Papa Francesco, il populismo e l’agonia dell’America Latina

Samuel Gregg, D. Phil.

Mentre i regimi populisti implodono in tutta l’America latina, non è chiaro se la Chiesa cattolica nell’era di Francesco sia ben attrezzata per far fronte a tutto ciò che accadrà in seguito.

Il Venezuela è ormai in avanzato stato di collasso politico ed economico. È questo il frutto di diciassette anni di “socialismo del XX secolo”, avviato da Hugo Chávez e proseguito dal suo successore Nicolás Maduro. La realtà giornaliera dei venezuelani è fatta di negozi vuoti, forte corruzione, inflazione a tre cifre, assenza di beni necessari come cibo e medicine e violenza onnipresente che fanno disintegrare la legge e l’ordine. Questa è la logica conseguenza di un regime populista che, in nome del “popolo”, ha nazionalizzato intere industrie, distrutto l’indipendenza della banca centrale, indirizzato i ricavati del petrolio in aziende statali ​​inefficienti e corrotte, stampato soldi per coprire la crescente spesa pubblica e poi ha cercato di controllare la situazione in rapido deterioramento, attraverso il controllo dei prezzi e delle valute.

Da un punto di vista politico, il Venezuela è oggi una delle società più centralizzate e represse al mondo. Il governo si serve regolarmente della polizia e della propria “milizia nazionale” per terrorizzare i suoi oppositori. La stampa è stata quasi del tutto imbavagliata e l’indipendenza della magistratura gravemente compromessa. La società civile è stata praticamente polverizzata, tutto in nome della rivoluzione socialista del popolo.

L’unica istituzione che ha mantenuto la sua integrità in mezzo al disordine del Venezuela è la Chiesa cattolica. Gli studenti universitari cattolici hanno svolto un ruolo cardine nel mostrare gli abusi del regime a livello internazionale. Allo stesso modo, i vescovi cattolici del Venezuela hanno criticato senza riserve la sperimentazione politica ed economica dei chavisti. Nel gennaio del 2015, per esempio, la Conferenza Episcopale Venezuelana ha formalmente denunciato la crisi economica della nazione come frutto di “un sistema politico-economico di natura socialista, marxista o comunista”. Si tratta di un linguaggio forte. I vescovi hanno anche condannato la demonizzazione del regime dei suoi avversari, il suo linguaggio demagogico, la sua sistematica violazione dei diritti umani, la detenzione di migliaia di oppositori del governo, e la tortura di prigionieri politici.

Il Venezuela non è l’unico paese dell’America Latina ad abbracciare la politica populista negli ultimi dieci anni. Altri esempi notevoli includono Ecuador, Bolivia e anche l’Argentina di Papa Francesco. I risultati sono stati gli stessi: distruzione economica, profonde fratture politiche e sociali e uno stile decisamente autoritario del governo. Gran parte di questo è stato giustificato con riferimento alla volontà del “popolo” e alla necessità di combattere quel polivalente spauracchio contemporaneo: il “neoliberalismo”. Il Venezuela è semplicemente l’esempio più estremo di questo modello populista e delle sue conseguenze deplorevoli.

La Chiesa e i populisti
Alla luce di questi fatti, molti si sono chiesti perché, di tutti i capi di stato latino-americani che potevano partecipare alla recente conferenza della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali in occasione del 25° anniversario dell’enciclica di San Giovanni Paolo II Centesimus annus, gli unici due presenti sono stati i populisti della sinistra: Rafael Correa dell’Ecuador e Evo Morales della Bolivia. Dobbiamo credere che nemmeno un altro capo di stato latino-americano poteva o voleva partecipare?

Poiché Papa Francesco ha spesso affermato che le realtà sono più importanti delle idee, ricordiamo alcune realtà basilari sui presidenti Correa e Morales. Entrambi si sono definiti ammiratori di Chavez e praticanti di quello che Correa chiama “socialismo del XXI secolo”, o quello che Morales descrive come “il socialismo comunitario”.

