Il danese colto e l’armonia della legge naturale

E. J. Hutchinson

Ci sono noti scrittori in Danimarca: Saxo Grammaticus, Hans Christian Andersen, Søren Kierkegaard e Jens Peter Jacobsen, solo per citarne alcuni. Niels Hemmingsen (1513-1600), autore di On the Law of Nature: A Demonstrative Method, non è tra loro.

Non è sempre stato così. Quando era in vita, ma anche negli anni successivi alla sua morte, Hemmingsen era un intellettuale di fama internazionale. Il fatto che alcune delle sue opere siano state tradotte in inglese prima della sua morte è una testimonianza della sua fama. Allievo di Philip Melanchthon, Hemmingsen è autore di un’importante quantità di opere su una serie di questioni teologiche e filosofiche: opere di dottrina, esegesi e omiletica, nonché del primo trattato europeo dedicato al tema del metodo in quanto tale. Si raccomandava di leggere il suo lavoro sulla predicazione nella diocesi di Durham in Inghilterra negli anni ’70 e ’80 del 500. Nella sua opera del XVII secolo Decades DuaeMelchior Adam scrive il suo epitaffio, che elogia Hemmingsen come degno di ammirazione non solo per i danesi, ma anche per “tutti i dotti uomini d’Europa”.

Oggi, però, Hemmingsen è poco conosciuto al di fuori della sua nativa Danimarca e solo da pochi esperti di storia intellettuale moderna. Perché dunque andare a disturbare il pacifico riposo di cui ha goduto il suo trattato sulla legge naturale in questi anni?

A dire il vero, l’opera è d’interesse storico, in quanto testimonianza del pensiero melanchtoniano e, più in generale, di quello protestante in materia di legge naturale nei secoli XVI e XVII. Questo fatto da solo non è privo di significato, dato che molte persone – cattolici e protestanti – hanno dimenticato che i protestanti avevano una teoria sulla legge naturale (o piuttosto le teorie). In effetti, la legge naturale nella sua forma più o meno tradizionale, era alla base della cultura di tutti i teologi magisteriali e filosofi protestanti fin dall’inizio della Riforma. Arare il terreno dà i suoi frutti.

Il trattato, però, ha qualcosa da dirci oggi che non è solo d’interesse storico? Viviamo in un’era di rapidi cambiamenti sociali e sconvolgimenti etici, in cui chi si dichiara cristiano si trova spesso in alto mare quando si tratta esprimere le proprie posizioni in modo persuasivo davanti a un pubblico che non condivide molte delle sue convinzioni. Non desiderano esporre la “questione di Dio” o l’autorità della Scrittura, ma gli argomenti espressi in un testo autorevole perdono la loro forza quando quel testo non è considerato autorevole. D’altra parte, le argomentazioni esposte dalla dimensione teistica si sono dimostrate incapaci di proteggere adeguatamente alcuni beni umani particolarmente basilari. Se la pubblica piazza è nuda, è altrettanto ridicola quanto l’imperatore il cui unico abito era quello ricevuto il giorno della sua nascita nella famosa storia di Hans Christian Andersen.

Hemmingsen fornisce un modello per un approccio diverso, che tiene insieme la ragione e la rivelazione come parti di un insieme senza soluzione di continuità. Scrive questo:

“... non solo perché possiamo essere risvegliati alla gratitudine verso il Creatore della natura e possiamo capire, come la natura indica la strada da seguire e a quale fine tutte le nostre azioni, ma di fatto tutta la nostra vita, dovrebbero essere indirizzate. Ma anche perché ci possa essere una comprensione più corretta dell’Apostolo, il quale afferma che i gentili sono il riflesso della legge scritta nei loro cuori”.

Il trattato è chiaramente teleologico, nel senso che mostra come le varie componenti del nostro mondo sono ordinate l’una dall’altra e infine da Dio, non solo un Dio generico, ma il Dio cristiano, la cui realtà, insieme alla rivelazione che lo testimonia, è veritiera.

