Lettera da Roma: il nazionalismo è qui per restare

Kishore Jayabalan

Cari amici dell’Istituto Acton,

Lo scorso dicembre, vi ho scritto le confessioni di un globalista castigato, ma in questo tempo quaresimale mi rendo conto di non aver subìto abbastanza castighi.

Nelle ultime settimane, ho avuto l’opportunità di partecipare a tre eventi piuttosto diversi, ognuno dei quali era dedicato in qualche modo allo scottante tema del nazionalismo, nonostante il fatto che la maggior parte delle persone importanti nel mondo siano ad esso contrari. Nel bene e nel male, il nazionalismo è qui per restare. In questo caso, potremmo anche prenderlo sul serio.

Il primo dei tre eventi a cui ho preso parte è stato quello di European Students for Liberty a Praga. In pratica tutti i relatori erano molto preoccupati se non allarmati dalle minacce del nazionalismo alla libertà individuale e alla pace civile. Vladimir Putin e Donald Trump sono stati i principali bersagli della ripugnanza libertaria, ma anche importanti pensatori come Hegel, Schmitt, Heidegger e Renan sono stati messi in questione.

I relatori hanno equiparato il nazionalismo con uno Stato centralizzato sempre più potente, che scatena guerre, limita il commercio, censura e incarcera i liberi pensatori, e spia il popolo. Eppure la maggior parte degli studenti sembrava abbastanza fiducioso che il progresso, nelle sue varie forme, avrebbe proseguito il suo cammino. Forse tale ottimismo è semplicemente naturale per i giovani.

Il secondo incontro era con i funzionari del Ministero degli affari religiosi dell’Iraq presso il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Il Ministero ha tre pie fondazioni (Waqf), una per la maggior parte della popolazione sciita musulmana, un’altra per i sunniti, e una terza per i cristiani, yazidi e sabei. Tali fondazioni sono apparentemente ammesse dalla legge islamica. Era presente anche il rappresentante del governo regionale curdo in Italia, pur avendo identificato il Kurdistan come paese di appartenenza, non ha parlato in arabo ma in italiano.

Pochi aspetti rendevano coesi gli iracheni come la loro condanna dei terroristi dell’ISIS, visti come ideologi religiosi. Non è colpa loro, semplicemente sapevano quale pubblico gli stava davanti. Nessuno ha spiegato il motivo per cui alcuni si sono uniti all’ISIS, per non parlare di chi dovrebbe fermarli o come. Il Presidente del Pontificio Consiglio, il veterano diplomatico vaticano cardinale Jean-Louis Tauran,  ha accusato l’invasione del 2003 guidata dagli americani per i problemi che affronta in questo periodo l’Iraq. Questo implica che Saddam Hussein aveva mantenuto la pace con il suo pugno di ferro. I cristiani iracheni mi hanno detto che Saddam li ha effettivamente protetti dalla violenza settaria, ma ciononostante non lo considerano affatto una brava persona.

Lo scopo dichiarato della conferenza era discutere le prospettive cristiane e musulmane sulla verità, la giustizia, l’amore e la libertà. Tutti i partecipanti cattolici hanno preparato delle osservazioni sull’insegnamento della Chiesa che sono state inserite tra il materiale distribuito ai partecipanti. Non era disponibile nessun commento fatto dai musulmani, e non sapevamo chi fossero le nostre controparti finché non ci siamo parlati nel corso della riunione. Le presentazioni degli iracheni non erano molto significative e sembravano essere state in gran parte appunti scritti a mano. C’era più scambio di opinioni tra i cattolici che tra le religioni.

L’unico scambio che ho avuto con i musulmani riguardava la differenza tra interpretazione assoluta e relativa della giustizia. Ho imparato che agli sciiti è permesso dissimulare per salvare se stessi dai sunniti, ma non viceversa, poiché i primi sono in minoranza nella maggior parte dei paesi musulmani. Presumo entrambi siano autorizzati a mentire ai non musulmani. Ho detto loro che la più alta forma di testimonianza cristiana sta nel morire piuttosto che rinunciare alla fede, questo per loro significava mancanza di prudenza e di buon senso.

I partecipanti all’incontro hanno avuto una breve udienza con Papa Francesco, che ha sottolineato i valori di unità e diversità, che ci dicono che siamo tutti fratelli e sorelle, come le diverse dita di una mano. Le sue metafore mi costringono a chiedermi se crediamo davvero nello stesso Padre e quale “palmo” ci tiene insieme. Evidentemente gli iracheni s’identificano più con la loro religione e tribù che con la loro cittadinanza. Ho avuto la netta impressione che i cristiani, iracheni e non, sono più interessati per il futuro del paese nel suo complesso, anche se molti sono stati costretti a lasciarlo. C’è una domanda senza risposta: L’Iraq esiste veramente come nazione o popolo?

 Il terzo e ultimo evento sul nazionalismo è stato quello che abbiamo tenuto presso la Pontificia Università Lateranense. È stata soprattutto una discussione tra amici, vale a dire tra i sostenitori dell’economia basata sul libero mercato, ma anche tra persone con un disaccordo di fondo circa lo Stato-nazione e su quello che il consigliere di Trump Steve Bannon definisce “nazionalismo economico”.

