Lettera da Roma: nazionalismo americano ed europeo

Kishore Jayabalan

La diatriba tra Sohrab Ahmari e David French dello scorso mese è stata lo scontro più recente sul significato del conservatorismo americano. Joe Carter dell’Acton Institute ha consigliato una lista di testi da leggere senza però schierarsi con nessuna delle due fazioni, che si è rivelata molto utile. Questo contegno è ammirevole perché ciascuno dei due schieramenti ha qualcosa da insegnarci sul carattere ancora eccezionale degli Stati Uniti e del suo movimento conservatore.

Il fatto che si svolgano ancora tali dibattitti sulla destra americana con una certa regolarità è segno della sua vitalità, non del suo declino. Non si tengono pubblicamente tali dibattiti in Europa. Ci sono invece raduni privati ​​di conservatori che di solito si disperano per la loro incapacità politica e culturale. E anche nel loro caso sono gli americani, quelli che vivono in Europa o quelli che vengono solo per prendere parte al dibattito, a definirlo nelle sue caratteristiche.

Gli americani dominano questi dibattiti europei (vedete, ad esempio, Steve Bannon) perché gli europei vedono che c’è ancora qualcosa in ballo nella politica americana. Agli americani importa ancora chi vince le elezioni e stabilisce la direzione della loro politica interna ed estera. Ho cercato di convincere i funzionari vaticani di questo fin da quando lavoravo per l’Osservatorio permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite. Un repubblicano alla Casa Bianca fa da contraltare al programma pro-aborto, anti-famiglia e generalmente socialista dell’Unione Europea. Un’amministrazione democratica alleata con l’UE rende la vita molto difficile, se non impossibile, alla Santa Sede e ai suoi alleati.

Naturalmente, i diplomatici vaticani hanno un approccio più sofisticato in ambito politico, cercano un programma condiviso con chiunque possa essere responsabile e cercano di fornire un equilibrio ideologico quando è necessario. I diplomatici, anche quando non sono europei, ricevono la loro formazione a Roma e, di conseguenza, vengono influenzati da ciò che accade qui. Certamente non possono disperarsi come le loro controparti laiche, ma proprio come loro, non pensano che le elezioni abbiano conseguenze significative. La politica va e viene, ma la Chiesa rimane sempre.

Non è una novità che i leader religioni abbiano questo approccio meschino e imparziale (usando l’espressione di Ernest Fortin, trans-politico) verso la politica. Come ho spiegato nei miei recenti discorsi sulla teologia della liberazione e sull’umanitarismo secolare ad Acton University, la Chiesa sta seguendo solo la guida di Gesù Cristo dando poca importanza alle leggi temporali. Eppure chiunque abbia un minimo di conoscenza della storia europea sa che la Chiesa ha avuto una funzione politica, quasi a dispetto di se stessa. Alla fine ha imparato che l’abbandono della politica comporta un costo elevato per la sua missione evangelica.

Il costo di questa negligenza è praticamente evidente nell’ascesa del nazionalismo europeo. Nel mio articolo su Matteo Salvini e i vescovi pubblicato da First Things, accuso la debolezza della Chiesa istituzionale in Italia che formava i democratici cristiani sia di destra che di sinistra in modo tale che, indipendentemente da chi fosse al governo, i leader del paese rappresentassero le idee dei cattolici. Da allora la Chiesa italiana è passata dalla formazione dei laici all’emissione di dichiarazioni episcopali politiche, il cui chiaro effetto perverso è stato una riduzione della sua influenza politica.

Insieme alle sue controparti dell’Ungheria e della Polonia, Salvini si è appropriato dei simboli cristiani in difesa di una nazione storicamente cristiana, fornendo qualche speranza ai conservatori europei. Che si tratti di un segno del ritorno della democrazia cristiana? Rimango scettico sul fatto che i nazionalisti europei possano restare a lungo influenti, in parte perché non credo che la gerarchia ecclesiastica oppure i partiti politici cristiani possano riguadagnare il loro ruolo formativo in quest’era di declino istituzionale. A differenza del concetto stesso di Europa, lo stato-nazione moderno nasce da differenze settarie piuttosto che dall’unità dei cristiani. L’esperienza della Chiesa con il nazionalismo etnico ha portato a considerare tutti i nazionalismi come potenziali idolatri e come una minaccia per le verità universali su Dio e l’uomo. L’umanità deve quindi avere la precedenza sulle particolarità della razza, della nazione e persino della religione.

Per quanto strano possa sembrare, il dibattito sul nazionalismo americano riflette maggiormente le tensioni politiche all’interno del cristianesimo. Quello tra Ahmari e French è un contrasto tipicamente cristiano su come impegnarsi in politica. Ahmari, convertito al cattolicesimo, adotta un approccio zelante, promuovendo non solo il bene comune ma pure il “Bene supremo” come argomento di interesse politico. È preferibile vincere battaglie politiche con Donald Trump piuttosto che perderle fieramente appoggiando Paul Ryan. French, evangelico protestante che ha servito nell’esercito e ha combattuto battaglie legali per conto della libertà religiosa, pensa che la decenza e la civiltà debbano rimanere le principali caratteristiche dei cristiani in ambito politico, anche se ciò comporta perdere su questa terra. Dopotutto, Gesù ha già vinto la guerra. Nel cristianesimo è più opportuno il martirio che la vittoria eclatante.

Le attuali manifestazioni del nazionalismo americano ed europeo sono delle reazioni contro la diffusione dell’umanitarismo laico. Entrambi difendono l’idea della nazione, insieme alle sue peculiarità, come qualcosa di necessario per la prosperità umana. Anche se i nazionalisti europei fanno riferimenti storici al loro passato cristiano e usano i simboli cristiani, resta davvero poca fede cristiana in questo continente. Il dibattito tra conservatori negli Stati Uniti presuppone la fede cristiana come punto di partenza e chiede cosa dovrebbe essere fatto. È basato sul “credo” americano che tutti gli uomini sono creati uguali e possiedono dei diritti naturali che lo Stato deve rispettare e proteggere; in linea di massima, chiunque può diventare americano, così come chiunque può diventare cristiano credendo in certe verità. Come recita il famoso detto (un po’ ironico) di G.K. Chesterton “L’America è una nazione con l’anima di una Chiesa”.

Anche se statisti, proprio come Winston Churchill, hanno parlato di creare gli “Stati Uniti d’Europa”, i nazionalisti europei non lo fanno perché non possono credere in questo. Negli ultimi vent’anni, è cresciuto in me un grande affetto per l’Italia e la sua gente, ma so che non potrò mai diventare italiano come i miei genitori sono diventati americani. Forse sarà diverso per i figli italiani di immigrati filippini e bengalesi. La sfida, forse la tragedia, per i nazionalisti europei sta prima di tutto nel recuperare la fiducia in qualcosa che molti europei ritengono responsabile delle loro divisioni.

(Foto: Niyazz/Shutterstock.com)