Lettera da Roma: il problema dell’economia del “Buon Pastore”

Kishore Jayabalan

Cari amici dell’Istituto Acton,

il capitalismo è spesso vittima del proprio successo. La diffusione della divisione del lavoro e del commercio ha portato molte, molte più persone in tutto il mondo ad assaporare, negli ultimi due secoli, i benefici della ricchezza. Siamo talmente abituati a tali benefici che li diamo per scontati pensando che dovrebbero usufruirne tutti, ovunque si trovino, indipendentemente dalle circostanze politiche ed economiche e restiamo scandalizzati quando ci rendiamo conto che non è così.

Eppure, invece di diffondere il capitalismo tra coloro che rimangono fuori dell’economia globale, lo accusiamo di non occuparsi allo stesso modo di tutti, di produrre troppi beni e servizi, delle carenze spirituali del materialismo e del consumismo. Poi ci stupiamo della conseguente riduzione della crescita economica, della mancanza di innovazione e delle opportunità ridotte. Nell’immaginario collettivo, il capitalismo perde anche quando vince.

Un esempio dei nostri pareri contraddittori sul capitalismo è il modo in cui usiamo il termine “imprenditore”. Gli imprenditori erano originariamente considerati come coloro che disgregavano la società, cercando nuove opportunità (e mercati) che in precedenza non esistevano. Erano visti come sognatori inquieti, incapaci di avere una situazione stabile per lungo tempo e mai abbastanza soddisfatti del successo ottenuto. Insomma, non erano molto diversi dai pirati. I profitti più elevati li ottenevano grazie ai molti rischi affrontati e ai fallimenti subiti.

Oggi, tuttavia, gli imprenditori sono semplicemente creativi e compassionevoli benefattori che lavorano anche presso le grandi aziende più conosciute e le ONG. A giudicare dal suo recente discorso di Genova, è proprio così che li considera Papa Francesco. Sono collaborativi piuttosto che competitivi, investono ma non speculano. Piangono quando devono licenziare i lavoratori, considerano la loro attività come la propria famiglia. “Buon imprenditore” ha una forte assonanza con l’espressione Buon Pastore di Gesù Cristo, che in effetti non ci ha dato molti consigli in materia economica.

Di solito vaticanisti di buon senso come John Allen considerano le parole del papa la prova del fatto che egli non è anticapitalista, forse è addirittura “a livello di un Master in Gestione d'impresa”. Se così fosse, questo potrebbe spiegare perché, nell’economia odierna,  abbiamo così tanti specializzati ma ancora poca innovazione. In qualsiasi società, però,  ci saranno molti più dirigenti e amministratori rispetto agli innovatori. Vogliamo i vantaggi della crescita e dell’innovazione senza affrontare nessuno dei rischi o delle incertezze legate a nuove iniziative, che sono essenzialmente speculative. Il papa elogia gli imprenditori, mentre nega le qualità che li rendono imprenditoriali.

Come hanno fatto i pirati a diventare maestrine? La mansuetudine dell’imprenditore è dovuta al successo del capitalismo che ha salvato le persone da tanta scarsità e miseria, che erano considerate la loro condizione naturale. La maggior parte di noi in Occidente è semplicemente troppo comoda e ha troppo da perdere per mettere a rischio tutto per qualche sogno quasi irrealizzabile. Infatti, gli immigrati africani che attraversano il Mediterraneo sui gommoni mostrano più spirito imprenditoriale degli europei che protestano per la riduzione dei giorni di ferie retribuiti o per i tagli alle pensioni statali. È abbastanza comprensibile che molti di noi non prenderebbe mai il posto degli immigrati.

La natura egalitaria delle nostre democrazie liberali è un altro motivo per cui non ci piacciono lo sforzo e le ambizioni eccessive dell’imprenditore. Concorrenza significa che ci sono vincitori e vinti, ma preferiamo che tutti siano vincitori. Sarebbe più sensato distinguere tra forme di concorrenza sane e malate, giuste e ingiuste, anziché incolpare la concorrenza in se. Come diceva solitamente Milton Friedman, il capitalismo è un sistema di guadagni e perdite, e le perdite sono ben più importanti perché permettono alle imprese di imparare dai propri errori e di diventare più produttive in ​​futuro. Una società senza concorrenza sarebbe stagnante e apatica, adatta alle pecore piuttosto che agli esseri umani che vogliono migliorare i loro standard di vita.

Il papa ha anche attaccato il concetto di meritocrazia, come se ci fosse un’alternativa moralmente superiore a quella di giudicare le persone secondo il loro comportamento. Naturalmente, non tutti hanno quello che meritano. Una società cristiana o umana deve aiutare i deboli, gli sventurati e i vulnerabili, ma questo non significa assolutamente che non possiamo trovare un modo migliore o più efficiente di utilizzare le risorse quando svolgiamo una certa attività. Questo è, dopo tutto, ciò che l’economia vuole fare.

Se la speculazione, la concorrenza e la meritocrazia sono gli spauracchi del capitalismo, la centralità della persona umana è il rimedio. “L’economia deve servire le persone, non il contrario” è ciò che ripete sempre la dottrina sociale cattolica. In linea di massima, nessuno può negare questa cosa, ma come potrebbe essere più umana un’economia che ha privilegiato il lavoro rispetto al capitale se intendesse lasciare le cose come stanno? Come si potrebbe mai sfuggire alla povertà se le nuove imprese non potessero assumersi rischi, cosa che ovviamente prevede la reale possibilità di fallire? Da dove dovrebbe provenire il capitale se non da coloro che cercano di scommettere contro le probabilità?

L’economia moderna è spesso criticata dai moralisti perché secondo loro è distante dalla persona. Mentre una società feudale o rurale rafforza i legami familiari locali, un’economia di mercato li allenta. (Leggete “My Short Life on a Real Ranch” di Jeffrey Tucker in cui dissipa alcune nozioni romantiche sulla vita rurale.) I produttori e i consumatori moderni non conoscono coloro con cui fanno affari o non se ne preoccupano, purché questi agiscano onestamente. Ciò che perdiamo quando creiamo rapporti personali di collaborazione solo con chi già conosciamo ci porta a non incontrare persone nuove. Non si tratta forse di opportunità di crescita economica e umana?

Tutti noi preferiamo incontrare persone che ci amano veramente per come siamo e non per quello che facciamo per loro. Questo è ciò che considero del messaggio economico del papa. Quindi, andate avanti e siate imprenditori solidali! Ma ricordiamo pure le parole di Adam Smith: “Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dalla cura che essi hanno per il proprio interesse. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro interesse personale”. L’umanità ha basi economiche molto nobili ma inaffidabili.

Kishore Jayabalan
Direttore