La nostra era economica in preda all’ansia

Victor V. Claar

Greg Forster

Ingranaggi

Le nazioni industrializzate hanno sempre un maggior senso di insicurezza circa la legittimità delle loro strutture economiche. Quest’ansia paralizzante si estende a tutte le etnie, religioni, classi sociali, partiti politici e ideologie. Essa ha giocato un ruolo importante nella sorprendente vittoria presidenziale di Donald Trump, ex figura marginale. La stessa sorpresa è stata suscitata dal successo di un altro personaggio, Bernie Sanders, che proprio come Trump non era stato un protagonista in campo politico in passato. Prima che arrivassero loro, quest’ansia ha alimentato sia il movimento del Tea Party che quello di Occupy Wall Street, così come le abitudini economiche di milioni di americani apolitici.

Non parliamo di una semplice preoccupazione egoista su chi otterrà cosa e in che quantità. Si tratta di un’ansia morale, una preoccupazione circa il tipo di persone che stiamo diventando. Come diceva Bill Clinton una volta, l’America è ancora un paese dove “lavorare sodo e rispettare le regole” ripaga? Oppure siamo diventati un posto in cui i truffatori vanno costantemente avanti e gli scansafatiche ottengono le cose senza guadagnarsele – dove lavorare sodo e rispettare le regole è una cosa da ingenui?

Intorno a noi ci sono attività commerciali che guadagnano senza creare valore per il cliente. Consideriamo il capitalismo clientelare che si serve dei complotti o di favoritismi politici per arricchire le grandi aziende e i politici inclini al clientelismo a spese dei consumatori, degli investitori, delle piccole imprese e degli imprenditori. Vediamo persone valide che vivono in una dipendenza a lungo termine grazie al sostegno di qualcuno (genitori, Stato, Chiese). Le persone pensano sempre più che chi possiede ricchezza – dall’alto verso il basso nella scala economica – in genere non la ottiene perché la merita. Lavorare duramente e agire giustamente non vale la pena.

L’ansia morale dilagante e persistente è uno dei problemi peggiori che una nazione deve affrontare. Le guerre e le catastrofi creano una devastazione evidente, ma l’ansia morale priva le persone del loro senso di dignità e dello scopo della loro vita. La gente si sente come se le loro decisioni non importassero a nessuno e le loro vite non avessero significato reale. Alcuni rispondono con cinismo, ingiustizia e sfruttamento, altri con rabbia, risentimento ed estremismo politico e altri ancora cadono semplicemente in un paralizzante stato d’impotenza e di dipendenza acquisite (evidenziato, ad esempio, dalla nostra attuale epidemia di oppiacei).

La cosa peggiore è che continuiamo a cercare di risolvere il problema, ma nulla sembra funzionare. I politici in entrambi i partiti continuano a promuovere le tradizionali virtù economiche dell’America: diligenza, onestà, imprenditoria, opportunità per tutti, raggiungere il successo facendo un lavoro che rende il mondo un posto migliore. Ci promettono programmi ambiziosi per preservare il nostro stile di vita, a volte potenziano anche tali programmi, o almeno delle versioni ridotte di questi. Eppure i mascalzoni sembrano sempre avere successo.

La domanda giusta
Non si è ancora capito se il successo di Trump sia più dovuto a questioni “economiche” o “culturali” è perché l’economia è un tema culturale. La domanda deve essere riformulata senza questa falsa dicotomia.

La nostra necessità di catalogare situazioni in categorie separate “economiche” e “culturali” è anormale da un punto di vista storico. È il culmine degli sviluppi della filosofia economica.

La nostra convinzione, che descriveremo più a lungo nel nostro prossimo libro, The Keynesian Revolution and Economic Materialism: We’re All Dead (Palgrave Macmillan, 2019), è che la dicotomia economica/culturale non solo domina il nostro modo di pensare al problema ma è una causa fondamentale del problema. Un cambiamento rivoluzionario nella disciplina dell’economia nella prima metà del ventesimo secolo, conosciuto come la rivoluzione keynesiana, spinse gli economisti professionisti lontano dalla robusta serie di basi morali che avevano tradizionalmente definito la loro disciplina. Keynes ha guidato gli economisti lontano dall’etica – lontano da una comprensione più completa di cosa si intende per vita umana prospera – e ha descritto l’economia in termini molto più materialistici e amorali. Una riorganizzazione completa della disciplina secondo tale criterio ha contribuito, a sua volta, a una riorganizzazione completa dell’economia stessa, nonché della nostra comprensione culturale dell’attività economica.

Certamente l’influenza di John Maynard Keynes non viene fuori dal nulla. La disciplina economica si era progressivamente spostata in questa direzione durante il periodo “neoclassico” che annunciava la rivoluzione keynesiana del XIX secolo. Le origini di questo movimento possono essere identificate nelle opere di Adam Smith e David Ricardo.

