Legge naturale, giustizia sociale e la crisi della libertà in Occidente

Ryan T. Anderson

Nota: Il seguente articolo è tratto di una versione abbreviata del “Calihan Lecture” tenuta il 1°dicembre 2016 a Londra ad una conferenza sponsorizzata dall’Acton Institute su “La crisi della libertà in Occidente”. In tale occasione il Prof. Ryan Anderson ha ricevuto il Novak Award, un premio annuale dell’Acton Institute destinato ai giovani professori che dedicano la loro ricerca scientifica al legame che esiste tra religione, libertà economica, e una società libera e virtuosa. Leggete l’intero discorso in inglese.

Siccome ho appena parlato della legge naturale e della libertà economica, voglio dire qualche parola su una visione della giustizia sociale basata sulla legge naturale, e su come ci può aiutare. Alcune persone pensano che la “giustizia sociale” sia un’invenzione del XX secolo, una nozione creata dagli intellettuali contemporanei di tendenza politica di sinistra. Ma questo rappresenta solo la metà della storia di tale termine. Per comprendere il suo vero significato, dobbiamo guardare più indietro alle sue reali origini storiche.

L’espressione “giustizia sociale” è stata usata per la prima volta da un gesuita tomista, Luigi Taparelli, nella sua opera in più volumi pubblicati tra il 1840 e il 1843 dal titolo Saggio teoretico di dritto naturale appoggiato sul fatto. Voglio sottolineare due argomenti evidenziati da Taparelli quando ha coniato la nuova frase “giustizia sociale”: in primo luogo, che l’uomo è sociale per natura e appartiene a molte società e che l’uomo ha dei doveri naturali di giustizia nei confronti degli altri esseri umani.

Taparelli ha coniato il termine “giustizia sociale” per sottolineare che esistono delle società tra gli individui e gli Stati. Desiderava evitare sia le tentazioni individualiste che quelle collettiviste. Voleva sottolineare che la verità stava nel mezzo (una via di mezzo tra i due estremi) . Voleva dare risalto che, per una questione di natura, l’uomo è un essere sociale. Questo comporta dei doveri nei confronti della propria famiglia, della parrocchia e della comunità. Questo permette anche di limitare l’ingerenza dello Stato – tale ingerenza è limitata dalla realtà della famiglia naturale, dalle priorità delle comunità religiose, dall’autorità delle comunità locali.

Ma voglio concentrarmi qui sui doveri, perché un aspetto della crisi della libertà in Occidente è che non ci rendiamo conto che abbiamo dei doveri che non compiamo per scelta. Una buona comprensione dei nostri doveri, però, ci dà una delle migliori ragioni per rispettare la libertà: essere liberi per poter adempiere i nostri doveri.

Dopotutto è questa la comprensione di James Madison della libertà religiosa. Come scrive quest’ultimo nella sua opera, Memorial and Remonstrance, “La religione di ogni uomo deve appartenere alle sue convinzioni e alla sua coscienza” perché il suo dovere principale è quello di cercare la verità su Dio e l’ordine creato:

In questo caso, un diritto nei confronti degli uomini è un dovere verso il Creatore. Il dovere di ogni uomo di rendere tale omaggio al Creatore e di farlo nella maniera in cui possa essere a Lui accetto. Questo compito è precedente, sia nel tempo, sia come obbligo, alle rivendicazioni della società civile.

In effetti, si può comprendere che molte delle minacce alla libertà religiosa affrontate in questo periodo in Occidente sono, almeno in parte, il risultato del fatto che non pensiamo più di avere dei doveri verso il Creatore. Se non ci sono particolari doveri nei confronti di Dio, allora non ci dovrebbero nemmeno essere particolari libertà religiose.

Qualcosa di simile accade per l’economia. La libertà economica può darci la possibilità di adempiere i nostri doveri economici: il dovere di lavorare per sostenere le nostre famiglie, il dovere di lavorare sodo ed essere un buon impiegato in modo da non sprecare i nostri talenti o il tempo del nostro datore di lavoro e il denaro, il dovere di servire i nostri clienti, il dovere di servire le nostre comunità, e così via. Lo scopo della libertà economica è stato quello di consentire alle persone di adempiere questi compiti.

Giustizia sociale significa adempiere i nostri doveri nelle diverse società di cui facciamo parte, e spetta allo Stato rispettare l’autorità delle diverse società che compongono la società civile.