Entrambi hanno seguito il classico stereotipo populista. Si tratta di (1) eliminare i vincoli costituzionali sul potere; (2) accusare gli stranieri e gli interessi stranieri per i problemi delle loro nazioni; (3) seguire una logica politica di confronto interno con quelli ritenuti “nemici del popolo”; (4) promuovere un culto della personalità attorno a un leader carismatico; e (5) creare grandi gruppi di sostenitori grazie alla generosità dello Stato. Il risultato non è stato solo oppressione politica. Le economie della Bolivia dell’Ecuador sono ora classificate formalmente come “represse” nell’Index of Economic Freedom del 2016. Ciò significa che esse sono tra le meno libere, le più corrotte e le più controllate dallo Stato che ci siano al mondo.

Il fatto, però, che Correa e Morales sono stati invitati a parlare a una conferenza presso la Santa Sede riflette il rapporto ambiguo tra la Chiesa e i movimenti e i governi della sinistra populista negli ultimi anni. La volontà dei vescovi venezuelani, per esempio, di criticare e accusare un regime populista così direttamente per le sue politiche distruttive è l’eccezione piuttosto che la regola.

Durante i suoi anni come arcivescovo di Buenos Aires, Papa Francesco criticava a volte fortemente gli aspetti delle presidenze populiste di Néstor e Cristina Kirchner. Eppure, nel mese di luglio 2015, il Papa era con Morales al “Secondo Incontro Mondiale dei Movimenti popolari” e ha tenuto un discorso che non conteneva critiche al populismo. Infatti, nei numerosi discorsi, conferenze stampa e interviste rilasciate da Francesco da quando è diventato Papa, è difficile trovare una chiara critica verso le politiche di sinistra-populista che si avvicini anche lontanamente alle sue forti denunce contro le economie di mercato.

Quindi, perché solo alcuni cattolici latino-americani sono apparentemente reticenti nel criticare movimenti politici che hanno portato tanta miseria nei loro Paesi? Sospetto che questo possa essere in parte spiegato con un sano desiderio che la Chiesa non resti impigliata nella politica quotidiana. Giusto. Ma può anche essere legato in parte a particolari correnti intellettuali che hanno influenzato il cattolicesimo latino-americano negli ultimi decenni. Tra queste el pueblo – “il popolo” –  ha pervaso gran parte dell’America Latina cattolica a partire dalla fine degli anni ‘60.

Una teologia del pueblo
Una frase che ha assunto particolare importante in tutta la Chiesa dopo il Concilio Vaticano II è stata “il popolo di Dio”. Come indicato nel 1964 dalla Costituzione Dogmatica del Concilio sulla Chiesa Lumen gentium, il popolo di Dio esprime l’idea che “in principio Dio creò la natura umana una” e che “la grazia di Dio chiama alla salvezza” tutti gli uomini (LG 13). Viene data enfasi all’universalità, non al provincialismo.

Però, questo linguaggio ha acquisito un significato piuttosto diverso nell’America Latina di fine anni ‘60. Nel caso delle versioni marxiste della teologia della liberazione, l’idea di el pueblo de Dios è stata inglobata nella logica del conflitto di classe: “il popolo” contro “gli oppressori”. Un punto di vista leggermente diverso è stato adottato dalla teología del pueblo. Questa scuola di pensiero è stata sviluppata principalmente da tre sacerdoti argentini – Rafael Tello, Lucio Gera e il gesuita Juan Carlos Scannone – che hanno certamente influenzato Jorge Bergoglio S.J. a partire dagli anni ‘70.

La prima cosa da notare sulla teología del pueblo è che rifiuta le categorie marxiste. Come ha commentato padre Scannone in un’intervista del 2011, la principale differenza tra la sua posizione e quella dei liberazionisti marxisti è che la sua teologia “non utilizzata la metodologia marxista dell’analisi della realtà né categorie prese dal marxismo”. Altre caratteristiche di spicco della teología del pueblo sono il suo profondo rispetto per la pietà popolare e il fatto che ha ispirato molti sacerdoti a vivere tra e a servire i bassifondi di Buenos Aires. La teología del pueblo non ha mai espresso in maniera significativa opinioni ostili verso il magistero della Chiesa, ne tantomeno l’ha raffigurato come uno strumento di oppressione di classe.

Tutto questo è certamente vero e anche ammirevole. Detto questo, la teología del pueblo ha “il popolo” come punto di riferimento primario e non è chiaro se il termine “popolo” è inteso nello stesso modo in cui lo intende il Concilio Vaticano II. Padre Gera, per esempio, ha specificamente identificato el pueblo come la “maggioranza emarginata e disprezzata” dell’America Latina. Che cosa significhi questo per i cattolici latino-americani non appartenenti a questo gruppo non è chiaro.