Allo stesso tempo, Hemmingsen si riferisce al suo desiderio di investigare veramente sul modo in cui la natura indica la via verso l’etica della rivelazione. Ne vuole discutere. Per questo motivo, egli non fornisce al lettore una serie di passaggi scritturali addotti come prova, come se questi potessero sostituirsi alla discussione. Invece, tenta di mostrare al lettore come i principi etici custoditi nei Dieci Comandamenti siano deducibili da un processo di ragionamento metodico derivante dai primi principi assiomatici che per lui – uniti a ciò che considera un opportuno ed evidente ordine – sono inamovibili. Come dice alla fine dell’opera: “Non ho espresso massime di teologia in tutto il trattato, l’ho fatto per mostrare fino a che punto la ragione è in grado di progredire senza le parole di profeti e apostoli”. Quindi, dopo aver smontato la sua definizione della legge della natura, espone il Decalogo e lo introduce così:

“Ho parlato della vita familiare, politica e spirituale, e delle azioni proprie di ciascuna in generale, e ne ho dato dimostrazione. Ora, poiché la legge di Dio, che abitualmente chiamiamo Decalogo, si dice che sia una sintesi della legge della natura, mostrerò brevemente come i comandamenti del Decalogo siano in armonia con ciò che ho detto sopra”.

Cerca di mostrare l’armonia di due fonti di etica – quelle che potremmo chiamare le verità della filosofia e della teologia – ma per farlo si serve di un metodo strettamente filosofico che parte dai principi non da passaggi della scrittura addotti come prova. Insomma, Hemmingsen ritaglia un regno d’integrità per il processo razionale senza una radicale separazione di quel processo dalle verità della rivelazione. La “ragione” conserva così il suo ruolo reale ma secondario nell’etica cristiana. Hemmingsen, quindi, mostra un possibile modo per evitare le trappole di servirsi di passaggi delle scritture come prova da un lato e per permettere alla “ragione” di diventare un idolo secolarizzato. Almeno sotto quest’aspetto, anche se solo in questo, ha qualcosa da insegnare al mondo moderno.

Ovviamente potremmo anche non essere d’accordo con tutto ciò che dice Hemmingsen, ma anche questo può essere salutare. Lo shock che provocano in noi gli scrittori del passato, soprattutto quando non siamo d’accordo con loro, può portarci a una maggiore consapevolezza delle nostre idee e darci l’opportunità di riflettere su queste più di quanto non potremmo fare altrimenti. Ciò che è ovvio per noi non è necessariamente ovvio solo perché è vero, ma perché ci circonda. Lo scossone provocato in noi da quella scoperta dovrebbe farci pensare al nostro presente in maniera più costruttiva, e nulla ha il potere di fare ciò tranne che i libri antichi. Come scrisse il famoso C.S. Lewis nella sua Introduction to Athanasius’ On The Incarnation:

“Tutti gli scrittori contemporanei condividono in un certo senso le prospettive contemporanee, anche quelli, come me, che sembrano esserne i più contrari. La cosa che mi colpisce di più quando leggo di controversie nelle epoche passate è che entrambe le parti di solito vedono senza dubbio un buon affare, cosa che non vedremmo assolutamente oggi... Potremmo essere sicuri che la tipica cecità del XX secolo – cioè non rendersi conto che i posteri potrebbero domandarsi: ‘Ma come hanno fatto a pensarlo?’ – è presente dove non lo avremmo mai sospettato, e riguarda ad esempio l’accordo sereno che c’è stato tra Hitler e il Presidente Roosevelt o tra H.G. Wells e Karl Barth. Nessuno di noi può sfuggire completamente a tale cecità, ma aumenterebbe certamente e saremmo meno pronti a combatterla, se leggessimo solo libri moderni”.

Con questo spirito, e nella speranza che possa essere utile per comprendere sia il passato sia il presente in piccola misura, vi raccomando il trattato di Hemmingsen.

Note: E.J. Hutchinson è Professore associato di lettere classiche e Direttore del Collegiate Scholars Program dell’Hillsdale College. È il traduttore della recente pubblicazione su Niels Hemmingsen On the Law of Nature della serie Christian’s Library Press, ora disponibile su Acton Institute book store.
L’articolo originale The learned Dane and the harmony of natural law, è stato pubblicato sul nostro sito il 18 luglio 2018. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.