La Dottrina Sociale della Chiesa e l’equità fiscale

Robert G. Kennedy

In una lettera scritta nel 1789, Benjamin Franklin osservò che la nuova costituzione americana sembrava destinata a perdurare, ma disse anche che “in questo mondo nulla si può dire certo, tranne la morte e le tasse”. Il sistema fiscale, in un modo o nell’altro, ha caratterizzato la vita civile per 5.000 anni o più e non mostra segni di cedimento. Senza dubbio le lamentele per l’equità fiscale sono altrettanto vecchie.

Il mio obiettivo è considerare le questioni di giustizia fiscale attraverso la lente della tradizione sociale cattolica. Identificando alcuni concetti fondamentali della Dottrina Sociale della Chiesa e applicandoli al sistema fiscale, possiamo trarre alcune conclusioni su ciò che la Dottrina ci insegna e cosa no sul sistema fiscale.

Cosa ci insegna la Tradizione
1) Ci insegna che, in quanto immagine di Dio, il naturale progredire delle persone consiste nell’utilizzare appieno le loro capacità di ragionare bene, di agire per il bene e di contribuire all’armonia civica. Di conseguenza, il bene comune della società consiste nelle condizioni che permetterebbero a ogni persona della comunità di prosperare. Non è e non può consistere nel rendere le persone solo dei destinatari passivi dei requisiti materiali di una vita dignitosa. Lo Stato può aiutarci a diventare autosufficienti e autonomi – in quanto esseri sociali, non come individui isolati – ma non può farlo per noi o agire per noi. Di conseguenza, lo Stato deve rispettare un’ampia fascia della vita sociale, un insieme prospero di famiglie e associazioni di cui può prendersi cura ma che non dovrebbe controllare. Si tratterebbe di un limite naturale all’attività statale e alla necessità di entrate fiscali.

2) Individui e famiglie hanno il diritto naturale di possedere proprietà private, e proprio nel riconoscere questo diritto che la Dottrina rivela una delle sue caratteristiche più distintive: l’attenzione sulla famiglia come elemento fondante della società. La ricchezza di una società è soprattutto una misura aggregata per la maggior parte della ricchezza posseduta privatamente da individui e famiglie; non appartiene allo Stato. Tuttavia, esso ha dei diritti su una certa parte di proprietà privata al fine di svolgere le proprie funzioni, e reclama i suoi importi attraverso leggi che impongono il pagamento delle tasse.

3) I membri di una società hanno il dovere di sostenere il bene comune in vari modi, soprattutto con il pagamento pacifico delle tasse giuste. I membri di una società hanno il dovere di giustizia di sostenere il bene comune. Questo dovere astratto è reso concreto dalle sole leggi emanate dalla legittima autorità civile. Salvo che non vi sia una prova inequivocabile del contrario, le persone sono obbligate, per giustizia, a considerare le leggi fiscali come giuste e a rispettarle in toto.

4) L’onere delle tasse dovrebbe essere proporzionato alla capacità degli individui e delle famiglie di pagare. Un sistema fiscale giusto terrà conto soprattutto della capacità degli individui e delle famiglie di sopportare l’onere richiesto. Questo principio incoraggia un certo grado di progressività fiscale, soprattutto quando l’oggetto delle tasse è il reddito. È meno evidente che la Dottrina sostenga che i ricchi (qualunque sia il criterio usato per definirli tali) debbano essere tenuti a pagare tasse sproporzionatamente più elevate rispetto al resto della popolazione. Inoltre, la Dottrina predilige tasse più basse, non più alte, in modo che le persone e le famiglie conservino più denaro e possano servire più efficacemente le loro comunità attraverso atti di carità e generosità.

5) In certe nazioni la gente è libera di decidere quali operazioni delegare allo Stato e di quale tipo di sistema fiscale, coerente con la giustizia naturale, la comunità si servirà per raccogliere reddito. In altre parole, non esiste un sistema fiscale perfetto, non ci sono cifre ideali, nessun oggetto è escluso dal sistema fiscale.

