Jordan Ballor

L’elezione del presidente Trump ha rappresentato per tante persone uno spartiacque che ha segnato la fine del moderno movimento conservatore. Queste circostanze sono delle buone ragioni per riflettere sia sulla storia recente sia su quella passata del conservatorismo. Possiamo cominciare esaminando il fenomeno del XX Secolo conosciuto come “fusionismo” e guardare indietro alle figure che sono le fonti della connessione, sempre più debole, tra conservatorismo sociale e liberalismo economico, Edmund Burke e Adam Smith.

Ben prima dell’arrivo di Trump, il fusionismo era visto da molti come il fallimento di un progetto politico e intellettuale. Infatti, i sintomi della sua scomparsa sono apparsi già quando è nato e da allora hanno costantemente progredito. Eppure forse è vero che abbiamo finalmente raggiunto un punto di inflessione, un momento in cui il modello del fusionismo non è più in grado di unire le varie fazioni e le simpatie ideologiche di coloro che erano accomunati in quanto “conservatori”. Nel 2002, E. C. Pasour, Jr., concluse che “i problemi nell’unione dei gruppi di destra sotto una bandiera comune sono ancora più pronunciati all’inizio del XXI Secolo”. Utilizzando una categorizzazione più variegata e diversificata che va oltre la dicotomia conservatrice/libertaria, i neoconservatori, i paleoconservatori, i sostenitori dei movimenti per la vita e altri, Pasour scrive, “è improbabile che qualsiasi futura alleanza filosofica abbia lo stesso successo del primo movimento fusionista nel riequilibrare le differenze tra questi gruppi”.

Il comunismo non è più una minaccia esistenziale tale da far alleare, per quanto temporaneamente, i libertari e i conservatori. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, non c’è stato alcun avvenimento particole per cui i conservatori e i libertari potessero unirsi in opposizione al comunismo. Non è successo a causa del terrorismo ne per la democrazia sociale. Il populismo autoritario sembra solo aumentare le divergenze che separano i libertari e i conservatori.

Quindi resta una domanda senza risposta: il fusionismo era semplicemente un fenomeno storico contingente nato a causa delle circostanze postbelliche negli Stati Uniti? Al contrario: credo che il fusionismo sia un fenomeno che spiega un legame più profondo e fondamentale tra il conservatorismo sociale e la libertà economica. Per comprendere meglio questo legame, consideriamo la relazione tra Edmund Burke e Adam Smith.

Ritornare a Burke e Smith
Esiste una gran quantità di opere su Burke e Smith e sulla relazione tra i due. Consideriamo soprattutto una cosa, l’idea che i concetti di economia politica di Burke e Smith sono complementari ha radici nel passato. Infatti è cominciato tutto dallo stesso Adam Smith che, dopo aver discusso con Burke (e secondo lui) su “argomenti di economia politica”, parlò di Burke come “l’unico uomo che, prima di incontrarlo, discuteva di questi argomenti esattamente come lui”. Il biografo di Burke, Robert Bissett, che rese nota questa citazione osservò che Burke parlava con ammirazione del prof. Adam Smith. Ammirava la chiarezza e la vastità della sua conoscenza, la sua profonda e vasta cultura e gli ampi consensi ottenuti nell’ambito della letteratura e della filosofia britanniche grazie ai suoi sforzi. Burke disse che il cuore di Smith era buono come il suo pensiero e che i suoi modi di fare erano particolarmente gradevoli.

Come ha detto William Clyde Dunn, “Le opinioni di Smith e Burke a proposito di un altro ambito di grande interesse mostrano una stretta relazione ideologica tra i due. C’è molto della politica di Burke in Adam Smith”. Burke, infatti, ha scritto una sintetica recensione della Teoria dei sentimenti Morali di Smith piuttosto positiva. Definiva il trattato di Smith “uno degli schemi più belli della teoria morale, mai scritto in precedenza”. Burke rispose anche in forma privata a Smith nel 1759, elogiando ancora la sua opera: “Non apprezzo solo l’ingegno della vostra teoria, sono anche convinto della sua solidità e verità”. Secondo Burke, una virtù particolare della teoria di Smith consisteva nell’essere ancorata a verità senza tempo sulla persona. “Una teoria come la vostra, fondata sul fatto che la natura umana è sempre la stessa, è destinata a non morire, invece quelle teorie che si basano solo su opinioni, che quindi variano sempre, devono essere dimenticate”.

