Le contraddizioni di un papato

Samuel Gregg, D. Phil.

Di tutti i libri scritti sulla crisi degli abusi sessuali che hanno scosso la Chiesa cattolica in America nel 2002, uno dei più approfonditi è stato The Faithful Departed. Scritto dal giornalista e laureato a Harvard Philip F. Lawler, la sua analisi dell’epicentro della crisi, l’arcidiocesi di Boston, ha mostrato come decenni di connivenza con i politici democratici, l’incapacità di affrontare i diffusi maltrattamenti sessuali tra i preti, il rispetto ossequioso verso la psicologia laica, la diffusione del dissenso teologico sull’etica sessuale cattolica, e il perdurare del male più perenne all’interno della Chiesa (il buon vecchio clericalismo) hanno creato la tempesta perfetta da cui sembra che il cattolicesimo americano si stia ancora riprendendo.

Il potere della narrativa di Lawler derivava dal suo tono pacato, da un’attenzione meticolosa per i fatti, dal rifiuto di esagerare o minimizzare le cose brutte, da una conoscenza approfondita dell’insegnamento e della storia cattolica e da un ovvio amore per la Chiesa. Tutte queste abilità e inclinazioni sono state evidenziate nell’ultimo libro di Lawler che affronta un’altra crisi cattolica, che secondo lui è stata generata dall’alto.

Il titolo dell’analisi di Lawler sul pontificato di Jorge Bergoglio Lost Shepherd: How Pope Francis is Misleading His Flock è leggermente fuorviante. Lawler non crede che Francesco si sia “perso”, nel senso che non sa da che parte andare. Lawler sostiene che il papa – e, ancor più, alcuni dei suoi più stretti consiglieri – vogliano portare la Chiesa cattolica in una direzione che assomiglia piuttosto a un’altra nuova denominazione cristiana progressista, indiscutibilmente una strada verso l’inconsistenza.

Come nel suo precedente libro, Lawler non indora la pillola. In effetti, non c’è nulla di nuovo nel suo testo che non sia già noto. I suo obiettivo è di aiutare i suoi lettori a capire il pontificato di Francesco e il suo significato per la Chiesa cattolica a lungo termine.

Lawler inizia affermando che lui, come milioni di altri cattolici, prega ogni giorno per il papa e che, come milioni di altri cattolici, all’inizio era pieno di ottimismo riguardo al pontificato di Francesco. Da molto tempo il successore di Pietro non proveniva da un luogo diverso da quell’infedele terra desolata costituita da gran parte dall’odierna Europa cattolica. E chi meglio di un estraneo al Vaticano per entrare e ripulire le stalle di Augia degli affari finanziari della Santa Sede?

Ma col passare del tempo, racconta Lawler, è rimasto deluso da Francesco. Come la maggior parte dei cattolici, voleva attribuire le migliori intenzioni al papa. Mentre si susseguivano strani incidenti e dichiarazioni incoerenti, Lawler scoprì che c’erano degli aspetti del pontificato che non inclusi tra gli errori che qualunque pontefice può commettere. Lawler li considera, invece, sintomatici di una personalità che descrive un po’ incostante e a volte autoritaria: un personaggio che va spesso di pari passo con le tendenze clericaliste che Francesco regolarmente e giustamente denuncia.

Questa è solo una delle contraddizioni che Lawler presenta come caratteristiche del pontificato di Francesco. Per come la vede lui, Francesco è pieno di contraddizioni.

In occasione della sua visita in America nel 2015, ad esempio, Lawler nota che il papa ha parlato con i vescovi del continente su quanto sia importante per il clero evitare un linguaggio aspro. Secondo Lawler, il papa ha evidentemente evitato di seguire il suo stesso consiglio.

Lawler scrive che Francesco ha l’abitudine di insultare pubblicamente gruppi imprecisati di persone che lo infastidiscono: “rigido”, “veramente triste”, preti “untuosi e idolatri”, “farisei”, “dottori della legge” ecc. Utilizza queste ultime due espressioni all’infinito, sottolinea Lawler, attirando così le critiche del sopravvissuto all’olocausto, il compianto Rabbino Giuseppe Laras. Senza accusare Francesco di antisemitismo (perché sarebbe falso), Laras lo ha rimproverato per non aver afferrato le storiche associazioni antisemitiche di queste parole. Lawler commenta che purtroppo Francesco una volta “accusava i giornalisti di parlare di conflitti e scandali di coprofilia”. Per chi fortunatamente non lo sapesse, la parola denota un interesse sessuale per le feci.

