Il Venezuela affronta una crisi profonda e molti latinoamericani si chiedono: “Dov’è Papa Francesco?”

Samuel Gregg, D. Phil.

 

 

 

 

 

Se volete sapere a cosa porta il socialismo in un paese, considerate cosa sta succedendo attualmente in Venezuela. Dopo diciotto anni di regime populista di sinistra, impegnato nel “socialismo del XXI secolo”, una nazione che era ricca e relativamente stabile sta svanendo.

Migliaia di Venezuelani hanno protestato per le strade di tutte le principali città della nazione perché sono ormai stanchi per varie situazioni: ci sono carenze alimentari, non gli è stato concesso di votare, sono sottoposti a politiche economiche socialmente ambigue, hanno visto incarcerare i leader dell’opposizione, si sentono oppressi dalla costante presenza di “consiglieri” cubani e sono maltrattati dalle forze dell’ordine. Ciò che vogliono è evidente: il presidente Nicolás Maduro e il suo regime devono smettere di comportarsi come una dittatura e permettere elezioni libere e giuste. La risposta del governo è stata altrettanto chiara: una denuncia aggressiva dei suoi avversari in quanto considerati “nemici del popolo” e soprattutto, repressione, repressione, repressione.

Una sola istituzione, la Chiesa cattolica, non è controllata dal regime. Per anni, i vescovi cattolici del Venezuela hanno coraggiosamente sottolineato gli abusi del governo prima guidato da Hugo Chávez, l’uomo la cui personalità e politiche socialiste hanno dato il via all’attuale situazione esplosiva, poi portata avanti dal suo successore Nicolás Maduro.

Il regime populista di sinistra in Venezuela ha sempre riconosciuto che la Chiesa era un sostegno importante per tutti – cattolici e non, credenti e non – che si oppone a quello che i vescovi cattolici del Venezuela hanno definito, in una chiara e severa esortazione pastorale del gennaio 2017, “Sistema politico totalitario” che cerca di imporre il proprio “socialismo del XXI Secolo” al paese. Questo, hanno aggiunto i vescovi, avviene nonostante il “fallimento totale del socialismo in tutti i paesi in cui questo regime è stato adottato”.

La risposta di Chávez a tali critiche è stata quella di insultare pubblicamente i vescovi cattolici proclamando, in termini quasi blasfemi, che “Gesù è stato il primo socialista”. Maduro ha alzato la posta. Alcuni sostenitori “chavisti” aggrediscono regolarmente i sacerdoti cattolici nelle chiese e gli studenti universitari cattolici per le strade. Nel mese di aprile di quest’anno, hanno interrotto la Santa Messa del cardinale Jorge Urosa, arcivescovo di Caracas, durante la Settimana Santa – il cardinale è stato anche picchiato.

C’è tuttavia una domanda che viene posta costantemente – con maggiore frequenza e crescente impazienza – in tutta l’America Latina ogni volta che si parla della situazione del Venezuela: “Dov’è Papa Francesco?”

Stranamente taciturno
Com’è noto, Papa Francesco certamente non si trattiene di fronte a quelle che considera gravi ingiustizie. Su temi come i profughi, l’immigrazione, la povertà e l’ambiente, egli parla con forza e usando un linguaggio vivace.

Eppure, nonostante la violenza quotidiana inflitta ai manifestanti, il numero crescente di morti, un’esplosione della criminalità, la corruzione dilagante, l’inflazione incontrollata, la magistratura politicizzata e la scomparsa di generi alimentari di prima necessità e di forniture sanitarie basilari, i primi commenti di un papa dell’America Latina sulla crisi che sta dilaniando un intero paese cattolico latinoamericano sono stati stranamente contenuti.