Anche se lodò fortemente il lavoro di Smith, Burke giudicò alcuni aspetti della sua opera, La ricchezza delle nazioni, in quanto voleva capire come particolari proposte politiche e l’applicazione di giudizi prudenziali potessero agire sulla realtà e sulla società in relazione a verità eterne riguardanti proprio la realtà e la società. In Burke vediamo questo legame col passato, la tradizione, la cultura e la religione come fonte e fondamento della virtù morale.

Burke e Smith non avevano opinioni religiose identiche, né hanno accettato tutti i dettagli dell’economia politica. Tuttavia, esiste una forte coerenza e complementarità tra le loro prospettive circa il rapporto tra virtù e ordine sociale. Continuare a parlare di Burke e Smith può aiutarci a rimanere legati alla tradizione pur essendo aperti al dinamismo. Può aiutarci a rispettare la religione, a praticare giustamente la ragione e far coesistere libertà e virtù.

Nelle generazioni successive, c’è stata una stretta connessione tra la religione – il cristianesimo in particolare – e l’economia politica classica. Come disse Paul Heyne, “I cleri protestanti hanno giocato un ruolo importante nell’insegnamento dell’economia negli Stati Uniti, soprattutto prima della guerra civile, e le loro dottrine hanno generalmente lodato le virtù produttive e morali dell’economia americana”. Questa connessione tra il clero e l’economia politica classica è evidente non solo negli Stati Uniti, ma anche in altri paesi.

Il futuro del fusionismo
Senza promuove un ritorno semplicistico ad un’epoca ormai superata di “laissez-faire clericale”, come lo chiama Heyne, sostengo un ritorno alle fondamenta morali dell’economia libera rappresentata da Burke e Smith. In particolare, unire la virtù alla libertà può aiutarci a risolvere le sfide contemporanee del nazionalismo e dell’internazionalismo.

Abbiamo bisogno di un giusto equilibrio tra il nazionalismo e l’internazionalismo o quello che è stato chiamato cosmopolitismo. Burke può aiutarci a comprendere che siamo tutti radicati in certi luoghi e legati a certe persone, caratterizzate da credo, etnia o cultura diversi. Non è possibile non essere parte di una società politica, proprio come non è possibile smettere di essere membri di una famiglia o della razza umana, ed è questa la sfida posta da un populismo moderno, dover indirizzare e ordinare questi diversi aspetti delle nostre identità individuali.

Spesso l’economia moderna agisce come se l’argomento economico – sia che si tratti di un problema come il salario minimo o il libero scambio o il trasferimento di ricchezza – dovesse essere l’unico aspetto di cui discutere. Se l’analisi costi-benefici si esprime a favore di una particolare politica, allora tale politica dovrebbe essere attuata. Tuttavia, anche se esiste un consenso economico su una particolare questione, non dovrebbe rappresentare la fine ma piuttosto l’inizio della discussione politica.

I sostenitori dell’ordine liberale e della connessione tra libertà e virtù devono lavorare per riportare la politica nell’economia politica. Lord Acton ha espresso bene questo concetto: “L’economia politica non può essere supremo arbitro nella politica. Altrimenti questo potrebbe portare a difendere la schiavitù quando è economicamente conveniente e a rifiutarla quando è sconveniente dal punto di vista economico”.

Una conseguenza della revisione della dicotomia dinamica tra nazionalismo e internazionalismo è la valutazione corretta delle “strutture intermedie”, quelle istituzioni e realtà che stanno tra l’individuo e la collettività, e in particolare lo Stato, come espressione di identità. Possiamo pensare ai “piccoli plotoni” di ci parla Burke o alle osservazioni di Tocqueville sulla società civile e sulle associazioni di volontariato. Certamente, non sono solo le associazioni di volontariato a mediare tra l’individuo e lo Stato. Ci sono le famiglie di cui facciamo parte, indipendente da un nostro atto di volontà razionale. Ci sono le Chiese in cui, a seconda dell’ecclesiologia, siamo nati o in cui abbiamo trovato nutrimento spirituale dall’età della ragione. Anche la nostra cittadinanza terrena non si identifica come “associazione volontaria”, poiché siamo tutti nati come cittadini appartenenti a qualche nazione o a qualche ordine politico. Tutte queste cose sono reali e hanno conseguenze e significato per le persone e praticamente non possono svanire nel contrasto tra individuo e Stato. Tali “strutture intermedie” si trovano nei posti in cui viviamo e in cui le nostre vite assumono significato, dove siamo formati e manifestiamo le nostre virtù e i nostri vizi.