Prendiamo, per esempio, la società della famiglia. La famiglia è una società naturale con la propria natura e integrità. Abbiamo degli obblighi verso la famiglia a causa della sua realtà naturale. Un marito o una moglie hanno alcuni doveri verso il proprio coniuge. I genitori hanno dei doveri verso i loro figli, indipendentemente dal fatto che abbiamo scelto o meno di compiere tali doveri. E i figli, non i funzionari della previdenza sociale, hanno dei doveri verso i loro genitori, soprattutto quando questi invecchiano. È la realtà naturale di padre e figlio, madre e figlio, che crea un rapporto autoritario e responsabile.

Questo pone limiti ai poteri dello Stato e non può imitare la famiglia. Lo Stato non può usurpare l’autorità dei genitori per quanto riguarda l’educazione dei figli o decidere la maniera in cui i figli adulti devono occuparsi dei loro genitori anziani.

Lo stesso vale per le organizzazioni religiose, soprattutto se si ritiene che la Chiesa abbia un’origine e una creazione divina, cose che lo Stato non può riprodurre, esso non può ricreare la struttura autoritaria e l’insegnamento della Chiesa, perché la gestione di quest’ultima è stata affidata ai fedeli. La natura dell’autorità religiosa limita l’autorità politica e richiede il rispetto di doveri da parte dei membri della Chiesa.

Lo Stato e la giustizia sociale
Niente di tutto questo, però, suggerisce che lo Stato non ha un proprio ruolo da svolgere nell’ambito della giustizia economica. Significa semplicemente che esso deve rispettare l’autorità della società, una società composta a sua volta da un insieme di società. E significa che lo Stato deve anche rispettare l’autorità delle società economiche – dipendenti e datori di lavoro, consumatori e produttori.

Comunque, rispettando queste autorità e ai mercati che gli consentono di interagire e espletare le loro funzioni, lo Stato può svolgere determinate attività assistenziali, come ci ha insegnato Hayek, senza che si alterino le tendenze e i processi di mercato.

Quando i programmi governativi, destinati a migliorare le forze della globalizzazione e le nuove tecnologie, cambiano i mercati è probabile che peggioreranno la situazione, prolungando l’agonia delle industrie obsolete e impedendo le transizioni necessarie. Parlando di giustizia sociale basata sulla legge naturale si potrebbe pensare a politiche che permetterebbero a più persone di impegnarsi per se stesse nel mercato e di prosperare.

Posso illustrare questo con alcuni esempi. Prendiamo in considerazione l’istruzione. Secondo alcuni libertari che considerano la tassazione un furto, i bambini dovrebbero ricevere qualunque tipo di istruzione vogliano trasmettergli i genitori, le famiglie allargate e associazioni di beneficenza, e lo Stato non deve occuparsi di questo. Secondo i liberali, l’istruzione dei bambini è una questione d’interesse pubblico, e quindi lo Stato dovrebbe gestire le scuole e la maggior parte dei bambini dovrebbe avvalersi dell’istruzione pubblica. I conservatori hanno tradizionalmente detto che certamente l’istruzione è una questione d’interesse pubblico, che le scuole dovrebbero essere pubbliche e che tutti i bambini dovrebbero frequentarle. Però, la giustizia ci impone di rispettare l’autorità dei genitori, e qualunque assistenza venga offerta a questi ultimi deve servire a responsabilizzarli non a sostituirli. Quindi, i conservatori sostengono le famiglie nella scelta delle scuole con buoni, conti di risparmio per l’istruzione e charter schools (scuole pubbliche gestite privatamente). Si tratta di programmi che aiutano tutti gli studenti a ottenere la migliore educazione possibile, senza affidare allo Stato il monopolio malsano delle scuole.

Lo stesso vale per l’assistenza sanitaria. Consideriamo il solito falso contrasto: se la tassazione è un furto, allora dovremmo affidare la nostra assistenza sanitaria al mercato e alle associazioni di beneficenza; se l’assistenza sanitaria è una questione d’interesse pubblico, allora lo Stato dovrebbe gestirla e finanziarla – le tipiche trappole ​​libertarie e liberali. L’alternativa proposta dai conservatori americani è stata quella di creare mercati nel settore sanitario, consentendo ai pazienti di scegliere, tra: sostegno di alto livello, buoni da spendere in cure mediche, crediti d’imposta, o altro.

