Cosa accadrebbe senza profitto?

Dylan Pahman

Nel discorso tenuto in occasione dell’udienza generale del 5 giugno 2013, Papa Francesco esorta ad essere solidali verso i poveri e gli emarginati. È uno degli elementi tra i più nobili e su cui è posta maggiore enfasi nel suo pontificato. Ma a volte ciò che resta nascosto è di gran lunga maggiore rispetto a ciò che si vede. “Se si rompe un computer è una tragedia” ha detto Francesco, che ha continuato dicendo:

… ma la povertà, i bisogni, i drammi di tante persone finiscono per entrare nella normalità. Se una notte d’inverno, qui vicino in via Ottaviano, per esempio, muore una persona, quella non è notizia. Se in tante parti del mondo ci sono bambini che non hanno da mangiare, quella non è notizia, sembra normale. Non può essere così! Eppure queste cose entrano nella normalità: che alcune persone senza tetto muoiano di freddo per la strada non fa notizia. Al contrario, un abbassamento di dieci punti nelle borse di alcune città costituisce una tragedia.

Secondo il papa questo accade perché “uomini e donne vengono sacrificati agli idoli del profitto e del consumo”. Vorrei sottolineare che questa visione del papa è giusta. Il profitto non dovrebbe essere più importante delle persone. Lo spreco equivale a una cattiva gestione della ricchezza. La situazione dei poveri merita un’attenzione più costante nei mezzi di comunicazione. La solidarietà è una virtù. È tutto vero ma Francesco, come molti altri, non riesce a vedere quanto è buono il profitto.

Esiste una falsa dicotomia tra profitto e povertà. I mercati azionari misurano il valore di un’azienda, che è legato al profitto, ma il profitto non è l’azienda, e così facendo si portano le persone ad idolatrare quell’azienda. Ma ciò che Francesco non vede è che senza profitto le aziende falliscono, tutti i dipendenti perdono il posto di lavoro e la povertà cresce. Come afferma Adam Smith, “è solo per la ricerca del profitto che una persona impiega il suo capitale a sostegno dell’attività produttiva” (La ricchezza delle nazioni, Libro IV capitolo II). Senza profitto non esiste nessun’azienda, e senza aziende non ci sono posti di lavoro. Avere un profitto non significa ignorare i poveri. E i poveri continueranno a essere poveri senza profitto. Se vediamo tutto sotto una giusta ottica, ci accorgiamo che occuparci del buon andamento del mercato azionario può infatti significare occuparci dei poveri su vasta scala.

La risposta alla domanda: “Cosa accadrebbe senza profitto?” ci impone di pensare a tutto ciò che si può fare con il profitto. Quest’ultimo è ciò che rimane quando i guadagni superano le spese. Se non ci sono profitti, significa che le aziende non possono pagare le loro fatture. Grazie ai prestiti, le startup spesso sono in grado di andare avanti per anni senza profitti. Spesso si tratta di una cosa necessaria. Ma se non si hanno mai dei profitti, presto mancheranno i soldi necessari per pagare i prestiti che devono essere restituiti. Le aziende dovranno vendere il loro capitale per pagare e, se non sarà sufficiente, dovranno dichiarare il fallimento per rinegoziare i debiti. In entrambi i casi, l’azienda dovrà chiudere, e tutti i suoi dipendenti saranno presto disoccupati.

Quindi i primi profitti ottenuti sono utilizzati solo per mantenere vive le aziende. Tuttavia, essi possono essere usati in tanti altri modi. Un’azienda teoricamente potrebbe sopravvivere quando i ricavi sono pari alle spese. Ma se ci sono dei profitti, essa può espandersi, assumere più personale, pagare stipendi più elevati e diversificare la propria gamma di prodotti. Inoltre, spesso i profitti vengono utilizzati anche per investire in altre aziende, ad esempio attraverso i programmi di investimento 401K. I datori di lavoro e gli impiegati contribuiscono a questi fondi per le pensioni. A meno che i dipendenti non scelgano di investire solo in titoli di Stato (cosa che può anche essere un bene per la società), utilizzeranno parte dei loro redditi e parte dei profitti dell’azienda (che in quel momento sono una spesa) per contribuire ad altre aziende in un economia che produrrà maggiori profitti e più posti di lavoro.

Come abbiamo già visto, senza profitti, il commercio sarebbe impossibile. E senza commercio, non ci sono posti di lavoro. L’alternativa ai profitti è la povertà universale. È esattamente quello che accade nelle dittature utopistiche come la Corea del Nord: in cui sono ben visibili gli effetti dell’eliminazione sia dei profitti sia della proprietà privata. Questo vale dappertutto, non solo in Corea del Nord.

In Centesimus Annus, Papa Giovanni Paolo II ha affrontato il problema con maggiore acutezza:

…quando un’azienda produce profitti, ciò significa che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati ed i corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti. Tuttavia, i profitti non sono l’unico indice delle condizioni dell’azienda. È possibile che i conti economici siano in ordine ed insieme che gli uomini, che costituiscono il patrimonio più prezioso dell’azienda, siano umiliati e offesi nella loro dignità. Oltre ad essere moralmente inammissibile, ciò non può non avere in prospettiva riflessi negativi anche per l’efficienza economica dell'azienda. Scopo dell’impresa, infatti, non è semplicemente la produzione di profitti, bensì l’esistenza stessa dell’impresa come comunità di uomini che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell'intera società. I profitti sono un regolatore della vita dell’azienda, ma non bastano, ad essi vanno aggiunti altri fattori umani e morali che, a lungo periodo, sono almeno egualmente essenziali per la vita dell’impresa.

Qui Giovanni Paolo II vede gli stessi problemi di Francesco: la solidarietà nei confronti dei lavoratori, le persone prima dei profitti e così via. Eppure egli vede anche l’importanza spesso trascurata del profitto che è “indicatore del buon andamento dell’azienda” e “significa che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati ed i corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti”. I profitti, quando si perseguono e si vedono in maniera equilibrata e giusta, sono una buona cosa.

Parlando da un punto di vista teologico, tali profitti sono quello che succede quando la gente compie l’esortazione “siate fecondi” (Gen. 1,28). O, come dice senza mezzi termini Adam Smith, “Il prodotto dell’attività produttiva è ciò che essa aggiunge alle cose o ai materiali su cui viene esercitata. A seconda che il valore di questo prodotto sia grande o piccolo, i profitti dell’imprenditore saranno grandi o piccoli in proporzione” (La ricchezza delle nazioni, Libro IV capitolo II). Quando le persone beneficiano della creazione di nuove ricchezze, è perché hanno fatto qualcosa di più per il mondo che Dio ci ha donato pensando al bene degli altri e alla gloria di Dio. Sarebbe vergognoso buttarlo via.

Note: L’articolo originale What if there were no profits?è stato estratto e adattato dal libro di Dylan Pahman, Foundations of a Free & Virtuous Society (Acton Institute, 2017). Potete acquistarlo in Acton Bookshop. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.