È arrivato il momento per un’enciclica sulla persecuzione cristiana

Samuel Gregg, D. Phil.

Nessuno avrebbe descritto il New York Times come un giornale particolarmente in sintonia con il cristianesimo tradizionale. Il piacimento ben stabilito della “Grey Lady” per le versioni completamente secolarizzate della fede cristiana non ha, tuttavia, impedito la pubblicazione di un recente articolo che sottolinea le continue e brutali persecuzioni di cristiani nel Medio Oriente. Se il Times è turbato per quello che sta succedendo ai cristiani nella prima regione in cui comparve il cristianesimo, ci dovrebbe far capire quanto le cose si stiano mettendo male.

I fatti circa la profonda sottomissione dei cristiani di tutto il mondo non hanno proprio bisogno di essere ripetuti. Ogni giorno leggiamo di maltrattamenti di lavoratori stranieri cristiani in Arabia Saudita, la violenza scatenata contro i cristiani in India dai nazionalisti indù, la repressione dei cristiani da parte del regime comunista cinese, o il massacro di cristiani africani da parte di estremisti islamici. Ciò che viene inflitto ai cristiani in tutto il Medio Oriente dall‘ISIS e altri terroristi islamici è un caso a parte:  in una parola, è inesprimibile.

Quando alcuni leader cristiani occidentali parlano di quest’assalto contro i loro fratelli, tendono ad usare un linguaggio del tipo "più addolorati che arrabbiati". In un certo modo, questo segue dal comando di Cristo di amare i nostri nemici e pregare per quelli che ci perseguitano. Detto questo, ciò che stanno facendo ai cristiani viola ogni norma della giustizia, mentre non c'è stata affatto mancanza di clero che abbia esitato in questi ultimi anni ad utilizzare un linguaggio diretto, fortemente carico, e sonoro per condannare ciò che essi considerano ingiustizie economiche e ad additare quelli che considerano responsabili di tali errori.

Tale è il livello e la pura barbarie della persecuzione dei cristiani che oggi sarebbe ragionevole chiedersi se Papa Francesco potesse prendere in considerazione la pubblicazione di un'enciclica per denunciare la distruzione sistematica delle comunità cristiane in Medio Oriente e altrove, e per ammonire i responsabili in termini inequivocabili in modo che essi, come il resto di noi, non possano sfuggire al giudizio di Dio per le loro azioni. A dire il vero, Francesco ha parlato in diverse occasioni di quanto stia accadendo ai cristiani in Medio Oriente. Egli ha anche descritto la situazione come "genocidio" e acutamente sottolineato che equivale a un ecumenismo del sangue.

Eppure, come Padre Benedetto Kiely ha recentemente fatto notare, i commenti pubblici del papa su questo argomento non sono stati sempre coerenti. Una volta Francesco ha dichiarato che l'uso della forza per difendere i cristiani era legittimo. Eppure ha subito mitigato la sua osservazione dicendo che ciò non significa "bombardare o fare la guerra". Che altra forza, ci si potrebbe chiedere, ha in mente il papa?

I papi, nel recente passato, non hanno esitato a pubblicare encicliche che condannavano la persecuzione dei cristiani. Nel 1930, per esempio, Pio XI ha usato questa forma di insegnamento del magistero in diverse occasioni per protestare contro la repressione nazista della Chiesa in Germania, il brutale trattamento dei cattolici per mano dei governi messicani anticlericali, le molestie di gruppi cattolici da parte del regime fascista italiano e gli sforzi comunisti per eliminare la Chiesa in quelle terre dove sventolava la bandiera con falce e martello.

Una delle ragioni della titubanza di parlare in termini forti per mezzo di un'enciclica dell'attacco attuale ai cristiani può essere la prudenza. Tale documento, si sostiene, potrebbe rendere la situazione dei cristiani in paesi come l'Iraq e la Nigeria peggiore. Provocare i persecutori potrebbe portarli a commettere ancora più barbarie. Il problema di questa logica è che è difficile immaginare quanto possa essere peggiore, per esempio, il trattamento di quei cristiani esiliati, derubati, torturati, violentati, resi schiavi, e macellati da criminali come l'ISIS.

