Come la via della negazione dell’Europa è diventata una via di morte

Samuel Gregg, D. Phil.

“Il terrorismo non ha nulla a che fare con l’Islam”. “L’Islam è una religione di pace”. Queste sono tra le prime dichiarazioni che ascoltiamo sempre dai politici europei dopo l’ennesimo attacco jihadista.

Lasciando da parte le implicazioni teologiche e storiche molto contestabili di queste affermazioni, esse evidenziano qualcos’altro che, secondo Douglas Murray, autore di The Strange Death of Europe: Immigration, Islam, Identity, sta lentamente uccidendo l’Europa. E questo qualcos’altro è una volontà che rasenta la follia, tipica di molti europei che negano la realtà: realtà sul credo e la pratica dell’Islam, sull’immigrazione musulmana e sulla cultura e la storia europea.

Quest’abitudine a ciò che chiamerò “vivere nella non-verità”, sostiene Murray, sta facilitando le decisioni politiche di molti europei che, nel complesso, riflettono una certa disperazione culturale. La cultura europea – con cui Murray intende l’eredità della fede ebraica e cristiana, dell’antica Grecia e Roma, e delle varie correnti dell’Illuminismo – è svuotata da due fatti per cui molti dei maggiori responsabili del futuro dell’Europa non corrono assolutamente ai ripari.

1) Questioni di migrazione di massa
Il primo fatto, afferma Murray, è lo spostamento di massa di popoli non europei nel continente. Tutto iniziò come risposta alla mancanza di manodopera dopo il 1945. Gli europei credevano che i lavoratori turchi e nordafricani sarebbero poi ritornati a casa, ma questi ultimi non la pensavano così. Perché, dopo tutto, sarebbero dovuti ritornare volontariamente in patria?

Da allora, c’è stato un costante spostamento di migranti in Europa, la stragrande maggioranza proveniente da Paesi musulmani. La maggior parte non sono rifugiati nel senso che stanno fuggendo dalla guerra, dalla persecuzione, dalla carestia, ecc. Si tratta di migrati economici e per lo più giovani uomini single. Più recentemente, è diventato evidente che alcuni di questi migranti economici sono desiderosi di accedere alla generosità dello Stato sociale europeo, proprio nel momento in cui le carenze economiche di questi sistemi sono sempre più evidenti.

Un’altra caratteristica di questa migrazione è il modo in cui ha portato nel continente culture non europee in maniera consistente. Che ci piaccia o no, questo ha confermato alcuni fatti che molti preferiscono ignorare: la cultura pachistana non è francese, gli iracheni non sono svedesi, e i danesi e i tedeschi avranno sempre più in comune tra loro a livello culturale che con gli algerini.

Sì, siamo tutti esseri umani, impreziositi dalla ragione e dal libero arbitrio. Le culture, però, sono diverse perché derivano da storie, credenze e priorità differenti che si esprimono in modo diverso. Ecco perché una cultura la cui influenza religiosa predominante è l’islam sciita appare ed è molto diversa da quella in cui prevaleva il cristianesimo protestante.

Tali differenze aiutano a spiegare perché non tutte le credenze, i costumi e le istituzioni di una cultura sono compatibili con quelli di altre. L’incapacità teologica dell’Islam di fare distinzione tra regno temporale e spirituale contrasta, per esempio, con la distinzione che hanno sempre fatto tra i due regni le società influenzate dai cristiani.

Questo ha delle conseguenze dirette sulla maniera in cui l’Islam concepisce la legge e la religione. Com’è stato osservato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo in due sentenze decisive nel 2002 e 2003, “la sharia, che riflette fedelmente i dogmi e le regole divine stabilite dalla religione, è salda e inamovibile. Principi come il pluralismo nella sfera politica… non sono contemplati”. La Corte ha anche affermato che l’Islam politico non ha remore a usare il metodo “noto come takiyye, che consiste nel nascondere le sue convinzioni fino a quando non ha ottenuto il suo obiettivo: cioè, sostituire l’ordinamento giuridico esistente con la sharia”.

