La compassione non basta ai rifugiati europei

Trey Dimsdale

Nell’Unione Europea, prima del 2014, arrivavano meno di 300.000 rifugiati e immigrati ogni anno. A causa della guerra e degli sconvolgimenti in Medio Oriente e in Africa settentrionale, quest’andamento relativamente lento è più che quadruplicato alla fine dell’anno. Ne sono derivati miseri campi profughi e per immigrati, stazioni ferroviarie affollate e manifestazioni contro l’immigrazione in tutto il continente. Ora i rifugiati e gli immigrati sono arrivati in Europa in nazioni meno capaci di integrarli e sostenerli, provocando l’aumento delle tensioni interne nell’UE. Già nella prima metà del 2015 è apparso chiaro che l’Europa stava affrontando una grande crisi umanitaria e politica che probabilmente sarebbe stato difficile risolvere.

Nel 1990 gli Stati membri dell’Ue hanno aderito alla Convenzione di Dublino, che dà diritto agli immigrati di beneficiare dello status di rifugiato, se tale status può essere ottenuto nella nazione dell’Unione in cui arrivano. Il 24 agosto del 2015, il cancelliere tedesco Angela Merkel ha sorpreso il mondo annunciando che la Germania rinunciava a questa politica, estendendo il diritto allo status di rifugiato a qualunque profugo, a prescindere dalla nazione europea in cui arrivava. Poco più di un anno dopo, prima dell’attentato al mercatino di Natale a Berlino, il governo Merkel ha cambiato idea improvvisamente e ha chiesto all’UE di dirigere le imbarcazioni, che trasportavano gli immigrati in tutto il Mediterraneo, nell’Europa meridionale. Le “porte aperte” della Germania avevano incoraggiato una maggiore invasione d’immigrati nel continente, aumentando i limiti di accoglienza delle infrastrutture ben oltre la loro capacità e facendo crescere le tensioni e i contrasti interni.

Poche persone non si sono commosse per dimostrare compassione per i profughi di fronte alle immagini delle zone dilaniate dalla guerra, dove un tempo c’erano le case di questi immigrati. Oppure si commuovevano davanti alle foto toccanti di uomini, donne e bambini che annegavano quando le instabili imbarcazioni che li portarono verso le rive europee affondavano.

La risposta umana alla crisi era, e rimane, una necessità di agire per alleviare la sofferenza. Ogni persona morta in guerra, annegata in mare o abbastanza fortunata da sfuggire a questi destini è creata a immagine di Dio, depositaria di una dignità ereditaria. Ciò basta per giustificare i nostri sforzi per cercare di alleviare le sofferenze, per creare quelle condizioni che permettano a queste persone di prosperare. La nostra chiamata non è quella di agire sotto il dominio delle emozioni, ma di attuare strategie che producono risultati.

Le politiche europee in materia di crisi dei rifugiati e dei migranti e le condizioni che hanno portato a tale crisi sono state praticamente contraddittorie. Per esempio, la politica iniziale della “porta aperta” della Merkel sembrava essere la risposta umana: un’apertura da parte della società europea più ricca verso i bisognosi. Ma questa politica va contestualizzata. Se l’obiettivo politico dichiarato dall’Europa fosse stato quello di portare un milione di immigranti nel continente dal Medio Oriente e dall’Africa settentrionale, la politica nazionale della Germania avrebbe compiuto bene questo compito. In pratica la Merkel intendeva: “Qui ti vogliamo, sperando che non anneghi prima che arrivi”. Gli immigrati sopravvissuti che arrivavano in Germania entravano in una nazione con uno dei più complessi mercati di lavoro nel mondo, il cui linguaggio e cultura gli erano completamente estranei. Chi crede di prosperare in tali condizioni?

Indipendentemente dalle forze politiche in gioco, è chiaro che un così grande numero d’immigrati sta affrontando un’enorme crisi umanitaria in cui la sopravvivenza diventa la preoccupazione principale, ma non quella definitiva. Le migliori risposte sociali e politiche sono quelle che guardano al futuro e verso qualcosa di più della mera sopravvivenza. Si tratta di stabilire gli obiettivi sociali più auspicabili e i percorsi per giungere ad essi.

I risultati più favorevoli sono oggetto di vasta discussione pubblica e le elezioni tenute in tutti i Paesi europei negli ultimi due anni sono diventate, per così dire, referendum per procura.

Una delle questioni non negoziabili tra chi ha votato per la Brexit e tra chi era favorevole ad essa è il controllo autonomo dei confini nazionali. Un partito politico fortemente anti-musulmano ha avuto un notevole successo alle elezioni in Olanda. Nel primo turno delle elezioni presidenziali francesi, Marine Le Pen, il cui programma mostra posizioni per nulla favorevoli a un’apertura nella politica dell’immigrazione, è passata al secondo turno insieme a Macron, entrambi non fanno parte di nessuno dei principali partiti francesi. È impossibile sapere quanto, attualmente, potrebbe essere diverso lo scenario politico europeo se i leader occidentali avessero intrapreso politiche che cercavano la stabilità, la democrazia e la libertà in quelle zone da cui sono scappati gli immigrati. Quando la realtà della crisi degli immigrati e dei rifugiati è diventata palese, una politica ponderata e coerente – basata sui risultati sperati, piuttosto che guidata dalla commozione per certe immagini – avrebbe sicuramente prodotto risultati migliori e più umani per gli europei e gli immigrati. Immagini con cui, come ha detto un ministro del governo tedesco, “l’Europa non può permettersi di essere associata”.

Le famiglie degli immigrati dovrebbero essere integrate nella società europea con la speranza di restare? Oppure l’aiuto che ricevono dovrebbe essere temporaneo e le loro comunità devono impegnarsi a mantenere vive le proprie culture d’origine per facilitare un eventuale ritorno a casa? L’integrazione può portare a due percorsi: primo, nelle società sconvolte dalle guerre ci saranno, probabilmente, molte meno persone con le competenze necessarie per intraprendere la ricostruzione; secondo, se l’integrazione avviene in una maniera che effettivamente facilita la prosperità, gli immigrati devono diventare sempre più europei e sempre meno orientali o nord africani.

Non è in gioco solo l’integrazione culturale, ma pure la capacità di impegnarsi nel mercato. Senza lavoro, queste famiglie non sono in grado di sostenere se stesse e di farsi una propria vita. Ciò significa che devono acquisire le competenze linguistiche e il capitale sociale necessari per competere nei mercati europei. Se tutto ciò che fanno è imparare abbastanza tedesco, francese o italiano per completare un acquisto dal benzinaio, questa non è integrazione, né accoglienza. Delle politiche che non permettono di andare oltre portano le persone a divenire solo oggetto di compassione e carità – cittadini di seconda classe. Politiche più umane e morali metterebbero queste persone nelle condizioni di prosperare in Europa, considerandola a tutti gli affetti la loro nuova casa o di essere architetti di nuove società costruite partendo dalle macerie di quelle vecchie.

NOTE: L’articolo originale More than compassion needed for Europe’s refugees è stato pubblicato sul nostro sito il 26 aprile 2017. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.