La passione di Padre Jacques Hamel

Samuel Gregg

Una nuova biografia mostra come il primo martire europeo del XXI secolo abbia portato la santità nella vita ordinaria.

Tra novembre 2015 e luglio 2016, la Francia è stata scossa da una serie di impressionanti attentati che hanno creato caos e paura da un capo all’altro del Paese. Il più terribile è stato l’uccisione di 130 persone a Parigi da parte di kamikaze e terroristi jihadisti nella notte del 15 novembre 2015. Otto mesi dopo, 86 persone sono morte per mano di un jihadista alla guida di un camion lungo la famosa Promenade des Anglais di Nizza.

Tuttavia, l’attacco che molte persone, non solo in Francia, ricordano meglio di quel terribile periodo è stato l’omicidio di un prete cattolico di 85 anni compiuto da due jihadisti alla fine della messa a L’Église Saint-Étienne nella città normanna di Saint-Étienne-du-Rouvray il 26 luglio 2016.

Dopo essere entrati in chiesa armati di coltelli, Adel Kermiche e Abdel Malik Petitjean hanno sottoposto Padre Jacques Hamel, tre suore e due laici a un sermone anticristiano, gridando “Vous, les chrétiens, vous nous supprimez!”. Hanno poi costretto Padre Hamel ad inginocchiarsi davanti all’altare e gli hanno tagliato la gola urlando “Allahu akbar!”.

L’onda d’urto emotiva in tutta la Francia è stata talmente forte che persino i laici incalliti hanno espresso il loro orrore per l’omicidio di un prete – per l’esattezza, è stato detto cittadino della Repubblica – ammazzato mentre celebrava la Messa. È così che di solito si esprimono molti politici francesi quando si parlava di religione. In qualche modo l’omicidio di Père Hamel aveva colpito l’anima della Francia.

Ma chi era Jacques Hamel? Come ha vissuto i suoi 58 anni di sacerdozio prima che la sua vita finisse improvvisamente nell’estate 2016? Chi era il curato che altrimenti sarebbe rimasto sconosciuto, descritto da alcuni come il primo martire cristiano europeo del XXI secolo?

Le risposte a queste e altre domande si possono trovare oggi in una nuova biografia: Père Jacques Hamel (2018). La maggior parte delle persone che vive in Francia conosce l’autore Armand Isnard come produttore di documentari su personaggi quali la cantante Edith Piaf, il musicista anarchico Léo Ferré e altre celebrità. Ma Isnard ha anche realizzato film su personaggi evidentemente cristiani, tra cui: Santa Bernadette Soubirous, la mistica Marthe Robin, il beato Frédéric Ozanam e il filosofo e amico di Paolo VI, Jean Guitton.

Il libro di Isnard su Hamel non è agiografia. Ciò testimonia, tuttavia, la vita di oscurità e sacrificio in luoghi fuori mano condotta da migliaia di sacerdoti nel corso dei secoli. La vita di Hamel era quanto più lontana possibile da quella di un prete famoso o di un ecclesiastico in carriera. Come dimostra Isnard, Hamel aveva annullato se stesso per prendersi cura degli altri molto prima della sua morte violenta.

Nato nel 1930 nella città di Darnétal, Jacques Hamel non proveniva dall’ambiente rurale o borghese comune a molti sacerdoti francesi della sua generazione. Le origini di Hamel erano nella classe operaia. Questo ha comportato per lui notevoli sfide economiche.

Nemmeno la vita familiare di Hamel fu particolarmente stabile all’inizio. I suoi genitori divorziarono quando era giovane. Parliamo di un periodo in cui il divorzio era un marchio negativo a livello sociale negli ambienti cattolici e laici francesi. La sorella più giovane Roselyne ricorda che agli altri bambini veniva detto di non avere contatti con loro. Quando Hamel fu ordinato sacerdote nel 1958, sua madre Jeanne era nascosta dietro un pilastro della chiesa.

Jeanne Hamel si guadagnava da vivere come tessitrice. Era appena sufficiente a soddisfare i bisogni primari. Le avversità economiche non le impedirono, tuttavia, di pulire regolarmente la sua chiesa parrocchiale o di preparare i pasti per le suore che vivevano di fronte alla loro casa.

