La Brexit e il fallimento dell’Europa

Samuel Gregg, D. Phil.

Il continente che un tempo governava il mondo sembra alla deriva mentre la sua anima è consumata dalla burocrazia e dal politicamente corretto.

Per la maggior parte dei non-europei è difficile comprendere la portata della devastazione che ha superato l’Europa per due volte nel XX secolo. Dopo essere discese negli abissi tra il 1914 e il 1918, le nazioni europee sono cadute di nuovo nella stessa situazione a distanza di vent’anni. Esse di conseguenza sopportato un’apocalisse di morte e distruzione dalla Normandia in Occidente a Stalingrado in Oriente. “Mai più!” è diventata l’espressione accattivante di numerosi politici europei, soprattutto di statisti cattolici come Konrad Adenauer in Germania occidentale, Alcide de Gasperi in Italia e Robert Schuman in Francia (attualmente preso in esame dalla Chiesa per la sua beatificazione), ognuno dei quali ha guidato governi cristiano-democratici negli anni dell’immediato dopoguerra.

È stato in questo contesto che l’unificazione europea cominciò ad essere vista come un modo sicuro di garantire la pace e smorzare i fuochi del nazionalismo. E da un certo punto di vista, questo aveva un senso. Nonostante tutte le loro differenze, le nazioni europee avevano molti punti di convergenza. Da un radicamento nel cristianesimo e una sostanziale influenza ebraica, ai lasciti di greci, romani, e vari illuminismi. Poi c’era il fatto che il commercio intra-europeo esisteva da secoli, forgiando legami economici difficili da rompere.

Il Trattato di Roma, che ha cercato di creare un mercato comune per garantire la libera circolazione delle merci, dei capitali, dei servizi e del lavoro tra i 6 paesi firmatari originali, è stato firmato il 25 marzo 1957. Non è un caso che la cerimonia si sia svolta presso il Palazzo dei Conservatori in Campidoglio a Roma. Costruito sulla cima di un tempio pagano del VI Secolo a.C. e ristrutturato nientemeno che da Michelangelo, il Palazzo ha rappresentato il punto d’incontro per attività e imprenditori provenienti da tutta l’Europa medievale dove potevano riunirsi per impegnarsi nel commercio pacifico. Dato che il continente europeo era stato devastato dalla guerra solo dodici anni prima, l’istituzione dell’allora Comunità Economica Europea (CEE) è stata considerata una grande conquista e motivo di festeggiamento.

Tutto questo sembra lontano dall’Unione Europea di oggi. Il mercato comune certamente esiste e si è anche esteso a ventotto nazioni. Ma il continente è invaso da movimenti politici e da partiti che si differenziano per molte cose, ma condividono una profonda sfiducia – e un contrasto crescente – verso l’UE. Si tratta di un’ostilità che trascende divisioni più tradizionali come destra e sinistra, datori di lavoro e dipendenti, cattolici e protestanti, Europa occidentale e orientale, o settentrionale e meridionale. Ora quest’ostilità ha ottenuto la sua prima grande vittoria, quando la Gran Bretagna – la seconda maggiore economia dell’UE – ha votato con un margine relativamente basso per uscire formalmente dall’unione sovranazionale.

Sarebbe facile imputare tutto questo alla rinascita del nazionalismo e alla paura degli immigrati, fattori accentuati dalla gestione inetta dell’UE, dalla crisi dei migranti del 2015 e dall’esplosione della violenza islamista jihadista. Certamente questi elementi sono legati all’esito del voto. Ma si tratta di elementi che distolgono l’attenzione da una fonte ancora più grande di alienazione: vale a dire, la forma assunta dall’UE contemporanea, in particolare dalla sua leadership politica e dalla burocrazia. Questi ultimi gruppi sono, dal punto di vista di molti europei, profondamente antidemocratici, addirittura non curanti di chi esprime dubbi circa i loro programmi, e inclini a insistere sul fatto che la maggior parte dei problemi può essere risolta dando all’UE – e di conseguenza ai funzionari dell’UE – maggiori poteri. La gente in Gran Bretagna ha votato per la Brexit a causa di molti, spesso diversi motivi. Tuttavia, è difficile negare che l’approccio verticale dall’alto verso il basso dell’UE alla vita pubblica, la sua furtiva sostituzione delle leggi nazionali e forse, soprattutto la pura arroganza della sua leadership politico-burocratica hanno svolto un ruolo importante nel portare il 52% degli elettori britannici a dire che ne aveva abbastanza.

