Lettera da Roma: la politica dell’amore e dell’odio

Kishore Jayabalan

Cari amici dell’istituto Acton,

sono appena tornato dal mio viaggio annuale in Michigan per Acton University. Quest’anno  ho anche visitato per la prima volta il Russell Kirk Center for Cultural Renewal, circa un’ora a nord di Grand Rapids, con una coppia di amici rumeni che sono rimasti scioccati come vedendo alcuni Amish nei loro carri trainati da cavalli lungo il percorso. È imbarazzante ammettere che mi sono recato al Sage of Mecosta solo trent’anni dopo averne sentito parlare

La collezione di libri del Kirk Center di e su Edmund Burke era davvero impressionante; avrei tratto beneficio dal leggere qualcuno di quelli scritti con attenzione prima della mia lezione all’Acton University invece di farlo dopo. Avrei potuto trascorrere ore nella la vasta sezione Peter Stanlis e la raccolta completa The Annual Register edito da Burke.

Persino più impressionante dei libri, comunque, è stata la generosa ospitalità di Russell (fino alla sua morte nel 1994) e di sua moglie Annette verso generazioni di studenti e studiosi di tutto il mondo. Lungi dal limitare la loro accoglienza solo ai loro seguaci, i Kirk accolsero allo stesso modo ogni sorta di visitatori, mostrando come possono essere liberali i conservatori.

Noi abbiamo ascoltato i ricordi di Lee Edwards di quelli che lui chiamava “i giganti” come Barry Goldwater e Ronald Reagan oltre a Kirk, e i suoi pensieri sul futuro del movimento conservatore che loro avevano aiutato a formarsi. Il modo in cui essi riuscirono a mettere insieme i conservatori sociali, i liberali economici e i falchi della difesa nazionale rimane una conquista, specialmente oggi che quell’alleanza si sta disgregando.

La cosa più interessante per me è stata ascoltare cosa pensava Edwards circa la relazione tra la cultura contemporanea e la politica. La sinistra controlla la prima e la destra controlla la seconda, nonostante la maggiore importanza che ognuna attribuisce all’altra, il che significa che nessun aspetto è ciò che vuole essere. Lo scontento abbonda tra gli attivisti e i loro sostenitori, mentre la classe media sembra essere sempre meno coinvolta. Questo non ha possibilità di creare un buon sistema politico.

In un certo senso, i sobillatori professionisti saranno sempre più impegnati, e non solo per ragioni monetarie. Edwards notò che Kirk amava citare Burke: “non ameranno mai dove si dovrebbe amare, non odieranno mai dove si dovrebbe odiare”. Kirk e Burke erano molto anti-ideologi ma uno si chiede se la borghesia soddisfatta di se può mai corrispondere all’ideologia in quanto a impegno e appassionata intensità.

Offende la nostra sensibilità umanitaria post-cristiana il sentire che amore e odio si completano necessariamente a vicenda, sebbene non possiamo avere l’uno senza l’altro. Ci piacerebbe pensare che possiamo amare chiunque senza eccezioni senza dover odiare chiunque; i nostri dibattiti sull’immigrazione in Europa e Stati Uniti stanno provando il contrario. Per il meglio o per il peggio, la gente preferisce se stessa. Coloro che sono a favore delle frontiere aperte devono odiare ciò che propongono i nazionalisti e viceversa.

Oggi, la tolleranza si estende a tutti tranne che agli intolleranti, come disse John Locke. Quest’ultimo era soprattutto preoccupato degli effetti politici di quelli intolleranti da un punto di vista religioso, chi non vedrebbe il pluralismo religioso come qualcosa di buono in principio. Come rilevò Leo Strauss, il pluralismo come concetto è ancora un monismo che cerca in qualche maniera di escludere ciò che gli si contrappone. La questione non è tanto se noi dobbiamo avere una società religiosamente unificata o pluralistica ma a quale su tipo di ortodossia religiosa la seconda si indirizza. Ogni società, persino la più secolare e religiosamente indifferente, riflette un qualche tipo di base teologica.

È più facile ribattere con lo zoccolo duro dei nazionalisti i cui odi sono evidenti e mostrano loro quanto sono che con gli umanitari che credono di non odiare nessuno; un velo di tolleranza maschera i loro odi. Provate a chiedere a qualcuno che dissente sui loro dogmi sulla parità tra sessi, l’immigrazione, l’ambientalismo, etc. che verrà presto definito “deplorable” o, per dirla in altre parole, anatema.

La questione economica per conservatori e progressisti è dove il capitalismo si adatta alla loro visione sociale. I conservatori come Burke e Kirk erano a favore della libertà economica, poiché essa era radicata in una cultura morale coesiva che dava forma a ciò che gli economisti chiamano le preferenze di produttori e consumatori. (Gli economisti sono generalmente indifferenti a tali preferenze). I nazionalisti principalmente pensano che l’economia possa e debba essere guidata a livello nazionale per conto dei suoi cittadini, mentre i progressisti preferiscono una gestione internazionale o globale di un tipo o dell’altro, nominalmente per conto degli emarginati dovunque essi possano essere.

Non essendo strettamente politico, il capitalismo non promuove forti passioni a favore o contro di essa. Sia i suoi sostenitori sia i suoi oppositori ammettono che esso ha largamente successo nel creare una prosperosa classe media, una classe meno propensa ad un’ideologia o ad un romanticismo indirizzati a una nuova società o ad un nuovo uomo. L’economia di mercato eccelle nel produrre beni e servizi, ma non nel darci qualcosa per cui vivere o morire. Perciò, noi abbiamo bisogno di fare scomode distinzioni tra amici e nemici, fedeli ed eretici e di altre specie di visioni retrograde a cui sarebbe meglio non badare ma che dobbiamo inevitabilmente considerare.

Io ringrazio Dio che un viaggio verso un paese rurale del Michigan sia stato utile per rammentarmi di queste cose eterne.

Kishore Jayabalan
Direttore