A differenza dei marxisti, i teologi del popolo non credono che el pueblo abbia bisogno di un presidio di intellettuali borghesi di tipo leninista che li conduca fuori dalle tenebre. Piuttosto, la teología del pueblo è scettica verso tutte le élite. In un articolo del 1979, per esempio, Scannone ha scritto: “Dobbiamo denunciare l’elitismo negli ambiti della conoscenza che oggi troviamo tra le élite illuminate sia di sinistra che di destra”. Invece, l’attenzione dovrebbe essere sul pueblo: non tanto come classe, ma piuttosto come una realtà culturale o corrente che mostra alla Chiesa come vivere la fede e che incarna una particolare saggezza non condivisa da nessun’altro.

Ma chi è il popolo?
Visto da questo punto di vista, la teología del pueblo ha permesso alla Chiesa di mettere in rilievo la sua opzione per i poveri emarginati senza prendere posizione nel conflitto interminabile tra la sinistra e la destra che ha dominato l’America Latina durante la Guerra fredda. Nonostante questo, però, la teología del pueblo ha i suoi problemi.

Il primo è che è stata concepita in una cultura politica imbevuta di peronismo: il movimento populista associato al carismatico presidente argentino Juan Perón e alle sue mogli che esercita ancora una grande influenza sull’immaginazione di molti argentini. Alcuni teologi del popolo come Ernesto Lopez Rosas, S.J. erano vicini ai vari movimenti peronisti. Alcuni hanno anche visto il peronismo come un meccanismo che ha dato una connotazione politica ai valori associati al pueblo.

Il peronismo, pur avendo caratteristiche di destra e di sinistra, è generalmente caratterizzato da mentalità anti-elite, affidamento su categorie di appartenenza in cui identificarsi o meno, nazionalismo politico ed economico, e retorica spesso ampollosa. Sembra anche fare riferimento a figure carismatiche per mobilitare movimenti di massa che incarnano la volontà popolare in modo da indebolire la resistenza delle élite già costituite. Da questo punto di vista, il peronismo è un fenomeno tipicamente populista.

La realtà brutale, tuttavia, è che i leader, le idee e i movimenti peronisti hanno inflitto enormi danni all’Argentina nel corso degli ultimi ‘70 anni. Tra le altre cose, hanno appesantito l’Argentina con burocrazie statali ridondanti, sindacati con poteri enormi, corruzione di massa, e intere circoscrizioni dipendenti dal clientelismo politico. Nel corso del tempo, il peronismo ha indebolito le garanzie istituzionali sul potere politico e soprattutto ha agevolato l’instabilità diffusa e spesso la violenza.

Il problema della teología del pueblo è che questa ha difficoltà a criticare movimenti populisti come il peronismo a causa di (1) la condizione speciale attribuita al “popolo” e (2) l’importanza che attribuisce alla saggezza popolare. Che sottolinea un’altra difficoltà: la teología del pueblo incarna le debolezze di qualsiasi insieme di idee che hanno el pueblo come punto di riferimento principale.

Prendiamo, per esempio, il fatto che è molto probabile trovare diversi punti di vista su numerosi argomenti tra el pueblo. Riconoscendo questo diventa più difficile se si raggruppano milioni di individui in una categoria. Poi ci sono le domande a proposito di chi rientra nella categoria di el pueblo. Se ne fanno parte, in primo luogo, gli emarginati, cosa implica questo per coloro che non vivono in una baraccopoli? Il loro stato sociale indica, in qualche modo, che sono “non del popolo” o anche “anti-popolo”? Chi fuggire alla povertà o chi lascia i bassifondi smette di essere parte del popolo?