Sì, Francesco ha invitato a pregare per le persone sofferenti del Venezuela, anche se non ha menzionato le cause evidenti della loro sofferenza. Il papa ha anche scritto una lettera a Maduro nell’aprile del 2016, il cui contenuto è sconosciuto. Maduro ha poi visitato il Vaticano e incontrato Papa Francesco a ottobre. La Santa Sede, in seguito a questa visita, ha fatto da mediatore per i negoziati tra il regime di Maduro e l’opposizione nell’ultimo trimestre del 2016. I colloqui tuttavia si sono subito interrotti quando il governo ha rifiutato di indire le elezioni o di liberare i prigionieri politici.

Francesco non ha smesso di chiedere un maggiore dialogo tra il regime e l’opposizione. Ma che significato può avere tutto ciò se il regime per “dialogo” intende imprigionare i leader dell’opposizione e gettare lacrimogeni contro i manifestanti? Più di recente, Francesco in una lettera scritta ai vescovi con data del 5 maggio ha invitato i Venezuelani a promuovere una “cultura dell’incontro” come modalità d’azione per risolvere l’attuale situazione del paese in rapido deterioramento. Ancora una volta bisogna chiedersi: quale tipo di “incontro” ci potrebbe essere tra persone che vogliono semplicemente la libertà e una dittatura che ogni giorno pratica la violenza contro il proprio popolo?

Il populismo e il papa
Allora cosa sta succedendo? Secondo me, almeno tre fattori devono essere considerati. In primo luogo, stando a quanto detto fin’ora, né il papa né la Santa Sede possono essere una figura di mediazione credibile tra il regime e l’opposizione se si considera che essi sostengono una delle due parti.

Questa è una posizione ragionevole. Ma c’è un problema in tale argomentazione. Sicuramente ai mediatori non è richiesto di stare fermi ad aspettare pazientemente che il dialogo riprenda mentre una parte danneggia l’altra. Essere mediatore non implica smettere di proclamare con forza la verità o smettere di sottolineare gli imperativi della giustizia.

Negli anni che precedevano e che seguivano la proclamazione della legge marziale da parte del regime comunista polacco nel dicembre del 1981, ad esempio, Papa Giovanni Paolo II fu certamente coinvolto negli sforzi della Chiesa di mediare tra lo Stato e il popolo polacco. Eppure il papa disse in maniera evidente che appoggiava le giuste aspettative di libertà della popolazione polacca. A questo punto è difficile sostenere che Francesco abbia preso una posizione altrettanto netta nei confronti della situazione venezuelana.

Infine, Maduro ha recentemente accusato i vescovi del Venezuela di non rispettare la richiesta di dialogo del papa, perché hanno rifiutato di partecipare al tentativo di riscrivere la Costituzione. Naturalmente, quella di Maduro è un’accusa ridicola. Eppure essa assume una certa credibilità proprio perché Francesco non ha fatto alcuna critica diretta o pubblica al regime di Maduro. A tal fine, alcuni credono che questo servirebbe solo a peggiorare le cose. Ma come potrebbe peggiorare la situazione in Venezuela in questo momento in cui la media dei venezuelani ha perso circa 8 chili di peso a causa della mancanza di cibo?

Un secondo fattore da considerare è che la crisi del Venezuela non rientra nelle modalità in cui Papa Francesco spiega i problemi politici ed economici contemporanei. È molto difficile per il papa attribuire i problemi del Venezuela alla tirannia di mammona, alla speculazione finanziaria, agli accordi di libero scambio, ai commercianti di armi, ai cattivi, ai “neoliberali” o a un soggetto qualunque tratto dai suoi soliti elenchi.

