Madeleine L’Engle, C.S. Lewis e cristianesimo: andare oltre collettivismo e individualismo

Jordan Ballor

La questione dell’uno e dei molti è forse il dilemma più antico dell’umanità. Nel pensiero sociale, questo si manifesta nella tensione tra collettivismo e individualismo.

I collettivisti e gli individualisti possono essere distinti dal valore che ciascuno attribuisce ai singoli beni in relazione con il bene comune. Per semplificare: i collettivisti prediligono una concezione errata del bene comune a scapito dei beni individuali, mentre gli individualisti enfatizzano l’importanza dei beni individuali piuttosto che il bene comune, talvolta negano persino che il concetto di bene comune abbia una coerenza.

Possiamo vedere i pericolosi estremi di queste due ideologie negli scritti di Madeleine L’Engle e C.S. Lewis, che mostrano come una prospettiva cristiana apre una via intermedia tra questi due pericoli.

Collettivisti e bene comune
Per i collettivisti, che pretendono di valorizzare soprattutto il bene comune, la categoria socialmente più significativa è il benessere generale, spesso considerato in termini di benessere per i più poveri, più vulnerabili o più oppressi in una società. Oggi, è lo Stato l’istituzione più spesso incaricata della realizzazione del bene comune. In effetti, il bene dello Stato è in conflitto proprio con il bene comune.

Questo modo di pensare tende a sminuire il valore di un individuo in una società considerando solo ciò che lei o lui fa per contribuire a essa. Tale partecipazione è solitamente misurata in termini materiali quantificabili, come il contributo al bilancio dello Stato tramite le tasse. A volte, c’è qualcosa che supera una differenziazione tra Stato e bene comune per includere un’altra componente della società: l’economia. Anche in questi casi, però, la divisione del lavoro nella realizzazione del bene comune può essere semplicemente rappresentata in una dicotomia tra le motivazioni competitive del mercato “per fini di lucro” e l’indole “non per fini di lucro” dello Stato. Questo tipo di prospettiva intrappola la persona tra il mercato e lo Stato, una posizione davvero precaria.

La forza che anima i collettivisti è lo stimolo di raggruppare i beni individuali in una definizione di un bene superiore, che può essere stabilito in termini di cifre sempre crescenti del PIL o di livellamento del reddito.

Un inferno collettivista
Troviamo una descrizione particolarmente appropriata di questo impulso collettivista nel famoso romanzo (e ora celebre film) di Madeleine L’Engle, Nelle pieghe del tempo. I fratelli Murry - Meg e Charles Wallace - viaggiano con il loro nuovo amico Calvin O’Keefe sul pianeta di Camazotz in cerca del loro padre. Quando tentano di salvarlo, i tre bambini affrontano la creatura Lui (N.d.T. in inglese è usato il pronome It), un cervello senza corpo che risiede nella capitale del pianeta e impone, attraverso la forza del suo intelletto e della sua volontà, l’ordine supremo in tutto il pianeta. L’Engle lo descrive freddamente come:

“Un cervello senza corpo. Un cervello sproporzionato, abbastanza più grande del normale da risultare completamente rivoltante e terrificante. Un cervello vivente. Un cervello che pulsava e tremava, colto e che comandava. Non c’è da stupirsi che il cervello fosse chiamato Lui. Era la cosa più orribile e più repellente che Meg avesse mai visto, molto più nauseante di qualsiasi cosa avesse mai immaginato con la sua mente cosciente, o che l’avesse mai tormentata nei suoi incubi più terribili”.

Ma la sua tirannia su Camazotz non è semplicemente repellente da un punto di vista estetico; è anche moralmente ripugnante. A un certo punto Lui parla attraverso Charles Wallace, chiedendo:

“Perché pensi che abbiamo guerre interne? Perché pensi che le persone siano confuse e infelici? Perché vivono tutti le loro vite separate e individualmente. Ho cercato di spiegarti nel modo più semplice possibile che gli individui di Camazotz sono stati eliminati. Camazotz è una sola mente. È Lui. E proprio per questo tutti sono così felici ed efficienti”.