Non c’è bisogno di impantanarsi nei dettagli della politica. È il concetto che conta. Abbiamo bisogno che i mercati funzionino meglio e di posti di lavoro per un maggior numero di persone, in modo tale che più persone possano essere attori del mercato, consentendogli la possibilità di ottenere il controllo della propria vita e prosperare.

La domanda da porsi a questo punto è: cosa si può fare per le famiglie della classe operaia, in particolare per i lavoratori – le cui competenze sono sempre meno richieste in un mercato in evoluzione a causa delle forze della globalizzazione e delle nuove tecnologie. Fare appello ai diritti naturali o all’utilitarismo non ci permette di pensare che ci sia maggiore giustizia nel distribuire costi e benefici della distruzione creativa che troviamo nel libero scambio e nella globalizzazione. Ma non ci consente neanche di pensare al modo migliore per risolvere le difficoltà. Abbiamo bisogno di riflettere, grazie ai ruoli appropriati svolti da varie istituzioni su: cosa esige la giustizia dalle famiglie e dalle chiese, dai lavoratori e dagli imprenditori, dalla società civile e dagli enti di beneficenza, dai governi locali e nazionali? Quali sono i diritti e i doveri di questi diversi individui e società?

In un certo senso, le sfide economiche che ho citato possono essere classificate, in parte, come il risultato del processo di industrializzazione dell’economia per far sviluppare l’“economia della conoscenza”. Se l’enciclica Rerum novarum di Leone XIII, che ha dato vita al moderno pensiero sociale cattolico, è stata una risposta alla rivoluzione industriale, quello che di cui abbiamo bisogno ora è una risposta alla rivoluzione della deindustrializzazione. Tocca ai politici decidere il da farsi. Il fatto che dobbiamo pensare a cosa fare è una questione di giustizia e i princìpi del diritto naturale dovrebbero stare alla base del nostro modo di pensare alle possibili soluzioni.

Crisi spirituale
Comunque, le sfide attuali possono essere sopravvalutate. Possono essere formulate in una maniera che fa apparire la globalizzazione e le nuove tecnologie semplicemente come un gioco in cui le persone sono le pedine di una scacchiera gigante, vittime di forze economiche e tecnologiche globali al di fuori del controllo di chiunque. Questo ignora del tutto l’importanza dell’agire umano e della responsabilità personale.

Le politiche pubbliche e i programmi statali non sono, in fin dei conti, le principali soluzioni a ciò che minaccia la libertà in Occidente. Certamente, l’ansia economica è un problema, ma l’ansia economica è in parte il risultato di una crisi antropologica e spirituale di fondo che ha portato ad una società civile malsana, particolarmente sprovvista dei mezzi per gestire le nostre sfide attuali.

All’inizio di questo discorso ho parlato dei banchi delle chiese vuoti e della tossicodipendenza, dei problemi del calo dell’occupazione maschile e della rottura della famiglia che significa lasciare dei bambini orfani e diffondere la convinzione che non esiste la verità, soprattutto quella morale. Alcuni di questi problemi sono stati causati da vari cambiamenti economici e tecnologici negli ultimi decenni. Io non sono un marxista. Non credo che i cambiamenti dei nostri valori e delle nostre credenze siano semplicemente il risultato di forze materiali. Alcune crisi spirituali sono il risultato di cattive idee e di cattivi ideali, e queste idee e ideali cattivi hanno esacerbato le nostre sfide economiche.

Ma l’antropologia cattiva ci ha dato dei diritti naturali senza basi o direzioni – la libertà di indifferenza, non la libertà per eccellenza. L’antropologia cattiva ha svilito la mente dell’uomo moderno, in modo che non è più in grado di distinguere la libertà dal libertinaggio, lo ha reso incapace di comprendere quali desideri possono essere messi in pratica, quali preferenze devono essere soddisfatte. L’antropologia cattiva ha cercato di liberare l’uomo dalle comunità stesse dove trova il proprio significato e scopo, ha alienato l’uomo dal lavoro, dalla famiglia, e da Dio.

Il risultato è una classe operaia senza i valori e senza le virtù necessarie per prosperare in condizioni di libertà. Di conseguenza c’è una classe dirigente più dedicata ad una comunità globale di élite piuttosto che alle proprie comunità. C’è una classe operaia sempre più lontana da relazioni significative e quindi più in ansia per il futuro, in un’epoca di incertezza economica e una classe dirigente sempre più isolata dalla classe operaia e quindi inconsapevole delle sue preoccupazioni. L’effetto è una nazione – sia nel caso della classe operaia che della classe dirigente – che non ha mai un orientamento trascendente e pertanto che non riesce ad avere nemmeno una visione umanistica dignitosa.