I problemi del paese sono chiaramente il risultato delle politiche socialiste imposte da un regime populista di sinistra sul proprio popolo. I vescovi venezuelani non hanno esitato a descriverlo come la “causa primaria” delle sofferenze del Venezuela. Il regime di Chavez-Maduro ha certamente creato, per usare le parole di Francesco, “un’economia che uccide”. Ma non è un’economia di mercato, bensì una socialista, liberamente scelta e creata dai populisti venezuelani. Non c’è nessuna forza misteriosa “là fuori” che ha costretto il Venezuela a intraprendere questo percorso (anche se i funzionari provenienti dalla Cuba comunista stanno facendo del loro meglio per mantenere Maduro in carica dal 2014). Mentre Maduro accusa regolarmente “l’imperialismo yankee”, questa situazione disastrosa è proprio imputabile ai Venezuelani populisti di sinistra che, come tutti i socialisti, si rifiutano di riconoscere che tali politiche portano sempre alla rovina economica a lungo termine e possono essere attuate solo da Stati pronti ad usare metodi “non costituzionali”.

Terzo fattore, è imbarazzante che Papa Francesco si sia pubblicamente accomunato con leader latinoamericani populisti di sinistra, le cui prospettive ideologiche e politiche economiche sono molto simili a quelle di Chávez e Maduro. Nel 2015, ad esempio, Francesco ha parlato in occasione di un evento in Bolivia tenuto dall’Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari in cui ha usato un linguaggio che si adatterebbe molto bene alla media dei politici populisti latinoamericani. Inoltre, Francesco ha pronunciato queste parole mentre era seduto accanto al presidente della Bolivia Evo Morales: un popolare capo di stato latinoamericano che professa un’ammirazione per Chávez e che continua a sostenere il regime di Maduro.

Parlare direttamente e chiaramente del danno politico ed economico causato da un regime populista di sinistra imporrebbe a Francesco di prendere le distanze da leader, movimenti e governi populisti in tutta l’America Latina, o addirittura di criticare lo stesso fenomeno del populismo latinoamericano. Il papa, tuttavia, in almeno due occasioni (e recentemente) ha descritto il populismo latinoamericano come sano perché rende i “popoli… protagonisti” del proprio destino.

Tutte queste associazioni e sentimenti suscitano inevitabilmente delle perplessità in alcune persone che non vedono un papa disposto ad accettare l’esistenza di un legame tra il populismo latinoamericano e i regimi come quello di Maduro.

Personalmente, non sono sicuro che sia una giusta critica. Come l’arcivescovo di Buenos Aires, il cardinale Jorge Bergoglio si è trovato di fronte a un governo di sinistra populista che ha inflitto enormi danni economici all’Argentina e non aveva paura di criticare i governi populisti di sinistra come quelli guidati dai presidenti Néstor e Cristina Kirchner. Ma non ha criticato proprio il loro populismo. Piuttosto, Bergoglio si è concentrato su cose come la corruzione.

Detto diversamente: se Papa Francesco criticasse le radici populiste del regime di Maduro, la sua ideologia e la sua ampollosità, metterebbe in dubbio l’idea che il populismo latinoamericano sia una forza essenzialmente positiva. Questo potrebbe essere un passo che Francesco non è disposto a fare.

Credo ci sia comunque un prezzo da pagare che, anche se non siamo d’accordo, è basilare nel nostro mondo mediatico. Come ha osservato un professore cattolico durante un mio recente viaggio in America Latina, “tanti dicono che il Santo Padre sarebbe molto più duro e diretto se la dittatura venezuelana fosse di destra e non un regime di sinistra che viene giustificato in partenza perché parla sempre di el pueblo”. Questa è ovviamente una semplice speculazione da parte di alcuni cattolici latinoamericani. Ma il fatto che stanno apertamente esprimendo tali pensieri è significativo.

Non c’è più tempo
È anche chiaro che il papa apparentemente è restio ad essere troppo critico nei confronti della dittatura di Maduro, questo sta facendo perdere la pazienza nei confronti di Francesco ad alcuni rappresentanti nell’opposizione venezuelana.

Pensiamo, ad esempio, a Lilian Tintori: la moglie di uno dei principali leader dell’opposizione, Leopoldo López, un cattolico devoto che è in prigione dal 2014. La Tintori è seguita e perseguitata dalle forze dell’ordine del regime e subisce diverse umiliazioni ogni volta che visita il marito in prigione. Maduro ha pubblicamente denunciato la Tintori come “terrorista”.

