Lettera da Roma: Chi ha paura dell’immigrazione islamica?

Kishore Jayabalan

Non c’è problema più delicato per i politici europei di quello dell’immigrazione islamica. L’immigrazione di massa dai Paesi a maggioranza musulmana in Medio Oriente, Africa e Asia meridionale è evidente, ma tutti, tranne i più nazionalisti, parlano in termini generali di “migrazione” e “integrazione”. Di solito chi solleva la questione religiosa fa riferimento ai “valori” europei piuttosto che al cristianesimo. I dettami di uno di quei valori, il multiculturalismo, rendono impossibile giudicare la cultura islamica in quanto tale.

Questa situazione sta cominciando a cambiare? Sono appena tornato da una conferenza a Budapest, sponsorizzata ufficialmente dal Mathias Corvinus Collegium, ma palesemente supportata dal governo ungherese, guidato da Viktor Orbán. È stato un evento fuori dal comune perché ognuno dei 60 relatori, in misura maggiore o minore e per ragioni differenti, era scettico riguardo l’immigrazione di massa. Un tavola rotonda ha persino osato chiedere: “La legge della Sharia è irriconciliabile con la democrazia?” (La risposta è stata sì, ma Daniel Pipes e Ayaan Hirsi Ali hanno fatto di tutto per separare i politici islamisti dai fedeli musulmani). Alcuni di noi hanno fatto una visita alla recinzione di 170 chilometri e al centro di accoglienza al confine tra Ungheria e Serbia. È stato politicamente scorretto quanto può esserlo una conferenza accademica.

Eppure, anche in un contesto del genere, ho avuto l’impressione che gli europei stiano cercando di combattere qualcosa col nulla. Il terrorismo islamico è un problema di sicurezza nazionale, ma cosa si deve fare per la religione islamica? Cosa dovrebbe correggere l’Islam radicale? Per quanto ne so, solo un relatore ha parlato di un’“Europa cristiana” che dovrebbe combattere l’aborto, l’eutanasia, la pornografia e il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Due sacerdoti nigeriani e un arcivescovo iracheno ortodosso hanno fatto appello per la sopravvivenza delle loro chiese locali contro le minacce islamiste. Ho capito che la maggior parte dei presenti avrebbe preferito aiutare questi cristiani aumentando gli aiuti esteri all’Africa e ricostruendo chiese in Medio Oriente piuttosto che accoglierli in Europa. C’è una domanda inevitabile che nessuno ha posto alla conferenza di Budapest: la razza e l’etnia degli immigrati sono più importanti del loro credo?

Certamente, nell’Europa contemporanea gli aspetti economici influiscono di più di quelli religiosi. Il declino demografico è stato considerato un importante fattore a “sostegno” dell’immigrazione a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale. Le ex potenze coloniali come il Regno Unito e la Francia si sono affidate ai loro ex sudditi per ovviare alla mancanza di lavoratori autoctoni, mentre Paesi come la Germania hanno importato “ospiti” dalla Turchia che hanno finito per diventare residenti permanenti, se non cittadini. We Wanted Workers è il titolo eloquente del libro sull’immigrazione, non basato su temi economici, scritto dall’economista George Borjas. (Immigrato negli Stati Uniti da Cuba, Borjas discute dell’immigrazione solo con gli economisti perché non vuole essere etichettato né favorevole né contrario all’immigrazione. I “valori” non sono inclusi tra le preoccupazioni degli economisti).

Moltiplicare i fedeli a spese della fede sembra essere l’approccio adottato dall’Ungheria. Diversi ministri hanno parlato dei loro sforzi per aumentare i tassi di natalità tramite incentivi fiscali e sussidi. È frequente vedere lungo le autostrade del Paese cartelloni pubblicitari che mostrano famiglie felici con bambini. Fanno appello sia al portafoglio che al sentimento.

Nel mio intervento di 15 minuti alla conferenza di Budapest, ho fatto del mio meglio per trattare la questione dell’immigrazione nel contesto dell’economia politica. Come diceva Borjas, agli economisti non piace fare “giudizi di valore”, li lasciano ai politici. In democrazia, le persone decidono quali valori sono importanti in ambito politico. Qual è, quindi, il fondamento dei valori europei? Nella migliore delle ipotesi, è una sorta di residuo secolare o umanitario del cristianesimo o di nozioni in continua evoluzione dei diritti dell’uomo; nel peggiore dei casi, un nichilismo morbido incline allo sfruttamento dei populisti di sinistra e di destra.

Ho anche cercato di mettere in relazione l’esperienza dei miei genitori e la mia, loro immigrarono dall’India negli Stati Uniti e io dagli Stati Uniti in Italia. La Chiesa cattolica ha avuto un importante ruolo per quanto riguarda l’istruzione e l’integrazione degli immigrati dappertutto, principalmente grazie alle scuole cattoliche e ad altre istituzioni aperte a tutti. Più in generale, la Chiesa è stata in grado di bilanciare le pretese universali del cristianesimo e della legge naturale con i bisogni particolari delle comunità locali. Mettere Dio al primo posto permette di mette tutti gli altri beni minori al loro posto, impedendogli di diventare idoli, che è precisamente ciò che possono diventare il capitalismo e il nazionalismo fuori controllo. La debolezza del cristianesimo istituzionale è forse uno dei motivi per cui l’immigrazione di massa si è trasformata in una crisi politica: non esiste un mediatore tra la globalizzazione senza frontiere e il nazionalismo etnico.

La parte più religiosa del pubblico sembrava capire ciò che stavo dicendo; quelli più laici un po’ meno. Uno di questi ultimi mi ha detto che era preoccupato per la diffusione dei “dogmi” a spese della libertà di parola e di pensiero. Se la Chiesa non sta diffondendo i dogmi insieme alla carità, cosa sta facendo? Altri dogmi a sostegno della libertà e dell’eguaglianza hanno sostituito quelli cristiani? E questi dogmi secolari possono sopravvivere al confronto con il relativismo e l’Islam?

La maggior parte dei relatori di Budapest ha fatto riferimento all’identità europea senza specificare che cos’è. Che l’Europa moderna sia il risultato di un costrutto liberale volto a pacificare il conflitto tra le confessioni cristiane o il frutto dello sviluppo di una civiltà cristiana nel corso del tempo, si tratta di una questione accademica che ha effetti reali nel mondo. In entrambi i casi, il ruolo del cristianesimo è significativo e può essere trascurato solo a caro prezzo. L’immigrazione di massa dei musulmani potrebbe costringere gli europei a riconoscere la verità della “famigerata frase” di Hilaire Belloc. L’Europa ha gli occhi per vedere e le orecchie per sentire ciò che sta accadendo?

(Foto: John Kehly/Shutterstock.com)