L’illusione dei globalisti e la follia della governance mondiale

Samuel Gregg

Il 2016 non è stato un anno felice per il globalismo. Seppur in modi diversi, l’elezione di Donald Trump e la decisione della Gran Bretagna di uscire dall’Unione Europea hanno rappresentato un rifiuto di coloro che vedono gli Stati-nazione come una reliquia del passato e credono che il futuro appartenga a istituzioni sovranazionali e globali.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
A dire il vero, la gente ha votato per Trump e la Brexit per molte ragioni. Alcune di esse, tuttavia, contano più di altre. Un fattore importante è stato sicuramente il senso che la classe politica di Bruxelles – inclusi coloro che s’identificano come conservatori, neoconservatori, o liberali classici, e molti di coloro che vivono in città come Washington DC o Londra– ha da tempo perso il contatto con le milioni di persone che apparentemente serve e rappresenta. Il disprezzo visibile con cui figure come il presidente uscente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha trattato chiunque avesse messo in dubbio la saggezza di diminuire la sovranità nazionale ha solo aggravato quel senso di distacco.
Col senno di poi, l’unica sorpresa è che una reazione popolare tanto diffusa nei confronti della governance globale non è arrivata prima. Che fine faranno questi sviluppi è poco chiaro. Sono diventati, comunque, l’occasione per evidenziare i profondi problemi che stanno alla base delle ambizioni di governance globale che hanno a lungo segnato l’opinione progressista in America e in Europa.
 
Il sogno di Kant
I progetti moderni di governance a livello mondiale si sono manifestati nel pensiero occidentale, almeno a partire dal XVIII secolo. Nel 1713, un prete cattolico, l’abate di Saint-Pierre, ha pubblicato un libro dal titolo Projet pour rendre la paix perpétuelle en Europe. Saint-Pierre è stato il primo pensatore moderno a fare un caso intellettuale sostanziale per la creazione di un tipo di federazione universale di stati. Questa federazione, ha proposto, verrà disciplinata da un Congresso e si attribuirà molte delle caratteristiche di sovranità al fine di promuovere e mantenere la pace universale tra le nazioni europee.
 
La visione di Saint-Pierre è stata ulteriormente sviluppata da quella più influente dei pensatori tardo-illuministi continentali, Immanuel Kant. In Per la Pace perpetua del 1795, Kant ha chiesto l’istituzione di una “lega della pace” (pacificum foedus).Questa “federazione”, sostiene Kant, dovrebbe essere “estensibile
successivamente a tutti gli Stati, e conducente in tal guisa alla pace perpetua”. A questo proposito, Kant era intento a trasformare il diritto delle genti che aveva fino ad allora regolato i rapporti tra gli Stati. Secondo Kant, il diritto delle genti servì solo a circoscrivere piuttosto che abolire la guerra. È stato anche, ha affermato, inapplicabile in un mondo di Stati-nazione. Quindi aveva bisogno di essere fondato e rimodellato da nuovi accordi politici.
 
Anche se Kant non esige esattamente un’“autorità mondiale” o “governo mondiale”, la sua logica verte in quella direzione. Quello che lui chiama la sua “libera federazione” o uno “Stato in continua crescita che consiste di varie nazioni” va ben al di là di una cooperazione formale e informale tra Stati-nazione sovrani. Nel mondo senza confini della sua lega di pace, Kant ha sostenuto, “la razza umana può essere portata gradualmente sempre più vicina ad una costituzione fondata su una cittadinanza mondiale”.
 
Kant, in maniera significativa, ha anche sostenuto che i governanti della federazione devono prestare particolare attenzione ai “pareri dei filosofi”. I filosofi, ha dichiarato, portano “l’illuminazione alle attività del governo”. Sono, Kant ha aggiunto, “per natura incapaci di fare complotti e pressione” e sono “al di sopra di qualsiasi sospetto di essere propagandisti”. Visto il ruolo svolto dai filosofi e dagli intellettuali di razionalizzare e promuovere un certo numero di mali durante il corso della storia, Kant ha un giudizio su di loro o fin troppo generoso o totalmente ingenuo.
 
Burocrazia globale
L’impegno di Kant alla promozione di entità politiche transnazionali che esercitano l’autorità e una classe illuminata di intellettuali-consiglieri si manifesta nelle ideologie globaliste contemporanee. Queste ideologie hanno acquisito slancio dopo la distruzione causata dalle due guerre mondiali e la creazione d’istituzioni globali e sovranazionali progettate in parte per controllare il potere degli Stati-nazione. Alla fine dei 1970, questi sviluppi sono stati impiegati in parallelo da sempre più nazioni integrate in quella che oggi si chiama l’economia globale.
 
La diffusione del libero scambio, tuttavia, non implica necessariamente l’adozione di strutture di governance globale. Come illustrato dal tedesco economista-filosofo Wilhelm Röpke nei suoi scritti di economia politica internazionale, il XIX secolo è stato caratterizzato dalla liberalizzazione economica diffusa e da una significativa riduzione del protezionismo. Eppure, ha osservato Röpke, le istituzioni sovranazionali non sono proliferate negli anni compresi tra il 1815 e il 1914.
 
Certo, i governi nazionali nel corso di questi decenni erano impegnati nella cooperazione multilaterale quando si trattava di problemi transfrontalieri come il controllo delle malattie. Hanno anche creato un piccolo numero di agenzie internazionali per coordinare le attività come i servizi postali. Ciò nonostante, gli Stati-nazione non credevano che la globalizzazione economica richiedesse loro di cedere la propria sovranità ad organismi sovranazionali.
 
