Come la politica è diventata religione

Samuel Gregg

Negli ultimi anni, la retorica politica in molti paesi occidentali sembra aver raggiunto livelli di eccesso e d’isteria a cui non assistevamo da tempo. Recentemente un cronista della National Public Radio è arrivato a descrivere la nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema degli Stati Uniti “la fine del mondo come lo intendiamo”.

Quel tipo di linguaggio, direi, dovrebbe essere riservato a eventi veramente catastrofici come il tentativo nazista di cancellare gli ebrei dalla faccia della terra o il massacro comunista dei Khmer Rossi di due milioni di persone in Cambogia. Ma la fraseologia apocalittica utilizzata oggi per descrivere, ad esempio, la nomina di qualcuno a un importante incarico nel sistema giuridico o la decisione della Gran Bretagna di lasciare l’Unione Europea ci dice qualcosa su come alcune persone in Occidente trattano la politica. È diventata in realtà il centro delle aspettative religiose. E quando, inevitabilmente, la politica non riesce a realizzare appieno tali aspirazioni (e spesso per niente), non sorprende che la furia che ne deriva si esprima come quella dei profeti ebrei che rimproverano i re infedeli di Israele e della Giudea.

È facile nutrire disprezzo per la politica e per chi sceglie di entrare in quel mondo. La popolarità di espressioni come “la palude” è legata alla consapevolezza diffusa che la vita politica sia una fonte di auto-esaltazione per gli individui di qualunque convinzione politica. Naturalmente, l’auto-arricchimento attraverso il clientelismo e le pressioni politiche è antico quanto Roma stessa. Ogni tanto, tuttavia, la pura e semplice sfacciataggine provoca contraccolpi sempre meritati.

La politica rimane comunque l’ambito adatto affinché la società possa affrontare alcune questioni molto importanti. Da come attuiamo la libertà e la giustizia in società composte di esseri umani imperfetti, a determinare quali questioni siano di competenza dello Stato e quali no. Eppure questo è lontano dal trattare la politica come qualcosa di simile a un’azienda religiosa o dall’immaginare che un tipo di paradiso terrestre possa essere creato grazie alla politica. Tali atteggiamenti mentali sono destinati a produrre aspettative imbevute di politica e quindi, alla fine, colossali delusioni e, a tempo debito, alla ricerca di nemici da biasimare e distruggere.

Un esempio di politica diventata religione è chiamato “immanentizzazione dell’eschaton”. L’espressione è stata usata per la prima volta dal filosofo tedesco Eric Voegelin per descrivere la prospettiva di chi crede che gli umani possano realizzare il paradiso sulla terra grazie ai loro sforzi.

La presentazione fatta dal marxismo di una storia onnicomprensiva e la sua idea della nascita di una società perfetta che ne può scaturire in futuro è forse l’espressione più avanzata di questo fenomeno. Essendo radicato nell’ateismo e nel materialismo filosofico, il marxismo non poteva fare a meno di proporre una teoria molto mondana della salvezza e della redenzione umana. Il carattere religioso del marxismo è ben documentato. Ma il marxismo non è l’unica ideologia con caratteristiche distintamente religiose. Nel suo libro Mill and Liberalism del 1963, il filosofo politico di Cambridge Maurice Cowling sostenne che il liberalismo di John Stuart Mill equivaleva alla creazione di un vero e proprio sostituto della religione soprannaturale.

Non è difficile capire come accadono tali trasformazioni. Gli umani sembrano adatti a pensare e ad affrontare questioni religiose. Persino l’ateo convinto ha probabilmente cercato di capire se l’universo ha origini trascendentali e cosa significa ordinare giustamente la scelta e l’azione umana. In breve, l’impulso religioso degli esseri umani sembra indistruttibile. Quindi, molti che abbandonano la loro religione, o che non hanno mai conosciuto la fede, trovano uno sfogo nel pensiero e nell’attività politica per la loro naturale inclinazione a cercare il massimo e soddisfare il loro desiderio di un mondo che agisca giustamente.

Ma le persone laiche non sono le uniche che cadono nella trappola di fare della politica la loro fede. Tanti credenti investono speranze religiose in politica.

Consideriamo, ad esempio, i cristiani attivisti della giustizia sociale che sembrano non interessati, o addirittura sprezzanti, delle dottrine cristiane che per la Chiesa sono alla base della spiegazione della pienezza della realtà all’uomo, ma puntano incessantemente sul fatto che i cristiani devono affrontare ogni tipo di questione politica in maniera mirata. Potete essere abbastanza sicuri che la fede di un attivista della giustizia sociale è in gran parte scivolata nella politica quando questo si interessa meno, ad esempio, alla divinità di Gesù Cristo o alla validità dei sacramenti, però inizia a etichettare come infedele chi pensa, ad esempio, che le leggi sul salario minimo siano controproducenti o che la maggior parte degli aiuti esteri faccia più male che bene.

Il fatto è che i cristiani cercano di assolutizzare quelle che sono soprattutto questioni prudenziali – o, al contrario, tentano di trasformare le questioni prudenziali in assoluti morali quali l’inammissibilità della legalizzazione dell’eutanasia – di solito è un’indicazione che qualche forma di politica, conservatrice o progressista, centro-destra o centro-sinistra, è diventata la loro vera religione. In men che non si dica, sembrano, si qualificano e sono solo un’altra ONG secolare.

Le tendenze ad assolutizzare la politica hanno persino assunto un’espressione teologica in diversi momenti della storia. Alcune forme di teologia della liberazione che hanno preso piede alla fine degli anni '60 l’hanno dimostrato. Una ragione per cui quelle teologie della liberazione, che si basano in gran parte sull’analisi marxista, sono inconciliabili con l’insegnamento della Chiesa è che riducono la presenza della fede cristiana in politica.