La testimonianza di sua madre, dal carattere mite, ha chiaramente lasciato il segno su Jacques. Più e più volte, Isnard mostra la natura semplice del cattolicesimo di Hamel. Per Hamel, la fede della Chiesa era vera e non si soffermava su controversie teologiche.

Come altri sacerdoti della sua epoca, Hamel visse gli sconvolgimenti del Concilio Vaticano II, le cui conseguenze furono particolarmente difficili da affrontare per la Chiesa in Francia. Ma, come ha detto il parroco che Hamel stava sostituendo quella mattina di luglio, Padre Auguste Moanda-Phuati, quando “il Magistero decretava qualcosa, lui era pronto a seguirlo”.

L’altra parola che si ripete costantemente in questa biografia è “timido”. L’ambiente della classe operaia di Hamel e il divorzio dei suoi genitori gli hanno trasmesso una diffidenza che non l’ha mai abbandonato. Era così debilitante per il giovane Hamel che i suoi superiori del seminario temevano che non avrebbe mai finito la sua formazione per il sacerdozio diocesano.

Le malattie fisiche hanno complicato le prime battaglie di Hamel. Avrebbe voluto essere un missionario, uno dei Pères Blancs, il cui lavoro aveva portato così tante persone nel vecchio impero coloniale francese a convertirsi al cattolicesimo. I suoi problemi di salute, però, glie l’hanno impedito.

Questo impulso missionario contribuisce a rendere Hamel particolarmente devoto del Beato Charles de Foucauld, l’aristocratico ufficiale dell’esercito ed esploratore che, dopo una vita dissipata, ebbe una profonda conversione, divenne sacerdote e visse tra i Tuareg nel sud dell’Algeria. Foucauld fu sparato e ucciso da banditi musulmani nel 1916. Poi nel 1996 Hamel parlò spesso della decapitazione dei monaci cistercensi di Tibhirine in Algeria molto probabilmente uccisi dal Groupe Islamique Armé, che furono immortalati dal film del 2010 Uomini di Dio.

Hamel non pensava nemmeno lontanamente di trovarsi davanti ad un destino simile. Eppure era profondamente consapevole del potere del male e della capacità delle persone di infliggersi sofferenze a vicenda. Come molti giovani francesi negli anni ‘50, Hamel fu militare di leva nell’Algeria francese. Lì assistette alla pura ferocia della guerra algerina in più di un’occasione e ne rimase impressionato soprattutto dopo aver rischiato di essere ucciso dai nazionalisti algerini.

La capacità umana di fare il male non era qualcosa che preoccupava Hamel, ma lui credeva fermamente che Satana fosse vivo e vagasse sulla terra. La notte prima della sua morte, ha detto ad alcuni membri della famiglia quelle persone che in nome di Dio si dedicano al terrorismo come nel caso di Parigi a Nizza sono “uomini senza anima, né fede, né legge”.

Tali riflessioni non si sono mai trasformate in inimicizia personale verso altre fedi. Nonostante tutte le profonde differenze teologiche tra cristianesimo e islam, Hamel ha avuto buoni rapporti con i musulmani locali. Lo stesso vale per i non credenti. Il sindaco comunista di Saint-Étienne-du-Rouvray ha pianto in pubblico quando ha annunciato l’omicidio di Hamel al mondo.

La capacità di Hamel di avere legami con persone in disaccordo con lui era esplicativa del modo in cui viveva il sacerdozio. Isnard illustra come la pura e semplice normalità di Hamel lo abbia aiutato a entrare nella vita quotidiana dei suoi parrocchiani in ambienti rurali e provinciali.

Come riferito da uno dei suoi confratelli, Hamel non era affatto carismatico. Era goffo e occasionalmente irascibile. Raramente ha parlato molto alle riunioni del clero diocesano. Ciononostante, Hamel aveva “il genio di essere pienamente presente, con discrezione, [e] sapeva come capire le persone che gli erano affidate”. Anche in quelle situazioni di tensione con cui ogni prete ha familiarità, era molto flessibile, si preoccupava di capire bene ciò che veniva detto. Molti sacerdoti brillanti e simpatici combattono per una vita prima di acquisire queste qualità.

Soprattutto, Isnard mostra come Hamel fosse insolitamente concentrato nell’adempiere ai compiti più fondamentali di qualsiasi sacerdote. Ogni settimana Hamel si dedicava a scrivere a mano non solo le sue omelie domenicali, ma anche le omelie per gli innumerevoli battesimi, matrimoni e funerali che celebrava. Sono state trovate circa 500 di queste omelie, che Hamel ha composto leggendo le Scritture.

