. Pur essendo un patriota tedesco, Röpke criticava il fardello dell’iper-nazionalismo alla base del conservatorismo tedesco del XX Secolo, che in molti casi si basava su idee protezionistiche. A causa della sua critica aperta al nazionalsocialismo (abbinata alle sue altrettanto forti denunce del comunismo) fu uno dei primi professori ad essere licenziato dalle università tedesche dopo che i nazisti presero il potere nel 1933.

Röpke, in quanto vero eroe di guerra e bravo atleta, si avvicinava molto al tipo “ariano” dei nazisti ed era proprio quel tipo di intellettuale che avrebbe potuto avere successo nella Germania nazionalsocialista, se lo avesse voluto. Ma piuttosto che piegarsi alle aspettative del regime, Röpke è andato in esilio. Ha insegnato economia all’Università di Istanbul prima di diventare professore dell’Institute of International Studies di Ginevra nel 1937.

Nel periodo trascorso in Turchia, Röpke ha iniziato a porsi delle domande sulle precondizioni che non permettono di avere dei liberi mercati, e che fanno perdere alle civiltà la libertà e uno stile di vita giusto. Più tardi, dirà che la sua esperienza di vita in un Paese musulmano (sebbene allora fosse fortemente secolarizzato) gli ha fatto comprendere le grosse differenze tra le società occidentali “e tutte le altre”. Röpke osserva che le differenze più significative stavano nelle istituzioni, nel rispetto dei valori e, soprattutto, nella religione.

Con l’età, il cristianesimo di Röpke divenne più importante per lui, a livello personalmente e intellettuale. Descrivendosi come cristiano protestante che desiderava che la Riforma non ci fosse mai stata, Röpke diventò sempre più critico nei confronti dell’ostilità verso il cristianesimo che pervadeva i circoli accademici liberali in cui viaggiò. Come Alexis de Tocqueville, Röpke affermava che fosse stato il cristianesimo, piuttosto che il liberalismo, a dare il contributo maggiore alla nascita della libertà in Occidente. Nemmeno Röpke esitava a mettere in evidenza l’utilitarismo, il positivismo e lo scientismo che si trovano appena sotto la superficie di buona parte del pensiero liberale del XIX secolo.

Inoltre, come Adam Smith, Röpke non aveva paura di ammettere che i mercati liberi possono avere effetti negativi. Alcuni dei suoi scritti riguardano la ricerca dei modi per migliorare, ad esempio, l’impatto sociale deleterio spesso associato ad una specializzazione troppo mirata che porta a quella divisione dei compiti sostenuta dai mercati in crescita.

Röpke non si opponeva cecamente all’intervento dello Stato. Credeva (come Smith) che ci fossero occasioni in cui gli Stati dovevano agire per scongiurare crisi maggiori che potessero minacciare la fiducia indispensabile nei mercati liberi.

Egli credeva comunque che tali interventi dovessero essere guidati da principi costituzionali e giuridici che 1) impedivano che questi provvedimenti temporanei si trasformassero in elementi più permanenti della sfera economica e 2) promuovessero le caratteristiche fondamentali del mercato come prezzi liberi, proprietà privata, stabilità monetaria e concorrenza libera. Queste idee si trovano al centro della liberalizzazione dell’economia tedesca occidentale, portata avanti da Ludwig Erhard del 1948, che ha trasformato un paese devastato in una superpotenza economica europea in dieci anni. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Erhard aveva letto per quanto poteva, clandestinamente, gli scritti di Röpke. In seguito li ha diffusi, e l’esempio morale di Röpke è stato un punto di riferimento costante negli anni in cui è stato ministro dell’economia della Germania dell’Ovest.

Nonostante le sue critiche di alcuni aspetti del pensiero del libero mercato, Röpke non si è mai sbagliato quando riteneva che i compromessi che derivano dall’accettazione di una società commerciale valgano la pena. Soprattutto perché credeva che l’economia di mercato riflettesse determinate verità sulla condizione umana. Negare queste verità, pensava, era come negare che gli esseri umani sono fallibili.

Tuttavia, ciò che differenzia la maniera in cui Röpke sostiene l’economia di mercato negli anni successivi è proprio il modo in cui appoggia come conservatore la libertà economica piuttosto che argomenti liberali o libertari più classici. Si può vedere questo cambiamento nel pensiero di Röpke nella sua trilogia scritta in Svizzera durante la Seconda Guerra Mondiale. L’espressione più matura delle riflessioni di Röpke su tali questioni era manifestata nella sua famosa opera A Humane Economy: The Social Framework of the Free Market, tradotta in inglese nel 1960.