In altre parole, lungi dal parlare dolcemente e con amore, Francesco si riferisce regolarmente a persone, che a quanto pare non gli piacciono, in un modo non diverso da Hugo Chavez e Juan Peron: populisti latinoamericani con un gusto per la demagogia che non solo hanno schiacciato le economie dei loro rispettivi Paesi, ma hanno pure completamente corrotto le istituzioni politiche delle loro nazioni.

Francesco non è certo il primo papa “salato”. La cosa su cui discute di più Lawler è che le invettive verbali di Francesco suggeriscono che, nonostante la sua forte insistenza sul dialogo, il papa non è realmente interessato ad ascoltare le critiche e forse addirittura offende chi lo critica. Ciò include un disaccordo calmo ed equilibrato da parte di chi non è interessato a confinare la Chiesa in una gabbia barocca e da chi non può essere accusato di avere mentalità legalistiche.

Un’altra contraddizione che Lawler evidenzia come caratteristica di questo papato riguarda la gestione. Davvero poche persone negherebbero che quando Francesco fu eletto papa, uno dei suoi obiettivi era la riforma della curia romana. Una grande aspettativa di questo pontificato era l’interruzione del dilagante arrivismo dei chierici e dei loro sostenitori laici, il nepotismo che porta ad assumere parenti italiani che altrimenti non sarebbero assunti, affidandogli compiti poco impegnativi, e la corruzione finanziaria che ha prodotto una serie continua di scandali nella Santa Sede fin dagli anni ‘70.

Eppure, sostiene Lawler, cinque anni dopo l’inizio del processo di riforma, i progressi sono stati minimi. Di fatto, Lawler indica che Benedetto XVI ha ottenuto di più con la riforma delle finanze e snellendo le procedure per trattare gli abusi sessuale del clero. Inoltre, Lawler dimostra che per ogni passo avanti ce n’è stato uno e mezzo indietro nei cambiamenti organizzativi del pontificato di Francesco. Con l’autorità papale, le responsabilità sono affidate a corpi particolari. Così, per una decisione papale, queste responsabilità sono improvvisamente alterate, ridimensionate o trasformate in balia di qualcun altro.

Qualsiasi esperto di management ti dirà che questo schema spesso riflette la disfunzione che c’è in alto. A volte, questo processo decisionale incostante rispecchia una personalità instabile, o comunque di qualcuno che è esposto alla manipolazione di chi vuole ripristinare lo status quo, o che non ha la conoscenza approfondita dei dettagli, o che non ascolta gli esperti del settore. Qualunque sia la verità, Lawler ha sicuramente ragione nel dire che, finora, il compito del papa di “riformare la Curia” rimane tristemente incompiuto.

Alla fine, tuttavia, la responsabilità principale di un papa non è la gestione. Un papa, come Pietro, è chiamato a uscire ed evangelizzare il mondo diffondendo ciò che insegna la Chiesa, la Verità liberatrice rivelata in Gesù di Nazareth. Un altro compito del papa è confermare ciò che la Chiesa ha sempre creduto essere il contenuto e il significato della Verità.

Qui veniamo al nocciolo delle preoccupazioni di Lawler. Papa Francesco non ha, precisa con cura, predicato l’eresia. Ma secondo Lawler, il papa sta provando – tramite la sua esortazione del 2016 Amoris laetitia, i suoi silenzi che parlano, le sue affermazioni astruse, ecc. – tenere aspetti della dottrina della Chiesa nell’ambiguità. Come uno dei numerosi esempi dell’evasività del pontefice in questo settore, Lawler cita la strana protesta di Francesco che non riusciva a ricordare la nota controversia su cui si è incentrato gran parte del dibattito di Amoris laetitia. Che, scrive Lawler, “mette a dura prova la credulità”.

La teoria di Lawler è che il papa non vuole contraddire l’insegnamento cattolico fermamente basato sull’accesso ai sacramenti. Dopotutto, ciò comprometterebbe l’integrità dell’insegnamento magistrale. Tuttavia, è disposto a consentire la proliferazione di pratiche pastorali che, afferma Lawler, non possono conciliarsi con quello stesso insegnamento magistrale.