L’economista-profeta
Chiunque visita Bruxelles in questi giorni è destinato ad essere preso alla sprovvista dalla quantità di enti e organi dell’UE ospitati dalla città. Tralasciando l’architettura esteticamente discutibile di molti degli edifici che ospitano tali enti, l’UE dà un nuovo significato alla parola “burocrazia”. Bruxelles pullula di centinaia di politici e rappresentanti di stati membri così come di migliaia di consulenti vari, dipendenti pubblici e le ONG (invariabilmente finanziate dallo Stato). Solo una manciata di queste persone sono state in realtà elette da cittadini normali.

Questo mondo di politici irresponsabili addetti ai lavori e la percezione (reale o non) che gli unici interessi che servono sono i propri ha spinto molte persone in Gran Bretagna a scegliere “Leave” il 23 giugno. Eppure si tratta di un mondo la cui nascita è stata anche prevista negli anni ‘50 da un economista che, per questo, merita veramente il titolo “profetico”.

La maggior parte dei primi oppositori all’integrazione politica ed economica europea era socialista vecchio stile. Essi temevano che un mercato comune avesse potuto ostacolare l’attuazione delle politiche socialiste. Una rara eccezione a questa regola è l’economista tedesco Wilhelm Röpke. Oggi Röpke è conosciuto come il progenitore intellettuale più importante del miracolo economico tedesco postbellico. Un luterano devoto profondamente immerso nella dottrina sociale della Chiesa, Röpke è stato anche uno dei pochi economisti del libero mercato a criticare fortemente e pubblicamente quella che sarebbe diventata l’UE attuale, anche prima del Trattato di Roma firmato nel 1957.

Lo scetticismo iniziale di Röpke verso l’Europa non nasce da sentimenti nazionalisti. Le sue esperienze di soldato altamente decorato che ha combattuto nell’esercito tedesco sul fronte occidentale durante la prima guerra mondiale gli hanno lasciato un’avversione duratura verso il militarismo e il nazionalismo, in particolare verso le varianti fasciste, tanto che Röpke è stato uno dei primi studiosi mandati via dalle università tedesche dai nazionalsocialisti nel 1933. Inoltre, come economista insolitamente colto in altre discipline, Röpke ha riconosciuto che i moderni stati nazionali non sono, storicamente parlando, sempre stati alleati della libertà. Tuttavia, Röpke era molto critico del Trattato di Roma e ha fatto diverse previsioni su come si sarebbe probabilmente sviluppata la CEE.

È sorprendente quanto Röpke avesse ragione sul carattere che ha assunto il progetto d’integrazione europea. Nel 1958, per esempio, Röpke ha previsto che alla fine questa integrazione avrebbe contrapposto le nazioni europee fiscalmente responsabili ai paesi meno disciplinati economicamente. Nella nostra epoca, questa divisione è diventata una delle principali fratture che distingue, ad esempio, la Germania e la Finlandia fiscalmente responsabili dai disastri economici della Francia e della Grecia.

Sul tema della moneta unica europea, Röpke ha insistito che avrebbe funzionato solo se gli stati membri avessero seguito politiche fiscali disciplinate e se avessero attuato dei sistemi per cacciare qualsiasi nazione avesse violato le regole severe in materia di spesa pubblica. Dubitava, tuttavia, che tali condizioni sarebbero state possibili in un’Europa in cui (1) gli Stati si fossero rivelati abili a trascurare le regole, (2) in cui un welfare molto presente è stato sempre considerato un diritto umano, e (3) dove i partiti politici si sono abitualmente serviti dei potere di imporre tasse e della spesa pubblica degli Stati per guadagnarsi il sostegno degli elettori dei vari collegi elettorali. Col senno di poi, le previsioni di Röpke si sono rivelate ancora una volta azzeccate.

Röpke ha anche ipotizzato che la CEE avrebbe aggravato la burocratizzazione della vita europea. Ogni creazione d’istituzioni sovra-europee del dopoguerra, ha mostrato Röpke, aveva prodotto migliaia di dipendenti pubblici inclini ad espandere il loro numero e la loro influenza. Solo sei anni dopo la fondazione della CEE, Röpke ha osservato, i suoi organi esecutivi erano già diventati “un enorme macchina amministrativa” che imponeva migliaia di regolamenti per gli Stati membri. Peggio ancora, ha aggiunto, i vari dipartimenti della CEE erano stati conquistati da “socialisti e interventisti radicati” che consideravano la pianificazione dall’alto verso il basso da parte delle élite politico-burocratiche come superiore al funzionamento dei mercati in uno scenario di Stato di diritto, del potere dello Stato limitato dalla Costituzione, e di una rete di sicurezza di base.