Cosa non ci insegna la Tradizione
1) La Dottrina non ci insegna che tutte le questioni sociali dovrebbero essere affrontate facendo agire lo Stato. La Dottrina comprende che la società è un’associazione molto più ampia dello Stato, che ha un ruolo da svolgere nel sostenere il buon funzionamento e l’integrità della società, ma lo fanno anche la famiglia e una prospera unione di associazioni intermedie. Le comunità sono libere di delegare delle attività allo Stato, ma la Chiesa è stata a lungo cauta nel delegare troppo. Essa riconosce l’importanza dei corpi intermedi, non solo in termini di efficienza e vicinanza ai problemi, ma anche perché è importante per gli individui esercitare la carità. Qualunque cosa faccia lo Stato, per quanto siano dediti e professionali i suoi dipendenti, non può sostituire la carità, né lo possono fare i cristiani.

2) Non ci insegna che è preferibile uno Stato più presente e completo. Per molti aspetti, la Chiesa è stata cauta nel sostenere la crescita dello Stato, spesso ha giustificando l’intervento dello Stato in caso di crisi, ma sostenendo il suo allontanamento alla fine del periodo di crisi. Tutto ciò riflette la preoccupazione della Chiesa per la sussidiarietà, che richiede il rispetto delle funzioni proprie dei vari organi della società. La storia ci ha insegnato che gli organi più potenti hanno la tendenza ad assorbire le funzioni di quelli più piccoli e meno potenti.

3) Non ci insegna che la ricchezza dovrebbe essere ridistribuita attraverso il sistema fiscale. La chiave è abbracciare il concetto di vocazione. Cioè, ogni persona è chiamata a dare un contributo alla comunità, per servire uno scopo specifico. Una delle funzioni della Chiesa è ricordare costantemente alle persone i loro doveri nei confronti della società. Usare la tassazione come veicolo per la distribuzione, tuttavia, significa trascurare questa dimensione. Una cosa è che i ricchi hanno le risorse, altra cosa è come le utilizzano – ed è davvero questa la cosa importante. L’obiettivo della Chiesa non è uniformare la ricchezza nella società, ma incoraggiare l’utilizzo di tale ricchezza – generalmente tramite iniziativa privata – per il bene comune.

4) Non ci insegna che i bisogni dei poveri hanno la priorità su tutto il resto nei bilanci Statali. Certo, la cura dei poveri è un dovere imperavo per i cristiani, ma l’impatto dei bilanci sui poveri non è l’unica misura morale da utilizzare. Ogni dollaro del bilancio statale speso per i poveri è un dollaro non speso per istruzione, infrastrutture, polizia, sanità pubblica o qualche altra funzione critica. La Dottrina Sociale della Chiesa richiede allo Stato di sostenere il bene comune nel suo insieme, non richiede allo Stato di subordinare tutte le aree funzionali a un singolo problema, nemmeno alla situazione dei poveri. Inoltre, la definizione pubblica di povertà tende a essere fatta in base alla sufficienza delle risorse materiali e i programmi statali sono orientati all’eliminazione delle inadeguatezze. Ma, come ci ha ricordato Santa Teresa di Calcutta, l’angoscia più terribile non è la povertà fisica o la privazione materiale – sebbene questo di per sé possa essere una cosa molto negativa – ma l’angoscia di non essere benvoluti, di essere rifiutati, trascurati e dimenticati, di essere soli. Data la loro natura, i programmi statali, indipendentemente dalla loro portata, non possono affrontare questa dimensione della povertà. In una società libera, i cittadini si occupano liberamente, come meglio possono, dei bisogni delle loro comunità e sono invogliati a farlo quando le tasse sono abbastanza basse da permettergli di far fruttare le proprie risorse.

Le politiche e gli oneri fiscali fanno inevitabilmente parte della società civile. La Dottrina Sociale della Chiesa pone l’accento sul dovere dei cittadini di sostenere il proprio governo, e sui doveri delle autorità civili di governare saggiamente e di rispettare i diritti di proprietà di individui e famiglie. L’obiettivo in tutto questo è la promozione del bene comune, che richiede prudenza ed equilibrio. Non è facile da ottenere e da sostenere, ma ne vale la pena.

Note: questo articolo è un estratto riadattato dal libro Justice in Taxation (Christian Social Thought Series).
L’articolo originale Catholic Social Teaching and tax justice, è stato pubblicato sul nostro sito il 28 marzo 2018. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.