Un altro fattore che potrebbe contribuire a una certa riluttanza a pubblicare un'enciclica su quest’argomento è che sarebbe difficile evitare di dire chi sono i persecutori ed elaborare il perché lo stanno facendo. Certo, molte persecuzioni di cristiani sono inflitte da regimi comunisti in paesi come Corea del Nord, Cina, Cuba e Vietnam, per non parlare di nazionalisti in India. La maggior parte, però, della persecuzione attuale dei cristiani proviene da movimenti musulmani. Un elenco recentemente rilasciato da un altro giornale di sinistra britannico, The Guardian, ha evidenziato che 16 dei 25 paesi in cui i cristiani subiscono le feroci persecuzioni  sono prevalentemente musulmani. Questo fatto difficile da smentire non si adatta al racconto "religione di pace" a cui alcuni cristiani si sono attaccati in tempi recenti: una storia che non quadra con gran parte della teologia e pratica di molti regimi musulmani e movimenti nella storia passata e recente. Ma non prendetemi in parola. Prendete in considerazione gli scritti del pensatore più importante del mondo cattolico sull'Islam, il teologo gesuita di origine egiziana Samir Khalil Samir che vive in Libano.

Tramite i suoi numerosi libri e articoli, Padre Samir parla in modo convincente e con considerevole simpatia della teologia islamica nonche delle vite di chi vive quotidianamente con i  musulmani. Ma non esita a dichiarare nel suo libro 111 Questions on Islam (2002) che quelli che dicono che gruppi come i talebani agiscono contrariamente alla credenza islamica "solitamente sanno poco di Islam".

In un certo senso, è strano che relativamente pochi importanti vescovi cattolici occidentali  sembrano aver reso consistente, pubblica, e persino esplicita la protesta contro la persecuzione dei cristiani in luoghi come l'Iran, la Siria o il Sudan come una dimensione centrale del loro ministero. Figure in contrasto con la dottrina cattolica di base sulla sacralità della vita umana come il sindaco di New York Bill de Blasio hanno descritto Papa Francesco come leader morale del mondo. Sarebbe utile, per usare un eufemismo, che il papa spendesse un po' del suo capitale morale sotto forma di un'enciclica che (1) rassicurasse i perseguitati cristiani che il resto della Chiesa non li ha dimenticati; (2) chiedesse ai persecutori perché pensano di arrogarsi il diritto di trattare i cristiani e gli altri (tra cui molti musulmani) in modo abominevole; e (3) ricordasse che ai leader cristiani di tutto il mondo che, qualunque sia la loro confessione, hanno una responsabilità concreta di fare tutto il possibile per fermare, ad esempio, la distruzione sistematica della vita cristiana nella culla del cristianesimo.

Se, ad esempio, alcuni particolari vescovi cattolici dell'Europa occidentale dedicassero così tanto tempo a mettere in evidenza la persecuzione dei cristiani piuttosto che a investire nel tentativo di manipolare il resto della Chiesa e nello stravolgere la già finalizzata dottrina cattolica sul sesso e sul matrimonio, alcuni governi europei potrebbero fare di più per combattere quei gruppi che gioiscono nel vedere i cristiani umiliati in tutto il mondo. Come ha osservato il Cardinale Robert Sarah nel suo recente libro-intervista, Dieu ou Rien, è notevole che alcuni occidentali cattolici europei sembrano così ansiosi di ridurre le richieste morali della fede cattolica a attitudini vuote ed acritiche, mentre alcuni dei loro fratelli e sorelle in Cristo sono uccisi per mantenere quella stessa fede in altre parti del mondo.

Nella sua enciclica Laudato si', Papa Francesco invoca una visione oscura di un mondo sull'orlo della catastrofe ambientale. Nei prossimi decenni, ho il sospetto che la maggior parte di questi pronostici finirà nella stessa categoria in cui ora inseriamo previsioni simili ad Armageddon realizzate nel 1960 da catastrofisti, come Paul R. Ehrlich, sull’esplosione della popolazione. Apocalisse, però, è la parola che cattura esattamente ciò che sta accadendo ad alcuni cristiani di tutto il mondo. E se, come sicuramente lo è, la responsabilità di base dei pastori della Chiesa è quella di proteggere il loro gregge dai lupi, non c'è nessuna buona ragione per cui il capo pastore della Chiesa non deve parlare con fermezza, in modo coerente, e per mezzo di una delle forme più alte di insegnamento del magistero circa l'assalto contro i cristiani di oggi.

Certo, così facendo il papa non guadagnerebbe l’approvazione di chi preferirebbe che quest’argomento non fosse sollevato così pubblicamente e drammaticamente. Ma una tale enciclica renderebbe più difficile per loro, e a gran parte del resto del mondo, continuare a  ignorare o relativizzare l'ombra della morte che attualmente incombe su alcune delle più antiche comunità cristiane del pianeta.
 

Nota: l’articolo originale It’s Time for an Encyclical on Christian Persecution è stato pubblicato su Crisis il  6 agosto  2015. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.

 

 

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