Secondo Isnard, questi scritti riflettono una determinazione a trasmettere il Vangelo in modo chiaro, semplice e leggero. Per tutti quelli che lo avrebbero ascoltato, Hamel ripeteva costantemente che la vocazione di tutti era la santità. “Non temete”, proclamò spesso, “la santità!”.

Questa meticolosità nell’eseguire le responsabilità più importanti del sacerdote al meglio delle sue capacità si estese al resto della vita di Hamel. La sua famiglia osservava spesso che nulla poteva distoglierlo dal leggere il breviario ogni giorno, a prescindere da quanto fosse caotico l’ambiente circostante.

Tale accuratezza significava che Hamel si considerava sempre in servizio. Ascoltando le confessioni dei moribondi negli ospedali, visitando anziani e malati, o aiutando individui in difficoltà che bussavano alla sua porta chiedendo soldi, Hamel era sempre disponibile. Come ha detto un altro prete a Isnard, praticamente non sapeva “dire di no”.

Anche dopo che si era dimesso dalla sua posizione di parroco all’età del pensionamento ufficiale di 75 anni, non era raro che celebrasse diversi funerali a settimana, per non parlare di molti battesimi e matrimoni. Quando gli è stato chiesto perché non ha limitato la sua attività, lui ha dato sempre la stessa risposta: “Ho fatto voto di obbedienza e andrò fino alla fine”.

La parte più importante della vita di Hamel – quella che Isnard definisce “l’elemento essenziale della sua giornata” – era la Messa. La sua importanza per lui era tale che Hamel, normalmente riservato, non apprezzava quando la Messa non era presa sul serio. La cattiva musica corale lo infastidiva particolarmente. Guai a chi arriva tardi a Messa! Hamel credeva fermamente che l’Eucaristia fosse il corpo e il sangue di Cristo e non nascondeva il suo disappunto ogni volta che l’Ostia era trattata senza rispetto.

La serietà con cui Hamel considerava la Messa era fondamentale per il suo costante sforzo di vivere alla presenza di Dio, giorno dopo giorno, indipendentemente dalla situazione in cui si trovava. Era fondamentale per quello che capiva che la vocazione di ogni prete fosse: un alter Christus. Come disse Roselyne Hamel, “Più invecchiava, più si trasformava al momento della consacrazione dell’Eucaristia… e più invecchiava, più viveva in lui la Passione di Cristo”.

In quel caldo giorno di luglio, Jacques Hamel fu chiamato a vivere la sua passione. Isnard riferisce che il soprannome affettuoso di Hamel tra il clero dell’arcidiocesi di Rouen era “le mouton” [la pecora]. E le ultime parole della pecora prima che fosse massacrato dai jihadisti erano “Va-t en, Satan!”.

Questa è una traduzione francese delle parole del Vangelo di Matteo 4:10: “Vattene, satana!” E Hamel conosceva sicuramente a memoria il resto del versetto. Fa riferimento a quando Cristo ha detto al diavolo: “Perché è scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto”.

Negli ultimi secondi della sua vita in questo mondo, Padre Hamel ha ricordato le parole potenti pronunciate da Cristo davanti al Maligno, morendo letteralmente come lui, all’ombra di una croce e davanti all’altare, “le mouton” ha versato il suo sangue nell’imitatione Christi.

L’uomo timido, spesso goffo, il cui omicidio ha scosso la Francia, è morto in un modo familiare a quei missionari a cui avrebbe voluto unirsi da giovane. Ma anche lui perì in modo simile a Cristo, come l’Agnello di Dio che toglie i nostri peccati.

Questa è una ragione in più per affermare le conclusioni di Isnard: la morte di Hamel è stata quella di un martire e possiamo tranquillamente credere che “le mouton” sia ora un santo, un santo dell’ordinarietà, della semplicità, della modestia il vero umile che passa inosservato tra noi ogni singolo giorno ma la cui santità illumina il mondo.

Père Hamel, martire de la foi, priez pour nous!

Nota: l’articolo originale, The Passion of Father Jacques Hamel, è stato pubblicato su The Catholic World Report il 17 agosto 2018. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.