Le discussioni sul libero scambio sono parte del dibattito contemporaneo sulla governance globale. Ma l’attenzione delle ideologie globaliste contemporanee e dei loro sostenitori non è mai stata concentrata su come stimolare il libero scambio di per sé. Esse sono più interessate, invece, a promuovere accordi commerciali che sono molto differenti da cio che è il libero commercio. Inoltre, l’obiettivo primario dei sostenitori delle autorità globali rimane la centralizzazione sovranazionale e mondiale del potere politico, la diminuzione della sovranità nazionale, la regolamentazione dall’alto verso il basso di tutte le sfere della vita in tutto il pianeta, e il modo di governare degli esperti.
 
Buoni esempi di questo sono le numerose istituzioni e agenzie associate con il più avanzato prototipo contemporaneo di governance globale: l’Unione Europea. Essa ha un proprio parlamento, due presidenti (uno per il Consiglio Europeo e uno per la Commissione Europea), un Alto Rappresentante per gli affari esteri, una Commissione, un Consiglio, un’Alta Corte, e una Banca Centrale. Le loro attività sono completate da una Corte dei Conti, un Difensore Civico, una Banca Mercantile e da un Comitato per le Regioni. L’UE ha anche un proprio “Comitato Economico e Sociale” che pretende di rappresentare il punto di vista della società civile, i datori di lavoro e dipendenti nei confronti del resto della burocrazia europea. Ci sono anche non meno di cinque diversi gruppi di agenzie UE che variano dalla regolamentazione dell’energia alla vigilanza bancaria e alla formazione professionale.
 
A questo, possiamo aggiungere le centinaia di ONG – tra cui tante ricevono finanziamenti dalla Unione Europea – che fanno pressione sulle Commissioni, regolatori, e agenzie europee in modo che si schierino su diverse questioni che potrebbero essere più difficili da promuovere ai livelli locali, regionali e nazionali di governo. In ogni caso, perché preoccuparci di cercare di convincere i legislatori nazionali, democraticamente eletti, ad adottare politiche particolari quando si possono aggirare gli ostacoli per ottenere un regolamento vincolante rilasciato da burocrati di Bruxelles che i governi nazionali sono tenuti a integrare comunque ubbidientemente nella loro legislazione nazionale?
 
Da questo punto di vista, vale la pena chiedersi se qualcuna di queste commissioni e agenzie dell’UE e coloro che lavorano per queste sono responsabili (sono tenuti a rispondere) in qualche modo ai cittadini europei. Alcune di queste organizzazioni, come ad esempio l’Agenzia dell’Unione Europea per le ferrovie, hanno funzioni di coordinamento benigne. Ma quali potrebbero essere i programmi sostenuti, ad esempio, dall’Istituto Europeo per l’uguaglianza di genere e dall’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali? Anche una ricerca rudimentale nei loro siti web mostra fino a che punto essi hanno abbracciato le ideologie, come la teoria del genere empiricamente infondata.
 
Diritti senza ragione
Questo ci porta ad un’altra dimensione delle imprese di governance globale: la visione della persona umana e della felicità che permea molte di queste istituzioni transnazionali. Gran parte di questa si rivela quando esaminiamo alcuni dei modi in cui le organizzazioni sovranazionali fanno riferimento al tema dei diritti.
 
Fanno parte del passato quei giorni in cui persone come lo studioso libanese ortodosso orientale e diplomatico Charles Malik e il filosofo cattolico francese Jacques Maritain, uomini immersi nella cultura umanista giudaico-cristiana e nel pensiero delle legge naturale, hanno esercitato una forte influenza sulle riflessioni delle agenzie mondiali sui diritti umani. Invece, adesso i concetti di libertà nietzscheane prevalgono sempre piu.
 
Nel suo nuovo libro Le dérèglement morale de l’Occident, il filosofo francese Philippe Bénéton sostiene che l’intera concezione dei diritti dell’Occidente non è stata sola sradicata dalle sue origini culturali fondamentali nella civiltà formata dalla sintesi di Gerusalemme, Atene, e Roma. Questa concezione è stata staccata, Beneton sostiene, da qualsiasi relazione sostanziale alla ragione naturale. I diritti sono ora visti come qualcosa fondata nei desideri e sul modo di liberare l’individuo da ogni vincolo naturale o sociale che potrebbero frenare la realizzazione di tali desideri.
 
Bénéton offre una visione affascinante su quanto queste idee sui diritti siano diventate la norma in istituzioni sovranazionali che vanno dal Consiglio d’Europa a varie agenzie delle Nazioni Unite. Basandosi sulla sua esperienza in organizzazioni simili, Bénéton osserva che domandare se un diritto preteso è radicato in qualcosa al di là del desiderio personale si scontra con un ostruzionismo procedurale, silenzi difficili, accuse di razzismo o fobie varie, e invocazioni del tipo ‘chi sono io per giudicare’. Questi punti di vista potrebbero non interessarci così tanto se non fosse per il fatto che essi sono sempre più di norma in molte istituzioni che aspirano alla governance globale.
 
Opporsi a queste idee e agli schemi globalisti in cui sono sempre più integrati non implica opposizione in principio della cooperazione tra i Paesi. Né comporta l’esaltazione della nazione come l’unica comunità che conta. Ma è sicuramente una cosa molto buona quando la sovranità nazionale pone un controllo potente sulle ambizioni della governance globale e sul regno di coloro che hanno assorbito profondamente tali aspirazioni.
 
NOTE: L’articolo originale Globalist Illusions and the Folly of Global Governance è stato pubblicato su Public Discourse il 28 marzo 2017. La traduzione è dell’Istituto Acton.
Alcune frasi di Kant sono una nostra traduzione