Manicheismo economico al Vaticano

Kishore Jayabalan

Andrea Tornielli e Giacomo Galeazzi sono due famosi vaticanisti. Sono “Vatican Insiders” nel senso che sono esperti della gestione di fonti anonime (a volte nel caso delle votazioni in corso durante un Conclave, pratica espressamente vietata dal diritto ecclesiastico), facendo filtrare storie compromettenti e altre attività scellerate che sono diventate una prassi standard del cosiddetto quarto potere. Significa anche che sono molto abili nel difendere i loro “protettori” contro tutte le domande impertinenti sulla rettitudine o la competenza.

Non sto affatto suggerendo che Papa Francesco sia uno dei protettori di Tornielli e Galeazzi, ma quando ho iniziato a leggere Papa Francesco. Questa economia uccide (2015 - Edizioni Piemme) ho cominciato a chiedermi perché due giornalisti italiani avranno deciso di scrivere un libro in difesa delle dichiarazioni in materia economica fatte da un papa argentino contro i conservatori americani che lo criticavano. Che cosa ci guadagnano in questa battaglia? Oppure, come direbbe lo stesso papa, chi sono loro per giudicare?


Terminato il libro, avevo ancora queste domande e molte altre, ma non posso criticare gli autori per aver tentato di cavalcare l’onda di popolarità globale di cui Papa Francesco sta godendo. Avrebbe potuto essere un argomento accattivante se fosse stato scritto con un senso di obiettività, equilibrio giornalistico, o anche con la volontà di ammettere che le critiche del papa verso l’economia possono avere dei punti da prendere seriamente in considerazione. Purtroppo, non è così.

Permettetemi di occuparmi prima di una questione personale. Gli autori dedicano diverse pagine di un capitolo intitolato “Gli attacchi contro il ‘papa marxista’” a una newsletter mensile che ho pubblicato nell’ottobre del 2014: “Il malcontento episcopale sulla libertà economica”. Nella mia lettera mi chiedevo perché i vescovi come l’allora arcivescovo eletto di Chicago, Blase Cupich, e il cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga hanno una visione talmente miope dell’economia di mercato, come evidenziato dalle loro osservazioni pubbliche a una conferenza su cattolicesimo e libertarismo. Ho attribuito la nomina di Cupich a ciò che la stampa chiama “l’effetto Francesco”, cioè favorire la lotta contro la povertà e la tratta di esseri umani a quella contro l’aborto e l’omosessualità, e mi chiedevo se la causa di questo effetto non fosse stata più il progressismo laico che il cristianesimo tradizionale.

Ecco come Tornielli e Galeazzi riassumono la mia critica: “Povero papa, poveri vescovi, che parlano della povertà e di capitalismo, di giustizia sociale e idolatria del denaro, senza saperne nulla. Studino economia, si facciano consigliare: capiranno di doversi occupare soltanto di alcuni temi, come la lotta ai matrimoni gay. Non osino disturbare il manovratore rispolverando vecchi e obsoleti concetti della Dottrina Sociale della Chiesa che sembrano imbevuti di teorie socialiste”. E loro definiscono la mia risposta alla nomina di Cupich “sarcastica”.

Il resto del capitolo ha un approccio simile verso altre critiche, senza mai affrontarle. Rush Limbaugh ha definito le dichiarazioni in materia economica fatte dal papa “marxismo puro” nel suo talk show radiofonico con 13 milioni di ascoltatori; l’ex candidato alla vicepresidenza repubblicana Sarah Palin ha detto che il papa le pareva un po’ “liberal”; il deputato repubblicano ed ex candidato alla vicepresidenza Paul Ryan ha sottolineato che Francesco proviene “dall’Argentina, dove non c’è un vero capitalismo, ma una versione familistica, senza un reale sistema di libera impresa, come in America”. Michael Novak riceve maggiore considerazione, ed è autorizzato a sperare che Francesco finisca per imparare la lingua dell’economia capitalista, come ha fatto Giovanni Paolo II. Il cardinale Francis George usa le parole “prudenti e rispettose” ma per il resto si propaga il “cliché” del papa sudamericano e così indebolisce il messaggio del papa.