Accanto all’apparente indisponibilità del papa di rispondere in modo diretto e chiaro a domande ragionevoli su ciò che la Chiesa ritiene vero su certe questioni di fede e morale, Lawler vede ancora un’altra contraddizione. Francesco e alcuni di quelli che lo circondano, sostiene Lawler, non hanno alcuna inibizione a parlare – e osano farlo – a voce alta, direttamente, dando giudizi su argomenti di cui non hanno particolari competenze e con cui i cattolici sono generalmente liberi di non essere d’accordo data la loro adesione ai diffusi parametri dell’insegnamento della Chiesa.

Quello che chiamerò il “nuovo clericalismo” è illustrato da un incidente descritto da Lawler. In un discorso del marzo 2017, Papa Francesco ha effettivamente rimproverato i dirigenti di un’azienda italiana che aveva recentemente annunciato piani per ridimensionare e rimodernare le sue attività. Papa Francesco ha detto: “Chi, per manovre economiche, per fare negoziati non del tutto chiari, chiude fabbriche, chiude imprese lavorative e toglie il lavoro agli uomini, compie un peccato gravissimo”.

Cosa intendeva il papa con “manovre economiche, per fare negoziati non del tutto chiari” è incerto. Ma, commenta Lawler, Francesco pensa davvero che le aziende dovrebbero restare aperte “anche quando stanno perdendo denaro, finché la società non fallisce – e gli impiegati perdono comunque i loro posti di lavoro”?

A questo, si potrebbe aggiungere: come farebbe il papa a conoscere tutti gli elementi specifici che hanno portato una certa società a riorganizzare i suoi affari? Forse il rifiuto dei sindacati di avviare trattative in buona fede ha contribuito alla decisione dell’azienda? O forse altri regolamenti e imposte decise da una delle coalizioni di sinistra, che attualmente controllano la maggior parte delle amministrazioni regionali italiane, rendono economicamente irrealizzabili operazioni specifiche in alcune parti d’Italia?

La questione, naturalmente, è che il papa non aveva nulla di cui parlare pubblicamente su un argomento così preciso di cui non poteva sapere molto, se non nessuno dei dettagli. E anche allora, la sua responsabilità – e la principale chiamata di qualsiasi vescovo o prete in tali situazioni – sarebbe quella di ricordare a tutti i membri di un’impresa (proprietari, dirigenti, dipendenti, azionisti ecc.) i principi dell’insegnamento cattolico. In primo luogo, spetta ai laici, non ai chierici, applicare questi principi a una particolare attività o azienda.

Si potrebbe parlare ancora di altre contraddizioni che Lawler considera pervadere il pontificato di Francesco. Di seguito espongo alcune delle domande che mi passavano per la mente, mentre leggevo l’analisi di Lawler.

Il crollo di tutte quelle confessioni cristiane che si sono schiavizzate allo zeitgeist progressista e si sono trasformate in mere ONG è innegabile. Quindi, perché qualcuno potrebbe pensare che c’è qualcosa da imparare, per esempio, dal cattolicesimo tedesco contemporaneo (modello di cattolicesimo divenuto un’altra ONG progressista), se si vuole diffondere il Vangelo? Chi è sano di mente crede che ridurre la morale cristiana a un “ideale” incoraggerà le persone ad abbracciare senza riserve e con gioia ciò che Cristo stesso ha definito la via stretta che conduce alla vita? E come si può essere inconsapevoli di queste realtà?

Sono solo alcuni dei misteri sottolineati nel testo di Lawler. Uno dei punti di forza del libro è che tenta, in ogni momento, di dare a Francesco il beneficio del dubbio. Oltre a non considerare l’enfasi, le polemiche e le teorie più bizzarre sul papa che popolano alcuni dei siti più bizzarri e famosi, Lawler distingue prudentemente tra le parole e le azioni di Francesco, e le affermazione più palesemente oltraggiose di alcuni personaggi desueti che lo circondano.

Quest’approccio giudizioso non salverà Lawler da una raffica d’insulti, parole offensive, tweet acidi, teorie cospiratorie e risposte senza senso che, ahimè, ci aspettiamo da alcuni difensori di Francesco. Che a quanto pare agiscono in questo modo. Proprio come Lawler, però, in The Faithful Departed si è espresso con attenzione e senza esagerare, così anche in Lost Shepherd sono raccolte in maniera precisa e caritatevole molte riserve di fedeli cattolici sul pontificato di Francesco.

Se qualcuno a Roma ascolterà, è una questione diversa.

Note: L’articolo originale A Papacy of Contradictions è stato pubblicato su The Catholic World Report il 2 marzo 2018. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.