I beni individuali sono stati eliminati proprio come gli individui. Lui è il pianificatore centrale esperto, incarna – in modo unico e disincarnato – l’ethos e l’arroganza del collettivismo. È una mente completamente abbandonata alla libido dominandi, che ha inculcato la sua personalità su tutto ciò che può controllare, e quindi Camazotz è una visione dell’esistenza infernale dei collettivisti e della loro concezione malata del bene comune.

Individualisti e beni individuali
I collettivisti sottomettono i beni individuali al bene comune, mentre gli individualisti valutano solo i beni individuali. Nella misura in cui al bene comune non viene dato alcun valore, è solo un insieme di beni individuali.

Quest’approccio ai beni individuali spesso si pone come mezzo per correggere gli eccessi dei collettivisti. Nel caso di Friedrich Hayek, ad esempio, i suoi dubbi sull’idea di giustizia sociale come concetto sono legati alla sua preferenza per quella società che scaturisce dalle attività non coordinate di individui liberi, che egli chiama “ordine spontaneo”. Potremmo dire che la preferenza maggiore di Hayek è per la giustizia “spontanea” piuttosto che per quella “pianificata”. La critica all’idea di “giustizia sociale” è spesso rivolta non all’idea di “giustizia” in sé, ma all’elemento “sociale”, che secondo questa prospettiva conduce troppo spesso e troppo rapidamente al socialismo.

L’individualismo caratteristico di molte analisi economiche, sia tradizionali che non, tende a esprimere questo modo di pensare limitativo. Per lo meno nelle sue forme estreme, il modello homo economicus, ad esempio, tende ad astrarre l’individuo dalle realtà concrete che esistono nel mondo reale, a vantaggio di un protagonista razionale ideale che massimizza l’utilità. Quando i modelli che utilizzano l’individualismo metodologico non sono propriamente definiti e delineati, allora l’individuo in quanto tale diventa l’interezza dell’analisi economica piuttosto che un fattore esplicativo che è necessario ma insufficiente. Così rimane un’immagine ideale e assolutamente irrealistica della vita sociale. L’esistenza umana diventa casuale, accidentale, atomistica e pronta per la tirannia totalitaria.

Un inferno individualista
Abbiamo visto tramite il ritratto fatto da L’Engle su Camazotz come potrebbe essere un inferno collettivista. Nell’opera di C.S. Lewis Il grande divorzio vediamo come potrebbe apparire un inferno individualista.

L’inferno, in Il grande divorzio, è rappresentato da una serie di individui a cui è stata data l’abilità di manifestare il loro più grande desiderio interiore: definire la realtà per se stessi e avere la sovranità assoluta nei loro regni. Come scrive Lewis, “ogni stato mentale, lasciato in balia di se stesso, ogni chiusura della creatura nella prigione della sua stessa mente è, in fin dei conti, l’Inferno”. Uno degli esempi più sorprendenti è il caso di Napoleone Bonaparte, in “un’enorme casa in stile Impero”, passeggiando nervosamente, “borbottando tra sé tutto il tempo, ‘È stata colpa di Soult, di Ney, di Josephine. . .’”. Tutti all’inferno possiedono la propria casa, e con il passare del tempo si allontanano sempre più: “Puoi vedere le luci delle case abitate, dove vivono quei vecchi, a milioni di chilometri di distanza. Milioni di miglia da noi e milioni di miglia tra noi e gli altri”. L’inferno, nel racconto di C.S. Lewis, è una conseguenza dell’individualismo scatenato.

Dovrebbe essere evidente anche da questo breve abbozzo che nessuno dei due approcci, quello collettivista o quello individualista, è adeguato. Come dimostrano le loro espressioni nella vita sociale, il collettivismo e l’individualismo sono, infatti, immagini speculari. Entrambi evidenziano una dicotomia fondamentale tra il collettivo e il singolo, dando troppo peso all’uno o all’altro. In questo modo, il collettivista e l’individualista sono diabolicamente complementari. L’individualismo radicale mina i legami naturali e organici della società, spianando la strada alla tirannia collettivista e all’imposizione di un’identità sovra individuale sulle masse.

Una via cristiana da seguire
Gli insegnamenti basilari del cristianesimo tradizionale possono fornirci delle risorse per andare oltre il pensiero binario: individuo contro collettivo.

Noi esseri umani, creati a immagine e somiglianza di Dio, abbiamo una dignità intrinseca che deriva dalla nostra responsabilità dinanzi a Dio e in relazione all’ordine creato.