Tornielli e Galeazzi riducono le critiche economiche provenienti dalla destra americana (tra cui includono, a quanto pare, la rivista inglese The Economist) a tre punti: 1) un papa latino-americano, in particolare un papa argentino avrà alcuni pregiudizi nei confronti dell’economia di libero mercato; 2) il papa non è un economista, e quindi non ha la conoscenza necessaria per affrontare l’economia di per sé; 3) il papa parla troppo dei poveri. Nei primi due punti, riguardo ai fatti, sono corretti ma traggono una conclusione sbagliata. Papa Francesco proviene, senz’altro, dall’Argentina dove la normalità vede una collusione tra uno Stato quasi dittatoriale, le grandi banche, nonché le grandi aziende. Insieme hanno provocato molti danni all’economia (tra l’altro, tradurre il capitalismo clientelare come “una versione familistica” è una grossolana perversione dell’istituzione più fondamentale della società umana). Se fossi dell’Argentina, penserei anch’io che il mercato è truccato. Il papa stesso dice in un colloquio con gli autori, “non ho parlato da un punto di vista tecnico” quando ci si riferisce a un’economia che uccide. Io non conosco nessuno che pensa che il papa parli “troppo” dei poveri; sarebbe meglio dire “non parla abbastanza” o “senza sufficiente chiarezza” di questioni come l’aborto, il divorzio, e l’omosessualità in cui la Chiesa è spesso l’unica voce di opposizione al programma progressista laico.

Mentre Papa Francesco non può parlare da un “punto di vista tecnico”, molte delle sue dichiarazioni in materia di economia hanno un tono partigiano, se non ideologico, e sarebbe difficile dire che dimostra una visione ben informata dell’economia globale. Ma poi, chi ha mai detto che doveva avere una visione economica particolare? La sua preoccupazione è stata quella di attirare la nostra attenzione su chi è trascurato ed emarginato, mentre ha anche denunciato la “cultura dello scarto”, che tratta le persone come oggetti da gettare quando non sono considerate utili. Senza alcun dubbio, Papa Francesco ha avuto successo nel comunicare questo messaggio.

Da una parte, la preoccupazione del papa per i poveri e la critica verso la ricchezza sono un esempio di un paradosso tipicamente cristiano. Come possono i poveri essere “beati”, se dobbiamo aiutarli ad uscire dalla povertà e quindi privarli della loro “beatitudine”? D’altra parte, vuole che il ricco abbia una condivisione con il povero e il papa vede la disuguaglianza piuttosto che la povertà come un problema sociale (“l’inequità è la radice dei mali sociali” - Evangelii Gaudium, n. 202). Ma tutto questo non crea quel tipo di paternalismo e dipendenza dal ricco e dal potente che potrebbe anche essere inquietante da un punto di vista egualitario? Allora perché la crescita economica (o ciò che lui chiama le teorie della “ricaduta favorevole”) non è vista con uno spirito di distacco preferibilmente sia materiale che spirituale?

Non posso dire se o perché il papa non sarebbe d’accordo. Il papa predicava contro “la globalizzazione dell’indifferenza” a Lampedusa, dove migliaia di migranti sono morti nel tentativo di attraversare il Mediterraneo per raggiungere il suolo europeo, come se il problema fosse la globalizzazione in sé, piuttosto che la sua carenza nei paesi in via di sviluppo. In Sardegna, il papa ha accusato “l’idolatria del denaro” come causa della disoccupazione piuttosto che la mancanza d’investimenti sull’isola. E nella sua intervista con Tornielli e Galeazzi, il papa dice: “Riconosco che la globalizzazione ha aiutato molte persone a sollevarsi dalla povertà, ma ne ha condannate tante altre a morire di fame”. Tutte queste sembrerebbero dichiarazioni che possono essere sia provate che smentite grazie a dati empirici.

Quindi, esattamente che cosa affligge l’economia mondiale secondo una prospettiva cattolica? Tornielli e Galeazzi sono particolarmente affezionati all’enciclica del 1931 di Papa Pio XI Quadragesimo anno e alla sua denuncia dell’“imperialismo internazionale del denaro” e della finanza. Considerano le sue parole “profetiche” alla luce della crisi finanziaria del 2008. Inoltre si chiedono perché la gente non ne parla più. Beh, oltre ad avere un tono antisemita (c’erano altri leader europei che incolpavano i banchieri ebrei per le difficoltà economiche affrontate dall’Europa a quel tempo), presenta una diagnosi errata dello stato dell’economia, in particolare su quello del loro stesso continente.

