Lettera da Roma: Brexit, Uscitalia e il ritorno della politica

Kishore Jayabalan

Cari amici dell’Istituto Acton,

Ero a New York City la scorsa settimana mentre si svolgeva il drammatico referendum sulla Brexit, questo ha avuto un aspetto positivo e uno negativo. Il vantaggio è che stando a New York il panico finanziario era più palpabile, poiché alcuni dei miei amici di Wall Street sono rimasti svegli tutta la notte per  registrare le oscillazioni del mercato che ne sono seguite. New York (o almeno Manhattan) è, come Londra, una metropoli sofisticata e cosmopolita che finge di essere al di sopra della politica comune –  questo fino a quando la politica non interrompe bruscamente la festa.

L’aspetto negativo di essere lì è che ho perso la reazione italiana alla Brexit, che può aver riscosso o non riscosso lo stesso interesse della stupefacente gara della squadra nazionale di calcio ai campionati europei. Diversamente dalla maggior parte degli americani, gli italiani sono abbastanza informati sulla politica, se non altro per avere ancora un altro argomento da discutere davanti a un espresso. Sondaggi recenti mostrano che molti italiani avrebbero preferito seguire il Regno Unito uscendo dall’Unione Europea, questo significherebbe che i politici italiani non permetteranno mai un tale referendum. I miei amici italiani esperti di politica mi assicurano che è improbabile che Matteo Renzi ripeta l’errore di David Cameron.

Ma poi dopotutto chi lo sa? A Roma è stato appena eletto il primo sindaco donna del nuovo arrivato Movimento Cinque Stelle che una volta era favorevole a un referendum sull’UE ma poi ha cambiato idea. Lo stato d’animo populista rimane evidente anche qui, comunque. Come tutti i populisti, Virginia Raggi avrà difficoltà a passare dalla modalità campagna elettorale alla modalità di governo, che richiede essere in grado di lavorare con coloro che di solito ritengono i populisti moralmente falliti. (Per non parlare del fatto di avere a che fare con i fallimenti che sta affrontando il settore finanziario in Italia che costringerebbero comunque il paese a trovarsi fuori dall’UE). A meno che non si viva in Svizzera, i referendum non sono il modo normale di governare una società moderna, quindi alcune scelte difficili dovranno essere prese da coloro che il popolo ha scelto come rappresentanti.

Poiché ho appena tenuto delle lezioni su John Locke e Edmund Burke all’Acton University, sto pensando al governo rappresentativo e ai partiti politici un bel po’ ultimamente, e sta diventando sempre più ovvio per me che la politica rimane uno scenario tanto deriso, ma comunque di vitale importanza per la nostra vita comune. I leader religiosi e gli economisti spesso cercano di mettere da parte la politica, o sono incoraggiati a farlo, ma sono inevitabilmente attratti nel suo vortice nel momento in cui si verifica una disfunzione qualsiasi. Ciò che sorprende è che essi continuano ad essere sorpresi dal fatto che la politica può ancora pretendere la nostra attenzione collettiva.

Naturalmente, a nessuno piace essere identificato come “politico” – perché implica essere senza scrupoli, incline a cadere in atteggiamenti ampollosi, e cosa peggiore, vivere grazie  alle comuni tasse che tutti gli altri pagano, cose che stando ai fatti sono corrette. Salvare vite e anime o avviare un’impresa produttiva che soddisfi le esigenze dei clienti sembra essere un uso di gran lunga migliore del nostro limitato tempo sulla terra. Allora, perché se le cose stanno così ce ne importa così tanto della politica? Perché Aristotele ci ha definito zoon politikon e le scienze politiche “architettoniche”?

La politica regna sovrana a causa del nostro desiderio naturale di giustizia, non solo per noi stessi ma per coloro che vivono intorno a noi. Allo stesso tempo abbiamo anche diverse, spesso opposte, opinioni sulla giustizia e su chi dovrebbe essere incluso “intorno a noi”. Chi dovrebbe governare? Come? Cosa forma un “popolo” o un “cittadino”? Queste sono domande perenni che non possono essere evitate da nessuna società, provate ad evitarle se ci riuscite.

Cerchiamo di evitare queste domande perché sappiamo che le nostre opinioni sulla giustizia possono portare e spesso portano a divisioni e conflitti. Infatti, l’Unione Europea è stata avviata proprio per mettere a tacere i pericoli di tali rivendicazioni politiche che hanno portato a tante guerre distruttive. L’UE è un progetto politico destinato a depoliticizzare gli europei, prendendo la politica dalle loro mani e portandola alle burocrazie di Bruxelles. Questo cancellando i confini nazionali, consentendo a beni, servizi e lavoro di circolare liberamente e di eliminare le monete nazionali in favore dell’Euro gestito dai tedeschi presso la Banca Centrale Europea. Il risultato sarebbe dovuto essere una pacifica, prospera, e forse un po’noiosa Europa, altrimenti conosciuta come il continente abitato dall’“ultimo uomo” di Friedrich Nietzsche.

Non così in fretta, amici miei. L’Europa è davvero pacifica e prospera secondo qualsiasi criterio ragionevole, ma la crisi del debito in Grecia e il gran numero di migranti che attraversano il Mediterraneo hanno ricordato agli europei il primato della politica. Mentre la BCE gestisce la politica monetaria, la politica fiscale rimane nelle mani dei governi nazionali che ancora resistono, non permettendo ad altri governi di dirgli cosa fare. Il risultato è che le maggiori banche del continente sostengono un debito insostenibile. I migranti provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa di solito arrivano in Italia o in Grecia, che poi devono sostenere i costi del salvataggio, delle strutture di accoglienza e dei trasferimenti. Il tentativo di creare gli “Stati Uniti d’Europa” sta fallendo perché ci sono ancora le nazioni europee.

Non è così scioccante che questi antichi popoli si stanno a loro volta riaffermando quando gli viene data la possibilità di farlo. La domanda è se hanno ancora le risorse spirituali e materiali per continuare a sopravvivere. La maggior parte degli Stati ha tassi di natalità storicamente bassi, programmi di welfare eccessivamente generosi e praticamente nessuna crescita economica o capacità militare. I governi e le banche europee si trovano ad affrontare enormi crisi di debito pubblico. E quell’unica religione che univa e al contempo separava le nazioni europee – il cristianesimo – è in declino da parecchio tempo.

Anche se si prega continuamente per le virtù della fede, della speranza e della carità, a questo si  unisce una bella immagine desolante. Siamo in un territorio inesplorato per la civiltà occidentale. Forse il rilancio della politica in Gran Bretagna e in altre nazioni potrà risuscitare alcune di quelle energie latenti, quelle che richiedono specificità e, sì, patriottismo che sono state perse nella ricerca dell’unità.

L’illusione multiculturale è che dobbiamo ignorare le differenze religiose, razziali, etniche, linguistiche per vivere semplicemente come “umanità”. Ma se vivere bene ci imponesse di prendere sul serio e rispettare queste differenze? Il recupero di questo modo di pensare veramente umano mostrerebbe al mondo che l’Europa è qualcosa di più vitale e più nobile dell’Unione Europea.

Kishore Jayabalan
Direttore