La Genesi, (Cap. 1 e 2) ci offre un resoconto della persona creata con dignità e responsabilità proprie, un individuo che è intrinsecamente sociale e indirizzato verso altri, in relazione con Dio, il prossimo e il resto dell’ordine creato. Siamo stati creati in relazione con Dio e posti come custodi della Sua buona creazione (Gen. 1: 26-28). Ma oltre alla dignità distintiva dell’essere umano, esiste una socialità di correlazione che ci guida non solo verso Dio, ma anche gli uni verso gli altri; “Maschio e femmina li creò”, (Gen. 1:27). Questo è, in parte, inglobato nella reciprocità dell’obbligo espresso nei due grandi comandamenti dell’amore, il primo rivolto a Dio e il secondo al nostro prossimo (Mt. 22: 36-40). Non era “bene” per Adamo, il primo uomo, essere solo (Gen. 2:18).

Queste sono le stesse realtà che hanno portato Agostino ad affermare, seguendo l’identificazione di Aristotele dell’essere umano “sociale” o “animale politico” (zōon politikon), che “non c’è nulla di così sociale per natura come questa razza” di esseri umani. Quindi i collettivisti hanno torto: i singoli esseri umani e i loro beni sono intrinsecamente importanti. Ogni persona è creata unicamente da Dio e ha una dignità corrispondente e irriducibile.

Ma anche gli individualisti hanno torto. Non esistiamo come individui autonomi e autosufficienti. Siamo unici, in parte, a causa delle relazioni e degli obblighi concreti che accompagnano la nostra nascita in un preciso luogo e tempo, in una certa famiglia. Oltre ai propri talenti e inclinazioni individuali, non c’è nessun altro nella storia umana che esista nello stesso complesso di relazioni – come figlio o figlia, coniuge, amico, genitore, lavoratore, comunicante, membro, cittadino – come chiunque altro.

Istituzioni sociali e persona
Per il cristianesimo, in contrasto con l’individualismo atomistico e con il collettivismo assolutista, istituzioni come famiglia, scuole, aziende, organizzazioni caritatevoli senza fini di lucro, chiese e governi hanno una grossa importanza perché sono, in maniera significativa, entrambi determinati da e per gli individui.

Il significato delle istituzioni sociali è un segno distintivo dell’autentico pensiero sociale cristiano. Le condizioni che mettono in primo piano la famiglia, la cultura, la Chiesa e lo Stato sono condivise dagli intellettuali cristiani in tutte le epoche e nella tradizione. Nel caso dell’attuale pensiero sociale cattolico, ad esempio, il lavoro di Michael Novak, in particolare The Spirit of Democratic Capitalism, sottolinea che organismi come la Chiesa e la famiglia, sono stati precursori di molte questioni espresse circa un decennio dopo nell’enciclica sociale di Giovanni Paolo II Centesimus Annus. Allo stesso modo, un’eredità importante lasciata da Abraham Kuyper e dal neo-Calvinismo è l’importanza data all’integrità e alla responsabilità delle “sfere” sociali o delle istituzioni. Lo stesso vale per il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer che ha usato un contesto etico-sociale semplice: famiglia, lavoro, Chiesa e Stato.

L’enfasi del cristianesimo sulle istituzioni sociali protegge dagli eccessi atomistici dell’individualismo, mentre il suo rispetto per l’unicità della persona e dei singoli beni lo protegge dalla minaccia totalizzante del collettivismo.

Per concludere, la ricerca cristiana del bene comune non si può ridurre né alla semplice unione di singoli beni né alla promozione dei bisogni collettivi a spese del singolo. È piuttosto una chiamata all’amore e alla giustizia perseguiti in umile fedeltà, come esseri umani creati a immagine di Dio, una prospettiva che ci libera dalla dialettica diabolica del collettivismo e dell’individualismo.

Note: L’articolo originale Madeleine L’Engle, C.S. Lewis, and Christianity: Moving Beyond Collectivism and Individualism è apparso su The Public Discourse il 21 marzo 2018 ed è stato ripubblicato qui previa autorizzazione di quest’ultimo. I passaggi dei testi di L’Engle e C.S. Lewis in italiano sono una nostra traduzione.