Mentre la crisi finanziaria causata dalla bolla dei mutui sub-prime negli Stati Uniti era certamente grave, causata in parte dalla cupidigia dei banchieri e dei proprietari di immobili, e globale nella sua portata, le economie europee di oggi soffrono di qualcosa di diverso: una crisi del debito sovrano. I problemi in Grecia e in Italia hanno più a che fare con le passività della mancanza dei fondi pensione e altri debiti pubblici che, combinati con una persistente mancanza di crescita economica, hanno fatto esplodere i rapporti debito/Pil, cosa che rende più costoso per i governi prendere in prestito denaro in futuro. È lo Stato assistenziale europeo ad essere in crisi, poiché l’Europa ha l’economia regionale più stagnante al mondo e la quota di produzione economica mondiale in costante diminuzione. Ed è certamente inesatto parlare di economia di mercato che uccide quando molte persone stanno in realtà morendo di fame e subiscono la mancanza di beni di prima necessità nelle poche economie socialiste rimaste in Venezuela, Cuba, e Korea del Nord, i cui governi hanno volutamente escluso il loro popolo dalla prosperità di cui ha goduto il resto del mondo.

Questo libro vuole essere una difesa della Dottrina Sociale della Chiesa contro i suoi nemici capitalisti americani. Oltre alle critiche di Pio XI verso la finanza internazionale, gli autori ripetono la sottomissione di Leone XIII al diritto di proprietà privata per il bene comune e la condanna generale dell’“assoluta autonomia” dei mercati finanziari ed altri. Loro citano anche la critica dei “teoconservatori” americani contro Caritas in veritate di Benedetto XVI per mostrarci che non è solo il papa argentino a pensare poco al capitalismo democratico. In realtà, sarebbero potuti andare ancora più indietro e avrebbero potuto citare “Economia ecclesiastica: la legittimazione dell’invidia”, una critica pubblicata nel 1981 da uno dei primi economisti di sviluppo Peter Bauer alle encicliche di Papa Paolo VI Populorum progressio e Octogesima adveniens. A quanto pare, l’economia di libero mercato e la Dottrina Sociale della Chiesa non sono mai state in buoni rapporti.

Dopo aver lavorato presso il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace durante la stesura del suo Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, sono ben consapevole delle difficoltà di presentare la Dottrina Sociale in maniera che sia fedele alla missione evangelica della Chiesa e anche pertinente nel mondo di oggi. Elencare semplicemente i principi senza renderne possibile l’applicazione alla realtà attuale non è certo sufficiente, ma nemmeno i vescovi o il clero in generale si sono dimostrati in grado di praticare un adeguato giudizio prudenziale sulle questioni socio-economiche. È per questo che i vescovi e il clero dovrebbero lasciare che il laicato cattolico sviluppi le applicazioni dei principi alla luce delle diverse contingenze e circostanze che esistono naturalmente. Infatti, Tornielli e Galeazzi fanno proprio questo quando intervistano gli economisti cattolici italiani Ettore Gotti Tedeschi e Stefano Zamagni, ognuno dei quali ha il suo modo legittimamente diverso di considerare l’economia e poi il sacerdote argentino Carlos Olivero che assiste i poveri nelle baraccopoli di Buenos Aires. Questo è ciò che un economista chiamerebbe una divisione benefica del lavoro all’interno della Chiesa, dove la fede e la scienza lavorano insieme per il bene comune. Non so perché non hanno tentano di parlare con nessuno dei critici che hanno nominato nel libro ma avrebbero dovuto farlo.

Il titolo di questa recensione, “Manicheismo economico in Vaticano”, ha lo scopo di evidenziare il tono profondamente polemico e moralistico del libro. Eretici manichei nel terzo e quarto secolo d.C. hanno visto bene e male come concorrenti, le forze coeguali nel mondo, piuttosto che il male come la mancanza o il rifiuto del bene che proviene dal Creatore. È un peccato che una difesa della Dottrina Sociale della Chiesa e di Papa Francesco sia così risolutamente volta a molti che si considerano fedeli cattolici senza cercare di impegnarsi in un dialogo costruttivo, in particolare quando il dialogo sembra incontrare il favore del papa stesso. È ancora più triste quando accettiamo l’obbligo morale di aiutare i poveri in maniere che sono rispettose della loro dignità umana ma solo di tanto in tanto e solo grazie alla sperimentazione, all’ingegno, al lavoro sodo e alla buona fortuna, troviamo i mezzi efficaci per farlo. Molti italiani in tutto il mondo lo sanno per esperienza personale e buon senso; ma non Tornielli e Galeazzi.

Nota: l’articolo originale Economic Manicheanism at the Vatican è stato pubblicato su Crisis Magazine il 13 maggio 2015. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.