In una lettera ai suoi confratelli gesuiti nel 1980, il generale gesuita, padre Pedro Arrupe (che non era esattamente un reazionario impulsivo), ha sottolineato che l’analisi marxista “come è normalmente intesa… implica in realtà un concetto di storia umana che contraddice la visione cristiana dell’umanità e della società, e che conduce a strategie che minacciano i valori e gli atteggiamenti cristiani”. Per Arrupe, c’era questa contraddizione nella modalità in cui l’analisi marxista portò al crollo della fede e dell’azione cristiana in politica.

Citando i vescovi dell’America Latina riuniti a Puebla in Messico nel 1979, Arrupe ha osservato “che la riflessione teologica basata sull’analisi marxista rischia di portare alla ‘totale politicizzazione dell’esistenza cristiana e alla disintegrazione del linguaggio della fede, che si dirigono verso le scienze sociali e il prosciugamento della dimensione trascendentale della salvezza cristiana’”. La sostanza stessa della fede cristiana è così sostituita da una comprensione del mondo che, per definizione, riduce la fede e la morale cristiana a forme secolari di pensiero e di azione.

Dopo questo, c’è solo un breve passo per abbandonare anche l’adesione teorica alla fede cristiana. Come scrisse un sacerdote in una riflessione del 2014 sull’impatto della teologia della liberazione sul cattolicesimo latinoamericano, “i miei studenti che sono laici e cleri in America Latina testimoniano la loro esperienza nelle proprie parrocchie: ovunque e ogni volta che è entrata la teologia della liberazione, le persone hanno perso la fede”.

Quindi la domanda su come aiutare le persone a capire cosa la politica può o non può fare è ancora senza risposta. Non è che dovremmo scoraggiare attivamente i cittadini dal considerare la politica come un ambito in cui discutere e persino perseguire soluzioni a problemi particolari. Il vero problema è come noi stessi desacralizziamo il regno della politica in modo che i dibattiti politici non siano investiti di un fervore simile a quello di una guerra santa, che ci conduce agli estremi sfociando nella natura selvaggia o che porta la gente a condannarsi a vicenda.

Nel caso di chi ha perso o non ha mai avuto fede religiosa, una strada da percorrere è quella di sottolineare qualcosa che dovrebbe essere ovvia per tutti: che gli esseri umani sono, e saranno sempre, imperfetti. Questa verità – che è immediatamente confermata guardando le nostre vite e quelle di chi ci circonda – è spesso descritta come una visione conservatrice della condizione umana. È più precisamente inteso come un avvertimento contro l’utopismo. Il non credente che riconosce la follia di pensare e agire in maniera utopica è sicuramente meno incline a vedere la politica come la via da percorrere verso una sorta salvezza laica.

Per quanto riguarda i cristiani, un modo per rispondere alla domanda è ricordare l’intuizione cristiana secondo la quale né gli effetti del peccato originale né la libertà delle persone di peccare possono essere sradicati dalla condizione umana. Grazie alla Caduta, siamo bloccati nel peccato originale, mentre la libertà di peccare è un effetto collaterale di Dio che ci dà la libertà di scegliere il sentiero stretto che conduce alla vita. Se comprendi la ricchezza reale di queste verità, è improbabile che considererai la politica come un ambito in cui stabilire il Regno di Dio in tutta la sua pienezza nel qui e ora.

Ciò non significa che la tanto necessaria desacralizzazione della politica sia un motivo per accettare l’ingiustizia e il male. Certamente, come ha scritto una volta Benedetto XVI, “Si è visto che la formazione di strutture giuste non è immediatamente compito della Chiesa”, aggiungendo subito che “appartiene alla sfera della politica, cioè all’ambito della ragione auto responsabile”.

L’apparente impossibilità a risolvere molti problemi non è quindi una scusa per l’inerzia politica o per opporsi a qualsiasi cambiamento. Nemmeno ci autorizzerebbe, ad esempio, a scrollarci le spalle quando il nostro vicino ebreo viene trascinato in un campo di concentramento, o a rifiutarci di lavorare se si tratta di difendere i bambini non ancora nati e gli invalidi dall’essere trattati come esseri meno che umani, o a ignorare il massacro dei cristiani ora perpetrato in paesi mediorientali e africani da parte dei jihadisti solo perché pensiamo che non possiamo fare un gran che. Ciò equivarrebbe ad abbandonare le nostre responsabilità concrete nei confronti dei nostri simili e a sminuire la capacità della ragione umana di conoscere e promuovere il bene e minimizzare il male.

Comprendere, tuttavia, che la politica non è in grado di aggiustare tutto per l’eternità, ci aiuta a riconoscere che, in questo mondo, la giustizia relativa è la normalità. L’alternativa è immaginare che siamo in qualche modo capaci di applicare quel tipo di giustizia definitiva che, insegna il cristianesimo, si realizzerà solo alla fine dei tempi quando Dio giudicherà tutti noi. E pensare in questo modo sarebbe commettere la follia di crederci Dio.

Credere che una società di perfetta libertà e giustizia possa essere creata in questo mondo attraverso gli sforzi umani è quindi il massimo dell’arroganza. Ma temo che più tali aspettative religiose si infiltreranno nella politica, più potremo ovviamente pensare che quest’ultima diventi sempre più avvelenata e frenetica.

Nota: l’articolo originale, How Politics Becomes Religion, è stato pubblicato su The Catholic World Report il 15 luglio 2018. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.