Lettera da Roma: l’ingestibile politica della guerra commerciale

Kishore Jayabalan

Cari amici dell’Istituto Acton,

il governo di Trump che è attualmente impegnato in quelle che definisce “guerre commerciali” multiple – l’aumento delle tariffe sulle importazioni come ritorsione per le tariffe più alte sulle esportazioni americane – ci offre ancora un’altra opportunità di riflettere sul ruolo dell’economia nella società moderna.

Questa è una cosa positiva perché gli economisti non sono particolarmente desiderosi di spiegare perché l’efficienza economica conviene. Loro solitamente rivolgono le proprie teorie a un essere umano astratto, l’homo economicus, che vuole prodotti e servizi più economici, migliori o semplicemente in più e che non si preoccupa di sapere da dove provengono. Lo scambio volontario è una transazione “vantaggiosa per tutti”,  perché ogni parte conosce i propri interessi e nessuno sceglierebbe volontariamente di stare peggio nel trattare con l’altro. La divisione del lavoro e il conseguimento del vantaggio comparativo portano a un’efficienza sempre crescente, con benefici generali per tutta la società che sono maggiori di qualsiasi problema a breve termine di particolari individui e industrie.

Certo, è esagerato usare il termine “guerra” quando si parla di commercio internazionale, ma è un modo per definirlo. Non ci sono bombardamenti o battaglie navali tra Stati Uniti e Cina, per non parlare del Canada, del Messico e dell’Unione Europea. Le città sconfitte vengono abbandonate e non rase al suolo. Il tornaconto negativo dell’aumento delle tariffe, tuttavia, si presta alla terminologia militare. Cosa ancora più importante, ci sono schieramenti chiaramente definiti in guerra, sempre un “noi” contro “loro”. Le guerre commerciali rispecchiano quelle militari quando si tratta di distinzioni tra gli esseri umani, qualcosa che la teoria economica è restia a fare.

Come i pacifisti, gli economisti dicono che non ci sono vincitori in guerra, solo dolore (vale a dire, prezzi più alti per i consumatori) ovunque, ecco perché così tanti economisti sono critici riguardo le politiche commerciali di Trump. L’amministrazione Trump ammette che gli economisti mirano a una cosa: il loro obiettivo ultimo è avere zero tariffe, almeno con l’Unione Europea. “Il commercio libero ed equo” è come lo definisce il presidente.

La parte “equa” dell’equazione è delicata per gli economisti, perché solleva questioni riguardanti la giustizia, l’uguaglianza e altri beni non economici. C’erano una volta, i sindacati di sinistra e gli ambientalisti che insistevano affinché i Paesi industrializzati avessero scambi commerciali solo con nazioni con i lori stessi standard lavorativi e ambientali, il che renderebbe meno probabile il commercio con le nazioni in via di sviluppo. Oggi, i nazionalisti di destra insistono sul fatto che ci si dovrebbe prendere cura prima dei poveri dei propri Paesi e poi di quelli degli altri. Se questo significa pagare di più per la birra, ben venga.

I protezionisti saranno sempre tra noi, sembra. Dal punto di vista economico, le barriere commerciali sono irrazionali, le vestigia di un passato in cui i governi decidevano ciò che era meglio per i loro popoli. Quei governi non si sono fermati alle tariffe, a volte hanno imposto credenze religiose e altre questioni inerenti l’identità, che spesso portano a conflitti e guerre all’interno e tra paesi. Le teorie liberali del governo hanno quindi avuto inizio con un essere umano astratto in uno “stato di natura”, spogliato di tutte le sue particolarità, che ha bisogno di un’autorità statale limitata e della promozione del commercio per incoraggiare la cooperazione pacifica.

Quest’attuale attacco di protezionismo e nazionalismo economico è una smentita del capitalismo liberal-democratico o una rivelazione delle sue tensioni intrinseche? Gli economisti non sono così ingenui da credere che gli imprenditori non cercheranno di ottenere vantaggi ingiusti sugli altri, servendosi dello Stato per proteggere il loro dominio sul mercato e bloccare la concorrenza. Tali comportamenti clientelari sono stati sempre presenti proprio come le questioni riguardanti la classe operaia e il patriottismo, quindi sono necessarie istituzioni giuste e leggi per controllare i cattivi comportamenti. Questi provvedimenti possono rendere gli imbrogli costosi, ma ci sono anche delle volte in cui l’inganno può essere nel proprio interesse.

Come scienza sociale dominante, l’economia si attiene alla distinzione fatto/valore. Gli economisti possono dirci come distribuire le scarse risorse nel modo più efficiente, ma non possono dire nulla sul loro valore intrinseco o sul loro scopo. I gusti e le preferenze individuali vengono considerati come sono in realtà, non come qualcosa da mettere in discussione o migliorare. De gustibus non disputandum est è la risposta dell’economista quando si tratta di domande riguardanti il ​​miglior modo di vivere. I diversi risultati sono la pace sociale e la prosperità materiale da una parte, il relativismo morale e infine il nichilismo dall’altra.

Abbiamo già visto tutto questo in Occidente. La crescita del nazionalismo e del protezionismo portarono la prima era della globalizzazione a una brusca frenata durante la prima guerra mondiale. L’incertezza e l’incapacità dimostrata dalle élite al potere in Europa nell’affrontare i problemi politici riflettevano una crisi più profonda provocata dalla “morte di Dio” e dalla mancanza di qualsiasi visione trascendente della società. Dopo la seconda guerra mondiale, l’UE cercò di unire le nazioni che prima si contrastavano attraverso scambi commerciali e culturali, trascurando gli aspetti politici e religiosi. L’afflusso di immigrati, in particolare musulmani, è stato una sfida per la visione europea, a dir poco.

L’ambivalenza del “commercio libero ed equo” riflette la difficile relazione tra economia e politica nella democrazia liberale. Trump dice di volere un commercio internazionale più libero, il che implica che i mercati funzionino senza inopportune interferenze statali. Vuole anche più beni e servizi prodotti in America ed è disposto a utilizzare le tariffe a tal fine. Dedichiamo la maggior parte del nostro tempo e delle nostre energie agli affari e tendiamo a essere disgustati dalla politica, anche quando chiediamo ai governi di “fare qualcosa” quando le cose vanno male.

Quanto esposto era per dire che l’economia, la politica e persino la religione rimangono per noi dei problemi che ci tormentano. Vorremmo tenerli ciascuno al suo posto, se solo sapessimo quali sono questi posti.

Kishore Jayabalan
Direttore