Senza radici, alla deriva e (forse) finita
Röpke non era il signornò dell’Europa. Infatti, ha sostenuto l’integrazione economica del continente. Ha detto, tuttavia, che dovrebbe svilupparsi “dal basso”, piuttosto che essere imposta dall’alto verso il basso. Sarebbe meglio attualizzata, Röpke sostiene, un’apertura dei paesi europei unilaterale delle loro economie non solo tra di loro, ma anche verso il resto del mondo. Significherebbe, Röpke ha dichiarato, eliminare qualunque bisogno di burocrati e di organizzazioni sovranazionali europee nella “gestione” del procedimento.

Allo stesso tempo, Röpke non ha nascosto la sua convinzione che il cuore dell’identità europea è andato ben oltre il mondo della domanda e dell’offerta. Essere europeo, ha sostenuto, significa affermare quelle tradizioni religiose, politiche e culturali che hanno reso l’Europa diversa da quelle culture derivanti da patrimoni differenti. Non era questione di denigrare altre società. Si trattava, invece, semplicemente di riconoscere quelle cose che davano all’Europa, e quindi all’Occidente più in generale, il suo carattere distintivo.

Tali concetti sono maltrattati dalla burocrazia contemporanea europea. Qualsiasi discussione sui valori è sempre dominato da parole come “diversità” e “non-discriminazione” e quasi da un’ossessione per l’uguaglianza. A dire il vero, queste frasi possono assumere significato positivo, ma solo se fondate su una comprensione coerente della natura dell’essere umano. In un’Unione Europea sempre più incline a promuovere in maniera aggressiva concetti privi di senso, come la “teoria del genere” (ripetutamente condannata da Papa Francesco), tutte queste cose assumono un significato piuttosto diverso.

In un Paese scristianizzato come la Gran Bretagna, è immaginabile che la preoccupazione per questi problemi non si presenti nel dibattito Brexit. L’adozione di tali programmi ideologici specifici dell’UE è sintomatica, tuttavia, di una tendenza che mostra che molti di coloro che hanno votato per “Leave” lo hanno fatto per ribellarsi. Si tratta dell’imposizione d’idee che vengono semplicemente considerate giuste dalle classi politiche dell’UE, dalle burocrazie dell’UE e dai loro sostenitori intellettuali. Questo va di pari passo con un’abitudine di etichettare chiunque metta in discussione la loro posizione come un troglodita o con le parole a cui viene regolarmente collegato il suffisso “fobico”. Piuttosto che discutere realmente delle idee, è molto più facile suggerire che le opinioni di qualcuno sono simili a una qualche forma di malattia mentale.

Data la sclerosi economica, l’inerzia politica, e la burocratizzazione strisciante che caratterizza gran parte dell’UE di oggi, ci fa riflettere che, solo 100 anni fa, questo continente ha dominato il resto del globo economicamente, culturalmente, politicamente, filosoficamente, e anche religiosamente. Però, il 23 giugno la maggioranza degli elettori britannici ha deciso di staccare la loro nazione da ciò che è – come il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha ammesso in un discorso a settembre 2015 – un’“Unione Europea non in buono stato”.

A breve termine, negoziare i termini del divorzio – tra i principali ci sono gli accordi commerciali e liberare il diritto inglese e scozzese dal labirinto della UE che richiederà una notevole destrezza del prossimo primo ministro della Gran Bretagna. Eppure, non è difficile concludere che il Regno Unito si è staccato da un esperimento politico che una volta ha offerto speranza, ma attualmente sembra (1) incapace di una riforma importante; (2) disposto a rifugiarsi nella negazione; (3) impantanato nel politicamente corretto; (4) afflitto da invecchiamento e calo demografici; (5) affronta livelli di disoccupazione giovanile catastrofici; e (6) dominato da una classe politica che vive in una camera di risonanza e non riconosce che molte delle loro azioni hanno contribuito a riaccendere le stesse tensioni che il progetto europeo è stato programmato a prevenire.

Purtroppo, il futuro dell’Europa non è roseo in questo momento. Si può sperare che la Brexit sia quel campanello d’allarme che abbiamo atteso a lungo. Purtroppo, le tendenze attuali non forniscono molti motivi di ottimismo. Anzi, il contrario.

NOTA: L’articolo originale, “Brexit” and the Failure of Europe, è stato pubblicato su The Catholic World Report il 26 giugno 2016. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.