Se non abbiamo Dio per padre, non vedremo il nostro prossimo come nostro fratello. Se non siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio, non tratteremmo ogni vita come creata con pari dignità e diritti inalienabili, anzi, vedremmo i nostri vicini come polvere cosmica messa lì a caso, senza senso e come un ostacolo.

Quindi, la nostra sfida sta nel recuperare almeno una comprensione comune del significato di prosperità umana e di come ciascuno di noi dovrebbe contribuire a rendere tale prosperità reale per più persone. È necessario che la libertà poggi su una migliore base intellettuale; un faticoso lavoro di ricostruzione della società civile; riconoscere inoltre i nostri doveri non verso l’umanità astratta, ma nei confronti di un nostro prossimo vicino e reale. Infine, è fondamentale il rispetto della libertà delle comunità religiose affinché ogni membro del clero possa compiere il proprio compito di ministro nelle periferie, formando dei discepoli che conoscono quelle realtà che vanno al di là dello Stato.

Ciò significa che è giunto il momento di un maggiore – e non minore – coinvolgimento nella pubblica piazza. È il momento di un maggiore coinvolgimento nelle nostre chiese, sinagoghe e moschee, un maggiore coinvolgimento nelle nostre scuole e nelle piccole associazioni e di dedicare meno tempo ai nostri smartphone. Ed è il momento di dedicandoci ad un maggiore impegno politico, perseguito in maniera più attenta.

Conclusioni
Vorrei concludere suggerendo che tutto quello che ho detto in questo discorso è una riflessione sull’essenza dell’uomo in quanto “animale razionale dipendente,” usando le parole di Alasdair MacIntyre.

In primo luogo, siamo animali. Abbiamo un’indole. Considerando la specie di animale che siamo, certe cose sono naturalmente buone e altre cattive per noi.

In secondo luogo, siamo razionali. Siamo in grado di conoscere la nostra indole e di agire o di non agire di conseguenza, in base ad essa. Non possiamo scegliere ciò che è buono o cattivo per noi, riusciamo semplicemente a scegliere se vivremo in sintonia con la nostra indole.

In terzo luogo, siamo dipendenti. Siamo creature sociali. Quando nasciamo, dipendiamo completamente dai nostri genitori, e molti di noi moriranno in una simile condizione di dipendenza. E per tutta la vita dipenderemo da familiari e amici, vicini e colleghi – contadini e artigiani, commercianti e banchieri.

Commettiamo degli errori quando dimentichiamo che siamo allo stesso tempo animali dipendenti e razionali; quando riduciamo noi stessi al solo livello di animali e abbracciamo un materialismo volgare; quando neghiamo che la ragione può farci conoscere la verità e farci attaccare allo scetticismo; quando ci rifiutiamo di abbracciare la nostra dipendenza con l’illusione di un falso senso di autosufficienza e individualismo; o quando poniamo la nostra dipendenza nelle mani dello Stato piuttosto che affidarla alla famiglia, agli amici, ai commercianti e a Dio; quando pensiamo che lo Stato possa soddisfare i nostri bisogni fisici e che la nostra cultura ci deve incoraggiare ad agire assecondando ogni nostro istinto animale.

Dobbiamo renderci conto che le nostre capacità razionali possono riconoscere il bene e che, poiché siamo responsabili per noi stesi, dobbiamo scegliere il bene. Naturalmente, non esiste una sola buona vita, ma varie buone vite quante ne possiamo immaginare. Queste buone vite saranno le vie differenti che permetteranno a questi animali razionali e dipendenti di prosperare. Ciò significa che lo spirito d’iniziativa, l’intraprendenza, la libertà di scelta, l’autodeterminazione e la comunità sono esigenze basilari quanto il cibo e il riparo e soddisfano i nostri doveri verso Dio e il prossimo. È proprio questo il motivo principale per cui ci è stata data la libertà.

L’articolo originale Natural Law, Social Justice, and the Crisis of Liberty in the West è stato pubblicato su Public Discourse il 10 marzo 2017. La traduzione è dell’Istituto Acton.