Lettera da Roma: i populisti possono davvero governare?

Kishore Jayabalan

I lettori abituali di questa lettera hanno già familiarità con le condizioni di degrado di Roma, come riportato dal sito Roma fa schifo. La stampa britannica, che sembra avere una soddisfazione perversa nel descrivere le disgrazie italiane, ha pubblicato recentemente un altro articolo di questa serie, stavolta nel quotidiano di sinistra The Guardian. L’ideologia non è un ostacolo quando si tratta di parlare dei problemi di Virginia Raggi, sindaco del Movimento Cinque Stelle.

Molto è stato fatto dallo strano miscuglio tra populisti di destra e di sinistra del governo di coalizione italiano, uniti soprattutto per la loro opposizione a partiti quali Forza Italia e Partito Democratico. I populisti hanno attinto dal malcontento generale degli italiani verso la classe politica, a prescindere dall’ideologia, qualcosa di assolutamente ragionevole, poiché non c’è nulla di fazioso nel riparare buche e raccogliere la spazzatura.

In un mondo giusto, si potrebbe dire la stessa cosa della lotta contro la criminalità, della crescita economica e del controllo dei confini nazionali. Tuttavia, ci viene ricordato regolarmente che il mondo politico è tutt’altro che saggio. Cercare di bilanciare interessi contrastanti e realizzare al contempo il bene comune della società sembra essere un’impresa folle. Una persona ragionevole è tentata di preferire l’autoritarismo o l’anarchia alla confusione della democrazia liberale pluripartitica.

Questa tentazione di fuggire dalla politica fornisce, nel migliore dei casi, un sollievo temporaneo. (Posso parlare per esperienza personale, poiché ho smesso di guardare i talk show politici e mi sento molto meglio!) La vita privata appare più tranquilla e semplice fino a quando il disordine pubblico non bussa alla tua porta. Nel peggiore dei casi, trascurare la politica porta solo ad un aggravamento della corruzione delle élite e ad una reazione populista esagerata, che rende molto più difficile ricercare soluzioni concrete per i problemi politici.

I leader religiosi nelle società democratiche moderne sono particolarmente inclini a trascurare la politica finché non è troppo tardi per agire. Ciò è in parte il risultato dei limiti dello Stato di proteggere i diritti senza pensare a “salvare le anime”, cosa che per John Locke doveva essere la preoccupazione di ogni individuo. La distinzione tra vita pubblica e privata rispecchia la distinzione tra Stato e società.

È positivo fare tali differenziazioni, dopotutto  Gesù faceva distinzione tra Dio e Cesare. Se portata agli estremi, tale separazione può condurre a ciò che Padre Richard John Neuhaus ha definito “la piazza nuda,” (the naked public square) relegando le preoccupazioni religiose alla sfera puramente privata e in gran parte individuale. Nel tempo, le istituzioni religiose come la Chiesa cattolica sono state degradate diventando un altro dei molteplici gruppi di pressione – talvolta nemmeno quello, per la paura di perdere il loro status esentasse in Paesi come gli Stati Uniti.

Certamente, l’alternativa alle religioni convenzionali o statali presenta un insieme di problemi, uno dei più importanti è l’adesione troppo ferrea della religione al regime politico a scapito della sua missione evangelica. L’assoluta irrilevanza delle Chiese protestanti istituite nell’Europa settentrionale dovrebbe bastare a disilluderci di qualsiasi idea romantica del trono unito all’altare. La soluzione ottimale sta tra i due estremi, unione totale e separazione rigorosa, tenendo in considerazione circostanze e realtà mutevoli.

In Occidente, nessuna persona sana di mente può dire che il cristianesimo è una religione delle élite; la domanda è se si tratta di una religione del popolo in maniera dominante. Sia i cristiani sostenitori della giustizia sociale che quelli pro-vita, almeno i più attivi e interessati, affermano di rappresentare la gente comune. Il problema è che nessuno dei due schieramenti riconosce l’altro come parte dello stesso popolo.

Nonostante il nostro desiderio di separare (se non evitare del tutto) la religione e la politica, entrambe sono fortemente e analogamente opposte. Poiché trascorro molto tempo con leader religiosi (potemmo dire élite), mi rendo conto di operare in un certo ambiente circoscritto, mi manca il lato più popolare e meno ideologico della Chiesa: quello di chi si sente deluso e amareggiato dalle istituzioni in un modo o nell’altro. La stessa domanda sorge nella religione come pure nella politica: cosa può offrire al popolo il populismo?

Chiedere al popolo cosa vuole in un dato momento presume elementi difficili da discernere per ogni leader. Innanzitutto, il fatto che esiste un “popolo” stabile e riconoscibile dove le persone condividono qualcosa che li accomuna e che è qualcosa di più di un semplice aggregato di individui. Qualcosa in comune può essere il sangue o l’etnia, un luogo o una credenza. Quindi, chi parla a favore delle minoranze, impopolari per definizione? Secondo, cosa succede quando la gente vuole cose incompatibili tra loro come libertà e uguaglianza? E cosa succede quando la maggioranza vuole qualcosa di brutto, come negare i diritti alla minoranza o invadere un popolo vicino? Un leader populista potrebbe ignorare legittimamente la volontà cattiva del popolo? Viceversa, un leader populista non potrebbe manipolare opportunamente la gente per fini malvagi?

Queste e altre difficoltà hanno dimostrato di essere la rovina di molti governi repubblicani, portando sempre più alla concentrazione del potere nelle mani di pochi. Tali difficoltà sono anche sfociate nell’esperimento della democrazia liberale, che alcuni, sia di destra che di sinistra, stanno ora mettendo in discussione. Ulteriori interrogativi dovrebbero riportarci all’argomentazione di Aristotele su chi governa, come e perché. Siamo tutti d’accordo che le nostre élite politiche e religiose ci abbiano deluso. Per capire cosa fare in futuro avremo bisogno di élite nuove e migliori, ma comunque di élite.

(Foto: MZeta/Shutterstock.com)