Kishore Jayabalan

Questa sarà la mia ultima lettera da Roma, poiché mi sono dimesso e lascio il mio incarico di direttore dell’Istituto Acton ufficialmente da domani, 1 ottobre. Ho iniziato a scrivere questi brani mensili nel mese di gennaio nel 2010 per darvi un’idea di come si vive e si lavora nella Città Eterna, a volte anche tramite lettere scritte dalle diverse parti del mondo che ho visitato. Spero che le abbiate trovate divertenti, forse anche istruttive. Dopo vent’anni meravigliosi, è semplicemente arrivato il momento di cambiare.

I lettori di lunga data sicuramente hanno ben  compreso alcune mie frustrazioni nell’affrontare la vita romana, ma vado via comunque grato per le tante benedizioni che ho ricevuto. In quale altro modo potrebbe sentirsi una persona, come me, nata a Chicago da immigrati induisti che ha frequentato una piccola scuola parrocchiale cattolica a Flint, nel Michigan, e che ha avuto l’occasione di trascorrere due decenni in questa città internazionale storica senza eguali?

Sono meravigliato quando penso alla mia permanenza qui dall’inizio fino agli ultimi giorni. Non posso andarmene senza cercare di semplificare tutta la mia esperienza in 10 ricordi preferiti.

10. Sperimentare il commercio romano. Nella maggior parte dei paesi industrializzati, in particolare negli Stati Uniti, il cliente ha sempre ragione. Ottenere un rimborso se non sei soddisfatto è relativamente semplice perché i commercianti vogliono che ritorni. Questo non succede mai a Roma. I clienti per la prima volta vengono generalmente trattati come se fossero solo un fastidio o come se fossero stupidi. Invece, i clienti abituali vengono trattati come familiari. Se sei cliente abituale di una trattoria, una gelateria, un bar, un barbiere, ecc., sarai sempre ricordato e accolto con affetto, anche se non lasci nessuna mancia. A volte potrebbe capitare che non ti fanno nemmeno pagare.

9. Destreggiarsi nella burocrazia romana. Beh, questo non è esattamente uno dei mie punti preferiti ma deve essere menzionato come l’altra faccia della medaglia del commercio romano. Ho perso il conto delle ore trascorse in fila negli uffici dell’immigrazione e negli uffici postali, solo per sentirmi dire che la mia documentazione non era a posto. Invece di spiegarmi le procedure giuste per sistemare la documentazione, gli impiegati dietro la scrivania mi dicevano che non dovevo preoccuparmi perché sono americano e quindi avrei inevitabilmente speso in Italia molto di più di quanto avrei ricevuto in servizi pubblici (ovviamente non sapevano che avrei subito due interventi chirurgici nel reparto di ortopedia). Mi chiedo come sarebbe stata la mia esperienza se fossi un immigrato dall’Asia meridionale.

8. Imparare la lingua italiana. Ho studiato francese al liceo e all’università e quindi avevo dei pregiudizi sulla lingua di Dante. Dopo solo un mese di studi, la mia grammatica italiana è tutt’altro che perfetta. Non ho mai provato a liberarmi del mio accento americano usando tutti i muscoli della bocca e della gola per esagerare la mia enunciazione. Tuttavia, ogni italiano che ho incontrato mi è sembrato sinceramente compiaciuto dello sforzo e non ha mai guardato dall’alto in basso gli stranieri per aver massacrato la musicalità della loro bellissima lingua.

7. Viaggiare in Italia e in Europa. Siccome l’Italia è così varia da un punto di vista geografico e culturale, è facile capire perché a livello politico mancano spesso i sentimenti di unità nazionale. Tuttavia, questa diversità rende la visita del paese estremamente piacevole per i turisti. Anche le altre città europee si raggiungono facilmente in aereo. A causa della mia connessione con Giovanni Paolo II, Cracovia è una delle mie preferite. Siamo sinceri: preferireste trascorrere il fine settimana a Cleveland o Barcellona?

6. Perdersi nelle strade romane. Roma è una città bellissima, se alzi lo sguardo oltre il livello stradale ignorando la spazzatura e i graffiti che sembrano onnipresenti. (La situazione è notevolmente peggiorata con l’arrivo di un sindaco del Movimento Cinque Stelle.) È anche abbastanza piccola, tanto che perdersi nel centro storico è una piacevole avventura; non sai mai quale chiesa, fontana o cortile troverai dietro l’angolo. L’esperienza è sicuramente meno stressante grazie all’invenzione del GPS e degli smartphone. Roma è molto adatta ai pedoni una volta che impari bene le “regole” dei motorini.

5. Gustare il cibo e le bevande romani. A chi non piacciono la pasta, la pizza e il gelato? In quale altro luogo è possibile ottenere un caffè non solo più economico ma di qualità superiore (anche se la quantità è minore) rispetto alle catene multinazionali come Starbucks o Costa? Poi ci sono tantissime varietà di vini, anche a buon prezzo...