Da una parte c’erano relatori pro-globalizzazione come Philip Booth e Carlo Lottieri che difendevano  il bene “cattolico” con la ‘c’ minuscola, ossia il bene universale del commercio internazionale. Dall’altra c’era Benjamin Harnwell che, oltre a descrivere il pensiero di Bannon e la moltitudine di fallimenti bipartitici che questi hanno comportato negli ultimi trent’anni, ha attaccato il concetto di banca centrale in quanto tale. Entrambe le parti avrebbero convenuto che la saggezza del popolo, così come viene espressa nel mercato, è maggiore di quella delle élite che ci governano.

Il giornalista italiano Aldo Maria Valli ha criticato l’irresponsabilità fiscale dello Stato-nazione, di cui esistono prove molto evidenti. Mons. Martin Schlag ha adottato un approccio più equilibrato chiarendo che la dottrina sociale della Chiesa è come una tradizione in via di sviluppo che cerca di includere gli emarginati e i poveri in reti di solidarietà e di scambio più ampie.

I tre incontri hanno presentato diverse critiche al nazionalismo: 1) a causa delle sue minacce alla libertà individuale; 2) per la sua nozione puramente formale o astratta; e 3) per il suo effetto negativo sui poveri, gli immigrati e gli stranieri. I tre incontri hanno fatto molto, soprattutto da una prospettiva cattolica e del libero mercato. In tutti e tre i casi, però, nessuno ha pensato alla politica come uno sforzo comune che può effettivamente garantire i beni della libertà, lealtà e ricchezza per alcune popolazioni o persone, mentre aprivano la strada alla cooperazione tra le nazioni. Per quanto impopolare, la politica può essere l’unico modo che abbiamo per creare le condizioni necessarie che ci permettono di usufruire di questi e di molti altri beni.

Il mio contributo alla conferenza irachena era sulla comprensione cattolica tradizionale della giustizia nelle sue tre forme, commutativa, distributiva e generale o legale. I nostri interlocutori musulmani certamente vedono Dio come il Creatore, ma anche come il Legislatore che governa tutta l’esistenza. Allo stesso modo e forse senza che ce ne rendiamo completamente conto, la critica libertaria al nazionalismo non si limita alle restrizioni della libertà, ma si estende anche alla giustizia o a spiegare come le persone dovrebbero vivere insieme, vale a dire in pace e facendo tra loro scambi commerciali. I libertari non sono così egoisti come a volte dicono di essere.

A prima vista, l’economia si prende cura di se stessa; le persone producono e consumano da sole senza che venga detto loro di farlo, al fine di sopravvivere. Ma le persone si alleano, pure, per formare comunità per conto proprio. Adorano Dio o gli dei per conto loro. Esse sono inoltre in disaccordo e combattono per il territorio e la religione. Alla base della vita degli esseri umani e delle sue numerose attività c’è una preoccupazione per la giustizia e diverse pretese circa il miglior modo di vivere.

“Vivi e lasciar vivere” è la risposta liberale/libertaria alla questione di come dobbiamo organizzarci politicamente, ma non porta da nessuna parte. I più grandi pensatori, da Platone e Aristotele,  Agostino e Tommaso d’Aquino, Hobbes e Locke, fino a Rousseau e Nietzsche, e tutti quelli che sono venuti dopo di loro, consideravano la politica di gran lunga più importante dell’economia, perché essa condiziona il nostro modo di pensare alla giustizia.

Il nazionalismo è una questione importante oggi, perché ci rendiamo conto che la grande quantità di ricchezze offerte dalla globalizzazione economica è insufficiente, almeno per due motivi: non comporta necessariamente che gli esseri umani siano migliori o che ci sia maggiore rispetto del bene comune delle nostre comunità (etniche, religiose, politiche o globali). Il primo problema è collegato alla virtù in generale, il secondo alla giustizia in particolare. Siamo costretti a riprendere in considerazione alcune vecchie domande.

Il mondo moderno ci ha dato numerosi vantaggi, tra cui la forma politica dello Stato-nazione. Rispetto alle alternative come la città-stato o l’impero, la nazione ha il vantaggio di fornire alle persone sia la libertà dell’autodeterminazione che la solidarietà di appartenenza a qualcosa di più grande del proprio gruppo o identità. Il nazionalismo, quando il termine è usato bene, conduce al cosmopolitismo. È utile rileggere le parole di Papa Giovanni Paolo II, rivolte alle Nazioni Unite nel 1995:

Questa tensione tra particolare ed universale, infatti, si può considerare immanente all'essere umano. In forza della comunanza di natura, gli uomini sono spinti a sentirsi, quali sono, membri di un'unica grande famiglia. Ma per la concreta storicità di questa stessa natura, essi sono necessariamente legati in modo più intenso a particolari gruppi umani; innanzitutto la famiglia, poi i vari gruppi di appartenenza, fino all'insieme del rispettivo gruppo etnico-culturale, che non a caso, indicato col termine "nazione", evoca il "nascere", mentre, additato col termine "patria" ("fatherland"), richiama la realtà della stessa famiglia. La condizione umana è posta così tra questi due poli - l'universalità e la particolarità - in tensione vitale tra loro; una tensione inevitabile, ma singolarmente feconda, se vissuta con sereno equilibrio.

Le ultime parole dicono tutto, non solo di politica ma sulla vita e le sue molte sfide. In effetti, c’è qualcosa di spirituale nella nazione o nel popolo, più di un agglomerato di interessi, come dice Renan. Poiché difendiamo la libertà, dobbiamo prendere più sul serio queste sfide, non solo come individui, ma come un insieme. Quello che “noi” siamo è il prodotto del nazionalismo che sta risorgendo, e se lo ignoriamo è a nostro rischio e pericolo.

Kishore Jayabalan
Direttore