Perché i musulmani sacrificano gli animali per Dio?

Mustafa Akyol

Questa settimana, 1,5 miliardi di musulmani nel mondo celebrano l’Eid al-Adha, una festa di quattro giorni che di solito include preghiere comunitarie, scambio di regali per i bambini e visite ai membri della famiglia e ai cimiteri. Ma il rituale principale sarà quello che dà il nome alla festa: “Adha”, che significa “sacrificio” in arabo. La maggior parte delle famiglie che possono permettersi di farlo macellano un animale – forse una pecora, una capra, una mucca o un cammello. L’animale sarà bendato, gentilmente steso e poi macellato mentre si loda il nome di Dio. La carne è consumata dalla famiglia e distribuita anche ai vicini e ai bisognosi.

Per alcuni non musulmani, può sembrare strano che i musulmani abbiano un rituale così cruento. Ma ebrei e cristiani dovrebbero essere in grado di collegarlo all’origine delle festività: la storia biblica del sacrificio di Isacco.

Questa storia è nel libro della Genesi e, con alcune varianti interessanti, nel Corano. Nella storia, Abramo riceve un ordine ingannevole da parte di Dio: deve offrire il suo amato figlio in sacrificio. Come devoto servitore di Dio, accetta di obbedire e porta il bambino sul monte Moria per sacrificarlo. All’ultimo momento, Dio, soddisfatto della devozione di Abramo, salva il ragazzo mandando un ariete come sacrificio sostitutivo.

Ci sono piccole differenze tra la storia raccontata nell’Islam e quella del giudaismo e del cristianesimo – come il nome del bambino, che il Corano non menziona e i musulmani nel tempo l’hanno nominato Ismaele. Ma la lezione morale è la stessa: la devozione di Abramo dovrebbe essere celebrata. Era disposto a obbedire all’ordine di Dio, anche se ciò significava uccidere suo figlio.

Nella tradizione cristiana, tuttavia, questa visione ha affrontato un’importante sfida durante l’illuminismo. Immanuel Kant, il filosofo tedesco del XVIII secolo, criticò la cieca sottomissione di Abramo non come un esempio da emulare ma come un fallimento da evitare. Abramo avrebbe dovuto essere certo del proprio senso morale, sostenne Kant, e sospettoso di una voce apparentemente divina che lo autorizzava a fare qualcosa di così crudele come sacrificare suo figlio. Kant non stava necessariamente dicendo di sfidare Dio, ma stava sostenendo la ragione umana.

Il mondo musulmano in generale non ha avuto il suo Illuminismo, ma ciò non significa che i musulmani non abbiano mai sviluppato idee simili. Anche l’Islam medievale aveva i suoi razionalisti che hanno anche preso una posizione non convenzionale sulla storia del sacrificio per lo stesso motivo di Kant: non potevano accettare che Dio avesse ordinato qualcosa di così crudele.

Questi erano i Mu’tazilites, membri di una scuola teologica fiorita in Iraq intorno al IX secolo, secondo cui i “buoni” e i “cattivi” erano definiti non solo dai verdetti divini, come sostenevano i loro rivali, ma anche dalla ragione umana. Ad esempio, l’omicidio non era cattivo semplicemente perché Dio aveva detto questo agli uomini – era oggettivamente cattivo. Inoltre, Dio non farebbe mai, o ordinerebbe di compiere qualcosa che è male. Quindi, pensarono che non sarebbe stato possibile comandare ad Abramo di compiere il sacrificio di un bambino.

Questo è stato ulteriormente approfondito da Ibn Arabi, un maestro Sufi dalla Spagna medievale, che ha evidenziato un’importante sfumatura nella versione coranica della storia. A differenza della Bibbia, in cui Abramo riceve un esplicito comandamento da parte di Dio di sacrificare Isacco, l’Abramo del Corano sogna soltanto il sacrificio di suo figlio. Quindi consulta suo figlio e insieme decidono che questo è un comandamento di Dio, ma era un’interpretazione sbagliata, sosteneva Ibn Arabi, e mandando un ariete sacrificale all’ultimo momento, “il suo Signore salvò suo figlio dal malinteso di Abramo”.

Se questa visione della storia del sacrificio è vera, allora la lezione per i musulmani è che dovrebbero essere cauti nell’obbedire a ciò che sembra essere la volontà di Dio e confrontare i comandamenti religiosi con il loro senso morale. Ciò è particolarmente vero per i comuni mortali come noi, che impariamo i comandamenti religiosi non dalle rivelazioni dirette, come fecero i profeti, ma piuttosto da ciò che ci viene trasmesso ed è interpretato da uomini fallibili. La nostra guida non dovrebbe essere, in altre parole, un’obbedienza cieca, ma una riflessione pensata bene.

C’è un’altra lezione da tenere a mente durante questo Eid al-Adha: la centralità della storia del sacrificio nell’Islam è un ricordo di come questa religione sia profondamente e letteralmente abramitica. Ecco il motivo per cui i musulmani stanno affrontando gli stessi dilemmi teologici di cui hanno discusso anche ebrei e cristiani nel corso della loro storia. Proprio per questo nei prossimi giorni centinaia di milioni di musulmani onoreranno Abramo con i loro sacrifici. “Oh nostro Dio”, diranno anche durante le loro preghiere quotidiane, “benedici noi come hai benedetto Abramo e la famiglia di Abramo”.

NOTE: Mustafa Akyol è autore e ricercatore sull’Islam e la modernità al Cato Institute. Ha scritto inoltre il libro recentemente pubblicato, The Islamic Jesus.

L’articolo originale, Why Do Muslims Slaughter Animals for God?, è stato pubblicato su The New York Times il 21 agosto 2018. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.