4. Essere ospitali con i turisti. Poiché ho vissuto a Washington, DC, Toronto e New York prima di arrivare a Roma, ero abituato ai turisti, però qui era diventato quasi impossibile passare tanto tempo a visitare la città e soprattutto a mangiare ed essere allo stesso temo un lavoratore produttivo. Ho imparato presto che gli italiani amano mostrare ai visitatori la loro città natale e mancherebbero tranquillamente al lavoro per poterlo fare, questo potrebbe spiegare la situazione difficile dell’economia italiana.

3. Incontrare le squadre di pallacanestro e di football americano dell’Università del Michigan e Tom Brady. Sono rimasto un fan eccessivamente devoto alle squadre sportive della mia università, quindi gli incontri con due squadre in occasione del loro viaggio a Roma nel 2014 (basket) e nel 2017 (football) devono essere classificati tra i momenti salienti degli ultimi vent’anni. Durante il pontificato di Giovanni Paolo II ho anche incontrato Tom Brady, già quarterback dell’Università del Michigan e attuale leggenda dei New England Patriots. Brady ha poi vinto altri quattro Super Bowl; le squadre di pallacanestro e di football hanno avuto stagioni terribili dopo la loro visita in Italia. Coincidenza oppure, io oserei dire, effetto Francesco?

2. Fare amicizie con i romani e gli italiani. Il miglior consiglio che ho ricevuto sulla vita a Roma è stato quello di Padre Paul McNellis, SJ, professore americano di filosofia politica presso la Pontificia Università Gregoriana. Mi disse di costringermi a fare amicizie con italiani, nonostante le difficoltà con la lingua e i modi di fare differenti. Sarebbe stato certamente molto più facile frequentare quelli che parlavano la mia lingua ma anche molto meno arricchente. Gli italiani sono probabilmente gli amici più affettuosi che si possano avere; gli amici intimi sono come membri della famiglia. I romani tendono ad essere diversi dagli altri italiani, un po’ più orgogliosi e più difficili da conoscere, ma hanno dalla loro parte molta storia per sostenere itale diversità.

1. Lavorare per Papa San Giovanni Paolo II e il Cardinale Francesco Saverio Nguyen Van Thuan. Ho iniziato in grande stile, ricevendo i sacramenti del Battesimo, della Cresima e della Santa Comunione da Papa Giovanni Paolo II nel 1996. Tre anni dopo, lavoravo per il Cardinale Francesco Saverio Nguyen Van Thuan al Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace. Nonostante (o forse a causa) delle sofferenze subite per tredici anni in un carcere dei Viet Kong, nove dei quali in isolamento, il cardinale Van Thuan era l’uomo più umile e sereno che abbia mai conosciuto. Ho incontrato anche tanti dei miei attuali amici tra i milioni di persone arrivate a Roma per l’Anno Giubilare e la Giornata Mondiale della Gioventù nel 2000; siamo stati attratti da questi due uomini santi che hanno proclamato Gesù Cristo “ieri, oggi e domani”. Il cardinale Van Thuan è deceduto nel 2002, la sua causa di beatificazione è in corso. La generazione di GPII si è riunita a Roma, prima nell’aprile 2005 per i funerali - poco dopo che ho lasciato il Vaticano per lavorare all’Istituto Acton - poi per la sua beatificazione nel 2011 e successivamente per la canonizzazione nel 2014.

Eccoli, venti anni di ricordi in mille parole. Oltre a più di 100 lettere da Roma, ci sono state molte conferenze, seminari e i gruppi di discussione Campus Martius di successo, che ho apprezzato particolarmente. Devo ringraziare lo staff presente e passato dell’Acton Institute, in particolare quelli che mi hanno assunto - Padre Robert Sirico, Kris Mauren e Samuel Gregg, il mio quasi fratello/compagno di viaggi nel mondo Michael Matheson Miller e i miei colleghi dell’ufficio di Roma, Michael Severance e Rita De Vecchi, che porteranno abilmente avanti la missione dell’Acton. Ringrazio anche i benefattori dell’Acton, estremamente generosi, molti dei quali non ho mai conosciuto personalmente. È stato molto bello lavorare per diffondere il messaggio di religione e libertà economica a Roma e in tutto il mondo cattolico.

Durante il mio periodo all’estero, mi sono sentito più un ambasciatore non ufficiale di idee americane piuttosto che un espatriato in cerca di una nuova casa, quindi sono ansioso di tornare negli Stati Uniti. Tuttavia, anche Roma è diventata casa, così come lo è per tutti i cattolici. Lavorare, vivere e pregare così vicino a tre papi ha rafforzato il mio apprezzamento per l’unità e l’universalità della Chiesa, così tanto messa alla prova dalla nostra era multiculturale. Spero di continuare ad analizzare l’unità e la diversità sia della Chiesa che della società nei miei compiti futuri. Mentre scrivo, la mia prossima destinazione è sconosciuta, ma sono già state costruite fondamenta solide.

Per chi volesse restare in contatto con me, questa è la mia email personale kishorerome[AT]gmail.com.

Arrivederci Roma!

Foto: Servizio Fotografico, "L'Osservatore Romano"