Intervista da Acton University con Alex Chafuen: La rinascita dell’Europa ha radici italiane

Maria Claudia Ferragni

Il semestre italiano alla guida dell’Unione Europa è appena iniziato e il neo-Premier italiano Renzi ha tenuto un vibrante discorso di fronte al Parlamento Europeo,richiamando gli europei alle loro responsabilità storiche nei confronti di un modello di civilità unico, che ancora oggi tutto il mondo ci invidia e cerca di seguire. Ma la crisi economica incombe come una spade di Damocle e sembra minare qualsivoglia tentativo di rinascita, riforma e, in definitiva, prosperità duratura. 

Abbiamo chiesto ad Alejandro Chafuen, economista e presidente di Atlas Network, il prestigioso think tank indipendente di Washington che connette oltre 400 think tank liberisti nel mondo, sostenendoli e aiutandone la nascita e lo sviluppo (con fondi esclusivamente privati), quale può essere la via della rinascita per l’Europa e in particolare, quale ruolo può svolgere l’Italia,  il Paese in cui è nato e si è diffuso il capitalismo con alcuni dei suoi più noti istituti.

Il Patto Sociale ha incontrato il Dr. Chafuen a Grand Rapids nel Michigan, nel corso della Acton University 2014, un appuntamento annuale che riunisce oltre mille studiosi della società libera vista alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa cattolica e dell’antropologia cristiana, e organizzata dall’ Acton Institute for the Study of Religion and Liberty, nel cui board siede anche Chafuen.

Dott. Chafuen, l’Europa sta attraversando una crisi economica molto grave, che non è ancora terminata. Qual è il modello economico dominante oggi e in che modo crede che abbia contribuito a generare la crisi?
Nella maggior parte dei Paesi europei il modello economico è di tipo “misto”, cioè predomina il meccanismo del mercato, ma sono presenti contestualmente livelli molto alti di spesa sociale e di reti di sicurezza. Il termine “stato sociale” è stato ripetutamente usato per descrivere questo modello, ma in molti Paesi ha prodottostagnazione e situazioni di dipendenza più che benessere. 

Tuttavia,  l’importanza della crisi non viene percepita con pari intensità nei diversiPaesi: i Paesi del Mediterraneo stanno soffrendo molto più dei Paesi del Nord Europa. I tassi di disoccupazione e di sotto-impiego giovanile, ad esempio, sono tre volte più elevati nei Paesi del sud come la Grecia e la Spagna. Altri indicatori, quali il rispetto della “rule of law” (lo Stato di diritto, ndr), l’indipendenza della magistratura e il tasso di corruzione differiscono grandemente fra nord e sud. Alcuni Paesi che hanno tassi molto elevati di spesa sociale e di “welfare” non stanno poi così male, invece: regolamentazioni simili possono produrre effettivi dissimili perché non accadono in uno spazio, per cosi dire, “vuoto”, ma in un determinato contesto culturale che ne influenza gli esiti.

Nell’insieme, l’Europa all’interno e all’esterno della zona Euro sta crescendo a un tasso dimezzato rispetto a quello medio del resto del mondo (il 2% contro il 4%), gli alti costi della regolamentazione, gli incentivi perversi al cosiddetto “welfare state” creano un contesto economico che è meno favorevole all’innovazione, all’assunzione di rischi e, in definitiva, alla crescita.

In questo contesto, l’Europa puó trarre insegnamenti dal suo passato? E i pensatori cattolici possono dare dei suggerimenti agli europei di oggi?
Sí, io spero che l’Europa possa imparare dalle sue esperienze passate. L’Europa ha una storia lunga e ricca.  Lo sviluppo economico, culturale e intellettuale nel tardo medioevo, fra il XIV° e il XVI° secolo, in città come Firenze, Genova, Venezia e altre, ha avuto un’influenza positiva su tutto il mondo civilizzato. Come accade in altre regioni del mondo, quando la società civile sperimenta la libertà, i risultati sono positivi. La Germania di Ludwig Erhard del dopoguerra, l’economia spagnola sotto il governo Aznar, i Paesi baltici e persino le graduali riforme economiche orientate verso il mercato adottate in alcuni Paesi scandinavi dimostrano che per gli europei non è impossibile imparare dal passato. 

Credo che i pensatori cattolici oggi debbano svolgere un ruolo più attivo nel mettere in guardia contro alcuni dei grandi pericoli che derivano dalla recrudescenza del nazionalismo. Mons. Tomas Halik, della Repubblica Ceca, il recente vincitore del Templeton Prize (un premio assegnato ogni anno dalla John Templeton Foundation a un personaggio vivente che abbia dato un contributo significativo all’affermazione della dimensione spirituale della vita, attraverso una visione, una scoperta o un lavoro di carattere pratico, ndr) sostiene la necessità di arricchire la cultura della globalizzazione con la cultura della comunicazione. “Cattolico” è un altro modo per dire “universale”, quindi per i cattolici svolgere questo ruolo dovrebbe essere una cosa naturale. Ma sono troppi i cattolici ancora legati a fallimentari modelli di sistemi economici cosiddetti della “Terza Via”, che si basano troppo sulla redistribuzione della ricchezza da parte dello Stato e troppo poco sulla responsabilità personale e sullo spirito di iniziativa della persona.