Descritto dal noto economista della concorrenza e dell’imprenditoria (e noto studioso talmudico) Israele Kirzner come “un classico”, l’opera ha spiegato tutte le ragioni per cui il socialismo non può fare a meno di provocare gravi disfunzioni economiche. Ha anche espresso una forte critica al keynesianismo, allora in auge, mostrando gli effetti negativi di cercare di promuovere la piena occupazione e la sicurezza per tutti attraverso la spesa in disavanzo, l’allentamento della politica monetaria e i programmi di welfare. Questi “fatti”, come li ha chiamati Röpke, “richiedono una solida posizione contro” il socialismo e le economie miste da parte di chiunque guardi la realtà con attenzione. Gli stessi fatti, ha affermato, dovrebbero portarci a sostenere il mercato quando si tratta di politica economica.

Quest’ultimo aspetto è importante poiché riflette la convinzione di Röpke che i mercati debbano essere fondati su culture fortemente caratterizzate da popolazioni di famiglie sane e associazioni intermedie, sistemi politici che mettono in primo piano il federalismo e filosoficamente parlando sostenuti da un forte impegno nei confronti delle verità morali assolute e del diritto naturale. Röpke ha inoltre ribadito che le culture in cui sono incastonati i mercati devono respingere quelli che ha chiamato “ismi”, come “utilitarismo, progressismo, secolarismo, razionalismo”. Röpke ha anche condannato con forza ciò che Eric Voegelin chiama “immanentismo” vale a dire, credere che gli esseri umani, in qualche modo, producano un cielo sulla terra.

Se tutto questo sembra conservatore, è perché lo è. Persino Röpke descrisse queste idee come “ingredienti conservatori” della sua economia politica. Ricordano anche il tipo di economia associata a Edmund Burke.

Questo non dovrebbe sorprenderci. Burke era, infatti, un ammiratore di La Ricchezza delle nazioni (1776) di Smith, un forte sostenitore del libero scambio, un convinto cristiano e il fondatore del moderno conservatorismo proprio grazie alla sua opposizione ai vari “ismi” scatenati dalla rivoluzione francese. A questo punto, Burke prefigura l’argomento di Röpke secondo cui la libertà economica è indispensabile (anche se insufficiente) per preservare ciò che Röpke ha definito “la civiltà occidentale” dai governi e delle burocrazie eccessivamente centralizzati che corrodono la libertà e danneggiano quelle comunità che nutrono le virtù alla base della libertà.

Queste sono tutte intuizioni classiche Burkeane, alle quali i conservatori interessati alle alternative economiche tradizionali (o anche cripto-socialiste) al mercato devono prestare attenzione. Röpke, come tanti conservatori, era sensibile a molti dei problemi legati alla modernità. Questo, però, non gli ha impedito di sottolineare come le economie di mercato – al contrario del capitalismo clientelare, della socialdemocrazia o delle varianti del populismo che hanno inflitto la miseria economica a molti paesi dell’America latina – possono contribuire a promuovere obiettivi decisamente non economici che il conservatorismo ha sempre considerato importanti.

Certamente Röpke non aveva ragione su tutto. Ha, ad esempio, aderito all’isteria della crescita della popolazione che preoccupava molti intellettuali dell’Europa occidentale (e che li preoccupa ancora). Nel definire il suo progetto per limitare e guidare l’intervento economico statale, Röpke ha lottato per elaborare linee chiare di demarcazione.

Tuttavia, ha avuto ragione su alcune cose molto importanti. Tra queste, la sua previsione che l’Unione Europea, che al suo tempo era la Comunità Economica Europea, si sarebbe trasformata in un colosso burocratico di ordinamento verticale dall’alto verso il basso e che avrebbe minacciato molte delle libertà e dei valori preservati dai conservatori e da molti liberali classici. Allo stesso modo, i suoi avvertimenti che il welfare avrebbe danneggiato in maniera significativa ciò che oggi chiamiamo società civile – cosa a cui i conservatori davano un valore particolare – hanno colpito nel segno.

Tutto questo discorso era per sollecitare i conservatori attratti da scuole di pensiero economico che vanno dal distributismo al corporativismo o che sono persino tentati dall’analisi economica marxista a leggere alcune delle opere di Röpke prima di rifiutare cecamente l’economia di mercato. In testi come A Humane Economy and Economics of the Free Society (1963), troveranno molte delle loro preoccupazioni spiegate con vivacità e in maniera obbiettiva. Ma leggeranno anche forti argomenti normativi sul perché un impegno a sostegno delle economie di mercato può e deve far parte del programma conservatore in un’epoca in cui l’economia della sinistra è in ascesa proprio come all’epoca di Röpke.

Note: L’articolo originale Dear Anti-Market Conservatives: Meet Wilhelm Röpke è stato pubblicato il 6 settembre 2017 su Library of Law and Liberty. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.