Mentre è vero che coloro che vivono ai margini della vita spesso hanno intuizioni che sfuggono all’attenzione delle élite, è anche probabile che alcune delle idee che si sviluppano nel pueblo sono semplicemente sbagliate. Non è sempre sensato o coerente ogni pensiero su ciò che Papa Francesco definisce periferie della vita. La Scrittura ci dice che un gran numero di primi seguaci di Cristo è venuto dai margini della società della Giudea e della Galilea del primo secolo. Eppure il Vangelo di Giovanni (6,15) riferisce anche che, a un certo punto, molti di loro hanno commesso l’errore di voler fare di Cristo un re terreno. Nell’America Latina di oggi, molti di coloro che presumibilmente si qualificano come membri di el pueblo sono tra i chavisti più forti del Venezuela, nonostante ci siano prove difficili da negare degli effetti distruttivi del populismo. Tante persone del pueblo nelle villas miserias di Buenos Aires continuano a tenere i santini di Juan e Eva Peròn nelle loro case e apparentemente non si rendono conto del legame tra il declino precipitoso dell’Argentina peronista e il populismo. Ciò è dimostrato dal fatto che molti di loro continuano a votare per partiti e leader peronisti.

Opportunità nelle tenebre?
La buona notizia per l’America Latina è che i movimenti e i governi populisti sono in declino. Alla fine dello scorso anno, il principale candidato peronista alle presidenziali in Argentina è stato sconfitto alle elezioni. Nel febbraio di quest’anno, Evo Morales ha perso un referendum che gli avrebbe permesso di ottenere il quarto mandato. Ora, in Venezuela, l’opposizione controlla l’Assemblea Nazionale e sta cercando di forzare Maduro, divenuto molto impopolare, a fare le elezioni.

Tuttavia, la Chiesa cattolica si domanda che cosa si può imparare dai fallimenti del populismo. Un passo in avanti che la Chiesa potrebbe fare in diverse nazioni latinoamericane sarebbe quello di porsi alcuni seri interrogativi circa la misura in cui il linguaggio e le preoccupazioni populiste hanno influenzato il suo impegno verso questioni politiche ed economiche.

Un esempio è il costante riferimento al “neoliberalismo” sempre presente nei documenti emessi dalle conferenze episcopali dell’America Latina. In tutta l’America Latina, neoliberalismo spesso è sinonimo di mercati senza restrizioni, ma è anche inconsistente. Mercati senza restrizioni semplicemente non esistono, nemmeno negli Stati Uniti.

Ci si potrebbe anche domandare se le costanti richieste di alcuni cattolici di “neoliberalismo” (o “imperialismo”, “influenza anonima di mammona”, “signori progressisti del capitale”, “mercati che uccidono”, o scegliete pure il vostro slogan populista), causa principale dei problemi dell’America Latina, riflettono una mancanza di volontà di accettare il fatto che molte delle difficoltà di quei Paesi sono il risultato di scelte fatte da latino-americani. Dopo tutto, Chávez, Kirchner, Peron, Morales, Correa e Maduro sono stati tutti democraticamente eletti in America Latina. Peròn non è stato imposto all’Argentina da altri Paesi. Nessun governo occidentale ha costretto il Venezuela a scivolare, come sta facendo attualmente, verso l’anarchia. E se qualcuno sta sostenendo il regime di Maduros sempre più violento, è sicuramente quel campo di prigionia comunista clientelare conosciuta col nome di Cuba.

Resta una questione aperta su quanti leader cattolici latinoamericani sarebbero disposti a impegnarsi in tale esame di coscienza. Sotto molti aspetti, è più facile inseguire fantasmi o attori anonimi “là fuori”. Il lavoro di aiutare le società che prendono sul serio la libertà e la giustizia a crescere lontano dalle macerie del populismo è più difficile, meno entusiasmante, e soprattutto un progetto a lungo termine che richiede di accettare l’idea che salvaguardare e promuovere la libertà, lo stato di diritto e la giustizia sociale compresa correttamente, in realtà richiede restrizioni alla volontà popolare.

Ironia della sorte è che, mentre i movimenti e i governi populisti vacillano in America Latina, stanno prendendo piede in tutto il resto del mondo. Date le loro recenti esperienze, i cattolici in tutta l’America Latina hanno un’occasione unica per aiutare la Chiesa universale a reagire di fronte ad un fenomeno che rappresenta una minaccia significativa per le nazioni che aspirano ad essere libere e giuste. Però, alla luce del suo recente passato e di alcune delle sue attuali preoccupazioni, la capacità del cattolicesimo latino-americano di fare ciò è attualmente, nella migliore delle ipotesi, incerta.

L’articolo originale, Pope Francis, Populism, and the Agony of Latin America è stato pubblicato su The Catholic World Report il 22 maggio 2016. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.