Sia Smith che Burke avrebbero tenuto maggiore considerazione degli esseri umani rispetto a quanto viene fatto oggi. Non dovremmo vedere la persona come un individuo atomistico derivante dal nulla, ne dovremmo trattarla come parte di una collettività osservandola in termini materialistici. Ciò ci porta a vedere lo Stato semplicemente come un ente che distribuisce o ridistribuisce i beni materiali, secondo un certo criterio di correttezza o di giustizia. L’idea di Burke che lo Stato non dovesse intervenire nei momenti di crisi può essere vista come un tentativo per evitare che lo Stato diventi un’istituzione debole e corrotta. Lo Stato deve occuparsi di altre cose e se smette di radicarsi in una chiamata superiore, corre il rischio di trasformarsi in un sindacato coercitivo legittimo.

Ci deve essere un recupero della grande tradizione della legge naturale, sia in una prospettiva cristiana che in relazione alla disciplina dell’economia politica. Lo stato di diritto, espressione e fondamento dell’ordine naturale, è fondamentale per analizzare le responsabilità proprie delle diverse istituzioni, tra cui lo Stato, il mercato, la chiesa e la famiglia, e per mantenerli orientati ai loro fini, offrendo così delle linee guida e orientamenti per attuare una riforma, processo in cui è inevitabilmente presente la corruzione.

In base all’ordine naturale delle cose possiamo aspettarci di vedere un modello piuttosto regolare che si sviluppa nel tempo. In un certo senso, è una questione empirica per la scienza sociale e oggetto di studi per la storia. Il riconoscimento di questo comporta un sano rispetto per il passato. L’ordine spontaneo può essere visto come qualcosa che nasce senza una supervisione umana centralizzata, ma non appare metafisicamente ex nihilo o completamente de novo. Le istituzioni culturali, le abitudini, la tradizione, la tecnica, la tecnologia e le conoscenze sono state tramandate e fungono da base per ulteriori progressi.

Infine, dobbiamo rendere chiara la differenza tra libertà e licenza e fare una distinzione molto simile tra legalità e moralità. Per troppe persone, queste non sono distinguibili, ma il senso del legame necessario che deve esistere tra virtù e libertà richiede una distinzione tra ciò che sappiamo fare e ciò che dovremmo fare e tra ciò che potremmo e ciò che possiamo fare. Alcune modalità di applicazione della libertà la distruggono, tali pratiche vanno riconosciute e evitate e in alcuni casi regolamentate dalla legge.

Il rapporto tra Burke e Smith, e tra etica ed economia politica, può aiutarci a capire che se vogliamo un’autorità esterna meno coercitiva, allora dobbiamo coltivare le virtù individuali e sostenere gli enti necessari per l’autogoverno. Come ha affermato Burke, “la società non può esistere, a meno che non ci sia un potere che controlli la volontà e i desideri, e meno potere ci sarà all’interno, maggiore potere arriverà dall’esterno”.

Il futuro dell’unione tra virtù morale e libertà sociale, il grande successo dell’Occidente, è oggi una sfida d’importanza fondamentale. Come ci ha avvertito David Brooks: “In quest’epoca si pensa che la civiltà occidentale sia reazionaria e oppressiva. Tutto quello che posso dire è che, se pensate che sia reazionaria e oppressiva, aspettate di vedere cosa verrà dopo”. L’ordine post-liberale può benissimo assomigliare ad alcuni dei peggiori aspetti dell’ordine pre-liberale, a meno che non si trovi un modo per difendere, non solo a parole, ma anche con i fatti, il più grande traguardo della civiltà occidentale, la fusione tra virtù e libertà.

NOTE: L’articolo originale Fountainheads of Fusionism è stato pubblicato su Public Discourse il 6 giugno 2017. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.