Lettera da Roma: come il populismo alimenta la politica dell’identità

Kishore Jayabalan

Cari amici dell’Istituto Acton,

la grande novità del 2016 è stata l’ascesa del nazionalismo populista, soprattutto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, questo ha generato gravi preoccupazioni sulle ripercussioni per la Francia, la Germania, il futuro dell’Unione Europea, della NATO e dell’intero ordine liberale internazionale.

Nel 2017, tuttavia, abbiamo assistito a una sorta di vendetta dell’establishment quando le elite hanno riaffermato il loro potere e hanno frenato l’impulso di “drain the swamp” (liberarsi di ciò che è  stagnante, maligno e corrotto nei centri di potere e influenza). L’azione produce la reazione. È una lotta tra i pochi e i tanti che hanno caratterizzato la politica fin dalle sue origini.

Il Libro dell’Ecclesiaste dice: “Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole” (1 Ec. 9). Da una prospettiva religiosa, non ci sono dubbi sulla veridicità di tali parole. È molto più facile accettare gli alti e bassi della politica se il proprio obiettivo è la vita eterna. Meglio concentrarsi sulle “realtà insopprimibili” che contano davvero.

Il problema, usando le parole di Russell Kirk, sta nei “nemici delle realtà inviolabili” che sfidano l’idea stessa dell’inviolabilità in nome della Storia e del Progresso. Quella che una volta era considerata la normalità, oggi non lo è più. Kirk fa riferimento alle regole della morale, della letteratura e della politica, ed è deludente vedere quanto è cambiata la realtà rispetto alla fine degli anni ‘60, quando Kirk scriveva la sua opera.

C’è stata una reazione politica di breve durata negli anni ‘80 con le elezioni della Thatcher e di Reagan, in cui si allearono conservatori sociali, sostenitori dell’economia libera e i falchi della politica estera. Eppure, fin dalla fine della guerra fredda, c’è stato un ulteriore deterioramento delle regole tradizionali difese da Kirk (soprattutto quelle basate sulla morale cristiana e sulla libertà ordinata). La guerra in Iraq nel 2003, la crisi finanziaria nel 2008 e la decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti nel 2015 che legalizzava il matrimonio tra persone dello stesso sesso hanno ucciso ciò che restava del movimento conservatore “fusionista” per la generazione dei Millennials.

A prima vista, sembra che un’altra reazione al progressivismo troppo zelante e ai recenti fallimenti del conservatorismo sta nel nazionalismo populista della Brexit e di Trump. Questo nazionalismo, dando priorità al bene della nazione, difende il liberalismo costituzionale contro la legge transnazionale o globale. Esso prevede che le nazioni devono governarsi autonomamente, supponendo che la maggior parte di esse rispetti le norme tradizionali o popolari.

Ma le costituzioni sono anche accordi formali che cercano di imporre dei limiti (o di “affinare ed allargare”, usando le parole di Il Federalista n. 10) alla volontà della gente perché quella volontà è incostante e facilmente manipolabile da demagoghi che pretendono di agire in suo nome. Il popolo, invece di governare direttamente, elegge dei rappresentanti aspettandosi che questi agiscano per loro conto una volta eletti. Le democrazie rappresentative sono sia popolari (un uomo, un voto; regole di maggioranza; espansione del diritto di voto) che elitarie (un solo candidato è scelto fra gli altri e spesso è considerato più adatto e con maggiore discernimento).

I populisti hanno poca pazienza per dedicarsi a tali formalità e per il discernimento, soprattutto di chi che sembra non voler dare al popolo ciò che chiede. In una società commerciale come gli Stati Uniti, la gente si occupa di fare soldi piuttosto che di impegnarsi in politica. Grazie ai propri talenti, all’etica professionale e talvolta perché sono solo fortunate, alcune persone guadagnano molto più di altre, creando opportunità per coloro che devono combattere contro queste ingiustizie (reali o immaginarie) per “creare un equilibrio”. Lo Stato svolge un ruolo più importante nell’economia e dispensa benefici maggiori. Fare pressioni sullo Stato per usufruire di tali benefici, o praticare la ricerca di rendita, piuttosto che creare ricchezza aumentando la produttività e l’innovazione, presto diventa il modo più semplice per guadagnare denaro. Ecco il capitalismo clientelare.

Il clientelismo è una causa e un effetto del populismo. Esso conduce al populismo perché l’ingiustizia praticata dalle élite che utilizzano il loro potere e influenza per arricchirsi a spese del popolo genera rancore. Ma la presunta cura del populismo porta ad un ulteriore clientelismo perché si chiedono azioni politiche a favore della gente “dimenticata”, che di solito significa favorire un gruppo di persone rispetto ad altre.

Questo accade perché le popolazioni sono raramente un insieme compatto, ma sono costituite da molti gruppi provvisori e mutevoli. Tali gruppi possono essere basati su interessi (produttori/risparmiatori o consumatori), razza ed etnia (autoctoni o immigrati), ideologia politica (conservatori o progressisti). La realizzazione del bene comune della società diventa più difficile quando ci sono così tante visioni contrapposte, spesso contrastanti, sul concetto di società giusta.

La polarizzazione è una conseguenza naturale di una dilagante democrazia liberale, quindi bisogna cercare di trarre l’unità nazionale proprio da tale diversità. Bandiere nazionali, inni e feste sono alcuni modi per poterlo fare. Ma tenere unito il Paese sarà molto difficile, se non impossibile nel caso in cui il populismo e la politica dell’identità dovessero avere la meglio. In tal caso la politica diventerà solo una questione tra “amici e nemici” o di “chi supererà chi?”, addirittura o specialmente a livello nazionale.

Il nazionalismo populista non può equilibrare le affermazioni delle diverse e innumerevoli fazioni che dovranno inevitabilmente nascere in tutte le forme di Stato repubblicano, in particolare in quello che incoraggia la crescita economica e la conseguente diseguaglianza. Piuttosto che un nazionalismo populista o etnico, per non parlare di una tecno-utopia multiculturale, oggi c’è bisogno di un nazionalismo liberale che combini le caratteristiche peculiari della nazione con i concetti universali della natura e della ragione umana, senza la quale diventa impossibile la comunicazione tra popoli e identità diversi.

Non molto tempo fa, ho cenato con un ex professore di filosofia politica che ammiro molto perché non è solo una persona di cultura ma anche di buon senso. Mi lamentavo della situazione politica, della crescente separazione tra il conservatorismo e il libertarismo e di quanto la sinistra illiberale trarrà vantaggio da questo. Mi ha consigliato di applaudire non solo due volte al capitalismo democratico liberale, come scriveva Irving Kristol, ma addirittura tre volte. E forse riferendosi alle parole di Raymond Aron, “l’ultimo liberale” e alla sua opera, difesa dell’Europa “decadente”, ci troviamo nella nostra situazione attuale proprio perché nessuno sta facendo questo. È un compito triste e ingrato ma necessario per i liberali classici e per i conservatori di tutto il mondo.
Kishore Jayabalan
Direttore