Ma la grande popolarità della frase “rivoluzione keynesiana” riflette il ruolo speciale che Keynes ha svolto nel riconoscere le conseguenze di questa transizione dalla morale all’economia materialistica e di riorganizzare completamente l’economia alla luce di tali conseguenze. Mentre l’influenza metodologica diretta di Keynes si ripercuoteva nel sottocampo della macroeconomia, i suoi discorsi etici e antropologici erano trasformativi per la disciplina nel suo insieme e per la società in generale.

Ingranaggi di una macchina?
Oggi siamo tutti keynesiani, in una maniera agghiacciante. Attraverso gli effetti culturali della rivoluzione keynesiana ci è stato insegnato a pensare a noi stessi soprattutto come consumatori, come un insieme di desideri che si sforzano di essere soddisfatti, piuttosto che come produttori di cose buone che migliorano il mondo e servono l’umanità. Ci è stato insegnato a pensare solo a ciò che soddisfa i desideri attuali, non a costruire cose buone nel tempo in modo che i nostri nipoti ereditino un mondo migliore. “Nel lungo periodo saremo tutti morti”, ha detto Keynes, bandendo dai nostri orizzonti ogni preoccupazione su che mondo lasceremo ai nostri discendenti. E ci è stato insegnato a pensare a noi stessi come agli ingranaggi di una macchina enorme, sotto il controllo di esperti di management. Per soddisfare le richieste degli esperti dobbiamo essere tutti pronti a riordinare le nostre vite fino alla loro essenza, poiché il controllo dell’economia implica necessariamente l’esercizio di un controllo sempre più grande su tutti i settori della vita umana.

C’è un aspetto che oggi ci rende tutti keynesiani, compresi gli anti-keynesiani. Le principali scuole di pensiero economico che sono emerse per sfidare il keynesianismo, le scuole di Chicago e austriache, si sono sviluppate all’interno del discorso amorale contenuto nel periodo neoclassico e consolidato da Keynes. Esse condividono, in un modo leggermente mitigato ma sostanzialmente simile, il fatto che il keynesianesimo privilegia il consumo piuttosto che la produzione e la sua riduttiva incapacità di pensare alle future generazioni. E mentre si sforzano di resistere alla tendenza keynesiana di giustificare i poteri inebrianti della tecnocrazia manageriale, la loro accettazione dell’antropologia materialistica del keynesianismo e le maniere moralmente superficiali in cui pensano all’attività economica li rende incapaci di offrire una resistenza efficace al totalitarismo subdolo che è uno dei loro primari obiettivi.

Di conseguenza, all’interno della professione economica, la profondità morale di Keynes è così presa in considerazione – così profondamente incorporata nella struttura del pensiero della disciplina – che per lungo tempo è stato difficile anche avviare una discussione sull’argomento. La lingua e i limiti delle argomentazioni non permettevano di sfidare queste ipotesi affinché fossero seriamente ascoltate e discusse. Il sociologo Peter Berger ha dichiarato nella sua autobiografia che quando si esaminavano problemi morali, gli economisti erano “il solo gruppo di scienziati sociali con i quali era generalmente impossibile lavorare”. Racconta di una discussione durante una conferenza sull’economia e la cultura che descrive come un fiasco completo. “Esasperato, il relatore ha domandato: ‘Non accettate che alcune persone agiscano per motivi di coscienza?’ ‘Senz’altro’, ha detto uno degli economisti.  ‘La coscienza è ciò che ci piace chiamare il controllo interno dei prezzi’”.

A lungo termine, però, è la rivoluzione keynesiana che è morta. La consapevolezza delle limitazioni delle categorie economiche dominanti sta crescendo. È molto più facile oggi, rispetto a quindici o addirittura a cinque anni fa, intraprendere una conversazione seria sull’inadeguatezza del modello dell’homo economicus o sulla tendenza a sottolineare l’importanza della crescita del PIL e di altri dati quantitativi aggregati, esclusi i dati di cui si preoccupa normalmente la gente, come la disoccupazione, le opportunità per il clientelismo o i tassi di suicidio.

L’unico rimedio per la nostra ansia morale in materia economica è rifiutare con forza l’influenza profonda che il modello materialista dell’homo economicus potrebbe avere sul nostro modo di pensare e di agire. Tale influenza si è sviluppata e diffusa e per sradicarla sarà necessario il lavoro di un’intera generazione. Noi crediamo che la generazione attuale lo possa fare e che se non ci proverà le nostre nazioni non saranno pronte ad affrontare le crisi politiche, economiche e sociali del nostro tempo.

Note: L’articolo originale Our economic age of anxiety è stato estratto e adattato da un recente numero di Journal of Markets and Morality (Vol. 20, N. 1). È stato pubblicato sul nostro sito il 23 agosto 2017. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.