In un’intervista rilasciata in Brasile l’11 maggio, la Tintori ha definito l’insistenza del papa per un dialogo tra l’opposizione e il regime di Maduro “inaccettabile”. Per lei, il rifiuto da parte del regime di soddisfare qualsiasi delle condizioni basilari, quali la liberazione di prigionieri politici, come suo marito, significa che non ci sono basi su cui dialogare con il regime – tranne la destituzione. Secondo lei, è necessario andare al voto. Lei sostiene che il Vaticano, invece di parlare ininterrottamente di “dialogo”, dovrebbe dedicare più tempo a difendere le vite e i diritti umani fondamentali dei venezuelani che vengono violati quotidianamente dal regime. Aggiunge poi che il papa è nel torto quando dichiara – in una delle sue conferenze stampa, sul volo di ritorno dall’Egitto, – che l’opposizione venezuelana è “divisa”. “L’opposizione”, ha dichiarato la Tintori, “è unita” e determinata a raggiungere il suo obiettivo di indire subito le elezioni.

Lillian Tintori non è la sola tra i leader dell’opposizione ad esprimere pubblicamente dei dubbi circa l’approccio di Francesco alla crisi venezuelana. Il 17 marzo di quest’anno, Henrique Capriles, un altro cattolico devoto che era il candidato oppositore di Maduro nelle elezioni presidenziali, ha dichiarato in un’intervista che “Papa Francesco sembra lontano” dalla crisi del Venezuela. Da tempo, ha aggiunto, il Venezuela dovrebbe essere una delle priorità del papa. “Dov’è il papa?”, ha esclamato Capriles in preda a un’evidente frustrazione.

Nelle ultime settimane, il Segretario di Stato della Santa Sede, il Cardinale Pietro Parolin (che è stato nunzio apostolico in Venezuela dal 2009 al 2013) ha detto che il paese ha bisogno ora di elezioni giuste. Questo riflette la posizione dei vescovi del Venezuela. Essi, tuttavia, sono stati altrettanto fermi sottolineando che un elemento indispensabile affinché il Venezuela progredisca è “il rispetto dello stato di diritto”. Ciò implica un ritorno ad una forma di governo che limita il potere dello Stato nella società e nell’economia tramite le leggi costituzionali.

Parliamo di un anatema per i populisti latinoamericani di sinistra, che trascurano sempre lo stato di diritto nella loro solita terminologia marxista considerandolo “strumento dell’oligarchia borghese”. Per loro limitare (per non dire dimenticare) il potere vuol dire tradire el pueblo e cedere ai “signori neoliberali del capitale”.

È possibile che il governo Maduro semplicemente crollerà quando la situazione peggiorerà. Corea del Nord e Cuba, tuttavia, mostrano che i regimi dei tiranni possono rimanere al potere per molto tempo se vogliono.

Un altro possibile scenario è una rivolta militare guidata da ufficiali di grado inferiore dispiaciuti per le azioni che il regime li costringe a compiere costantemente contro il proprio popolo, stanchi di prendere ordini dai consiglieri cubani e, come milioni di altri venezuelani, stanchi di dover lottare per far mangiare le loro famiglie. Nulla, però, nella mentalità dei leader populisti di sinistra come Maduro suggerire che si lasceranno mettere da parte. Ci sono tutte le ragioni per credere che il regime combatterebbe, peggiorando in tal modo ciò che sotto certi aspetti è già in atto in Venezuela: una sanguinosa guerra civile.

E poi, quanti venezuelani si preoccupano di domandarsi “Dov’è Papa Francesco?”. Saranno troppo impegnati a combattere per due cose fondamentali: la loro vita e la loro libertà.

NOTE: L’articolo originale As Venezuela burns, many Latin Americans ask: “Where is Pope Francis?” è stato pubblicato su The Catholic World Report il 18 maggio 2017. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.