I cattolici dovrebbero guardare ai loro luminari del passato, come il beato Antonio Rosmini in Italia o Jaime Balmes in Spagna, per rinnovare e arricchire queste visioni e tradizioni col miglior pensiero economico disponibile oggi. Dovrebbero, in sostanza, crere un aggiornamento dottrinale piuttosto che copiare modelli corporativistici simili a quello che ha distrutto ilmio Paese natale, l’Argentina.

Quale ruolo possono svolgere i think tank europei dedicati alla difesa delle ragioni libero mercato nel promuovere una diversa vision economica? Qual è il ruolo di Atlas Network, il think tank statunitense da lei presieduto?
I think tank in Europa possono senz’altro svolgere un ruolo nell’invertire l’attuale clima di stagnazione. Per essere efficaci devono, tuttavia, concentrarsi sui problemi dei loro Paesi, e approcciarli dalla loro propria e specifica prospettiva culturale. In molti casi succede che i think tank si focalizzino su argomenti che sono in voga nei circoli politicamente corretti di Bruxelles, Washington e addirittura Londra, piuttosto che concentrarsi su ciò che tocca realmente la popolazione locale. Quando fanno così, la loro azione diventa totalmente inefficace.

Il prodotto “ideale” di un think tank è, di fatto, la ricerca nuova e originale sulle questioni di policy più importanti, nonché l’ offrire soluzioni con un linguaggio accessibile alla persona media istruita, ma che sia anche in grado di plasmare l’opinione pubblica. I gruppi di pressione da soli non cambieranno l’Europa. Ho infatti grandi speranze per un nuovo sforzo di networking che si chiama Epicenter, guidato dal britannico Institute of Economic Affairs, che lavora in sinergia con altri cinque think tank europei: se riusciranno a guardare oltre l’orizzonte di Londra e rispetteranno il criterio della ricerca che si sviluppa dal basso verso l’alto, allora potranno giocare un ruolo davvero salutare Un settore che necessita di attenzioni particolari attualmente nell’Europa, per cosi dire, “latina”, e nella maggior parte dell’Europa centrale  e orientale è il cancro crescente della corruzione e della quasi-corruzione: il clientelismo (in inglese “cronyism”, ndr). Si rivela quindi essenziale documentare questo problema e proporre delle soluzioni.

Dal canto suo, l’Atlas Foundation ha un programma che aiuta a formare i leader dei think tank, sia on line, sia attraverso dei workshop che si tengono in Europa e in altre parti del mondo. Nel corso di questi seminari, si impara da leader politici che hanno avuto successo nel realizzare cambiamenti positivi nei loro Paesi. In alcuni casi Atlas li sostiene anche con dei finanziamenti, ma siccome la maggior parte dei nostri donatori sono privati residenti in America del Nord (Stati Uniti e Canada), solo pochi di loro, purtroppo, ci danno finanziamenti per sostenere i think tank europei.

Quali possibilità ha l’ Italia di rifondare la sua tradizione di libero mercato?
L’Italia ha avuto numerose tradizioni, e anche periodi della sua storia, orientati al libero mercato che possono servire da base per un futuro progressivamente più liberale. Ho prima citato le repubbliche e i comuni italiani del tardo Medioevo. Alcuni dei grandi pensatori in campo economico di quell’epoca, come San Antonio da Firenze e San Bernardino da Siena, ci offrono lezioni che sono di grande valore anche oggi. Ma gli italiani possono anche guardare a Galiani, Cattaneo, Pantaleoni, il Beato Rosmini, Einaudi, Leoni e alle nuove generazioni, quelle dell’Istituto Bruno Leoni, dei Tea Party Italia e di altre organizzazioni. 

L’eredità di ciascuno di loro è molto diversa e alcuni avevano posizioni assai controverse, ma è necessario oggi che coloro che difendono il libero mercato costituiscano alleanze per essere finalmente in grado di prendere in mano le redini delle riforme, partendo da un terreno comune che sia rispettoso dei diritti di proprietà e dei mercati.

Ronald Reagan diceva che la libertà si può perdere nell'arco di una generazione. Ma non ci sono mai vittorie o sconfitte definitive. I think tank hanno bisogno di guidare una battaglia educativa svolgendo attività di ricerca che sia al contempo solida e imparziale.
 

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