Lettera da Roma: un papa per l’epoca post-cristiana

Kishore Jayabalan

Cari amici dell’Istituto Acton,

più di un paio di leader della Chiesa e intellettuali qui a Roma sono rimasti perplessi nel cercare di dare un senso al documento post-sinodale di Papa Francesco Amoris Laetitia. La domanda principale che quasi tutti si pongono è se il Papa avesse lo scopo di consentire ai cattolici divorziati e risposati civilmente di ricevere la Santa Comunione, e nessuno sembra saperlo con certezza. Il giornalista Sandro Magister è stato molto esaustivo nel commentare le varie reazioni e polemiche.

Dopo che così tanti teologici e canonisti hanno trattato la questione, quello che posso dire io non potrà fornire un contributo sostanziale all’argomento in questione. È del tutto evidente che, a differenza dei suoi due più recenti predecessori, Papa Francesco preferisce l’uso calcolato dell’ambiguità per rispondere alle difficili questioni dottrinali. Forse tale evasività è solo gesuitica o il risultato sincero di un approccio più pastorale per riportare molte pecore smarrite alla Chiesa. In entrambi i casi, come cattolico, gli devo l’amore e il rispetto dovuto al Santo Padre e quindi devo offrirgli una sorta di scusa per la confusione evidente – ossia, “guaio” – causato da questo pontificato.

Il cosiddetto “effetto Francesco” è la conseguenza della diffusa secolarizzazione di quello che una volta era conosciuto come l’Occidente cristiano. L’era post-cristiana in cui viviamo è caratterizzata non solo da un calo della fede e della pratica tradizionale, che potrebbe probabilmente essere risolto dando maggiore importanza e considerazione alla formazione catechetica e alla disciplina (queste ultime sono state trattate, infatti, dai papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI). Più problematico è il modo in cui concezioni basilari della natura umana e della società, comunemente sostenute sia all’interno che all’esterno della Chiesa, non possono più essere date per scontate.

Possiamo certamente cominciare con il concetto di genere. Non è necessario essere un fondamentalista per credere che le parole della Genesi 1:27, “maschio e femmina li creò”, ci insegnano qualcosa di fondamentale sulla natura umana. Maschio e femmina hanno sempre rappresentato due diversi tipi di natura umana, che si completano a vicenda e che uniti ci rendono un insieme. Ci siamo spostati da una società patriarcale ad una società di genere neutro per emancipare le donne dall’oppressione. Tuttavia l’uguaglianza totale rimane vaga. La Chiesa cattolica è l’unica istituzione che in linea di massima mantiene le differenze di genere, che è il motivo per cui così tante femministe reclamano l’ordinazione delle donne al sacerdozio.

La rivoluzione sessuale e l’ampia disponibilità della contraccezione hanno aiutato a superare la naturale differenza più significativa tra i due sessi (gravidanza) e creato le condizioni per il movimento omosessuale. Se le differenze uomo-donna non sono più importanti, perché non accettare il sesso tra due uomini o due donne? Se le differenze di sesso non sono definite dalla natura, perché non cambiarle in base ai nostri desideri? Ora crediamo che la natura fa errori o che addirittura potrebbe non esistere e che ciò che siamo, o meglio, che diventiamo dipende completamente da noi e non dalla nostra condizione di creature. (Senza considerare che nessuno di noi abbia mai “voluto” esistere!).

La nostra identità, quando si separa dal concetto di essere o di creazione, diventa “fluida”. La libertà non è più limitata dalla natura o dal Creatore, e l’unica soddisfazione diventa ottenere ciò che si vuole. Ciò che si vuole cambia nel tempo e di luogo in luogo, quindi non vi è alcuna norma per giudicare qual è l’utilizzo migliore o peggiore di libertà. Dopotutto, “Chi sono io per giudicare?”.

Se qualcosa di così fondamentale come la propria identità sessuale è semplicemente una questione di scelta personale, lo stesso vale per le appartenenze politiche e religiose che solitamente costituiscono gli aspetti più importanti della società umana. L’appello alle nazioni europee fatto da Papa Francesco ad accettare i rifugiati musulmani è una manifestazione perfetta del sentimento umanitario sia politico che religioso che, in ultima analisi, è irrilevante per vivere una vita decente, cioè compassionevole.

La concezione di un popolo – una volta degno di rispetto e tenuto in seria considerazione da filosofi e statisti – è ora considerata una concezione dietro cui si nascondono solo bigotti e xenofobi al fine di escludere gli altri. Nemmeno il papa può essere visto come qualcuno che privilegia i profughi cristiani rispetto a quelli musulmani, che non è sorprendente per uno che a quanto pare non vuole fare proselitismo.

Questa rivolta contro la natura, la politica e la religione è stata in divenire per diversi secoli e può essere anche parte della natura stessa. Le grandi conquiste dell’Europa cristiana sono ancora visibili, ma soprattutto sono come reliquie del suo passato una volta glorioso. Questa gloria, però, è di solito stata ottenuta ad un prezzo molto alto, come ad esempio le guerre derivanti dalla forse inevitabile incapacità di mantenere l’unità teologica e politica del cristianesimo. Pace e sicurezza sono ciò che gli europei desiderano, e questi richiedono la riduzione di tutto ciò che può portare ad una ripresa del conflitto tra le nazioni o le religioni – mai più la “guerra giusta”!

La natura si prenderà la sua rivincita? Questo può essere un pensiero troppo preoccupante per gli abitanti (cittadini è di sicuro una parola troppo forte) di una società post-cristiana che preferirebbero molto di più concentrarsi sulla misericordia di Dio piuttosto che sulla Sua giustizia. La tolleranza si estende a tutti eccetto che all’intollerante e, certamente, ai capitalisti. E anche in quest’ambito Papa Francesco può essere più un segno dei tempi che un profeta.

Kishore Jayabalan
Direttore