Tali fatti su alcune credenze islamiche e il modus operandi di certi musulmani politici possono essere fastidiosi. Tuttavia, sono veri e hanno conseguenze profonde per i sistemi politici occidentali.

A un certo punto, sostiene Murray, l’enorme numero di migranti musulmani verso l’Europa avrà effetti culturali e politici visibili, come già sa chi è stato a Manchester o nelle periferie di Marsiglia. Una società in cui sempre più persone aderiscono a un certo livello alle credenze o ai costumi musulmani apparirà – e sarà – molto diversa da quella in cui il giudaismo, il cristianesimo e le varie correnti illuministe sono, anche se vagamente, i punti di riferimento principali.

Se, tuttavia, gli europei fossero orgogliosi dei risultati raggiunti dalla loro civiltà e non si vergognassero delle loro specifiche radici filosofiche e religiose, credo che la migrazione musulmana sarebbe meno problematica. Tali europei non esiterebbero a informare i migranti musulmani che: (A) attività che potrebbero essere accettabili nel centro di Islamabad non hanno alcun posto nel mondo forgiato da Gerusalemme, Atene e Roma; e (B) gli Stati europei non hanno intenzione di sminuire le proprie radici, e tanto meno di cambiare i loro sistemi legali, per soddisfare le aspettative musulmane.

Tale linguaggio, tuttavia, è raramente usato dai leader dell’Europa occidentale. Al contrario, nel 2006 un ministro della giustizia olandese affermò che se i musulmani volevano applicare la sharia con mezzi democratici, erano liberi di farlo. Due anni più tardi, un arcivescovo di Canterbury dichiarò che l’incorporazione di aspetti della sharia nella legge britannica era “inevitabile”. Nessuno dei due sembrava avere alcuna idea dell’incompatibilità della sharia con la diffusa tradizione legale occidentale o di ciò che significherebbe la sharia per le libertà per cui in passato i popoli olandesi e inglesi hanno lottato.

2) I frutti del disprezzo per se stessa
La questione della fiducia, o meglio della sua mancanza, nella validità dei risultati raggiunti dall’Europa ci porta al secondo fatto potenzialmente fatale evidenziato da Murray: la perdita della “fede nelle credenze, nelle tradizioni e nella legittimità dell’Europa”.

Diverse generazioni di personaggi che hanno contribuito a forgiare la cultura dell’Europa del dopoguerra, sostiene Murray, hanno generalmente interpretato la storia europea a partire dagli aspetti più meschini. Nessuna società può farlo per troppo tempo senza danneggiare seriamente la fiducia in se stessa.

A dire il vero, la storia europea non è tutta rose e fiori: olocausto, antisemitismo, gulag, terrorismo comunista e nazionalsocialista, guerre e persecuzioni religiose e molti altri orrori vengono subito in mente. Tuttavia la questione posta in evidenza da Murray è che molti europei contemporanei si concentrano quasi esclusivamente su tali aspetti negativi, fino al punto di odiare se stessi.

Ciò si traduce in sforzi per sminuire la cultura europea in modo da non offendere nessuno, eliminando così l’essenza stessa degli europei. Quindi, è ormai accettato da molti nel continente, sostiene Murray, il fato che chiunque può andare in Europa ed essere “europeo”. Perché? Perché “essere europeo” è stato ridotto, come dice lui, a “deferenza, tolleranza e soprattutto abnegazione di se stessi nel rispetto delle diversità”.

I problemi dell’immigrazione in Europa mostrano gli effetti distruttivi di tale minimalismo culturale sulla capacità di molti europei di affrontare il vero male che regna tra loro. Murray cita, ad esempio, un lungo e scoraggiante dossier di casi in cui funzionari europei non hanno indagato sui crimini commessi dai migranti, che vanno da crudeli azioni antisemitiche a violenze sessuali su donne, ragazze e ragazzi. In altri casi, hanno cercato di impedire che tali crimini diventassero di dominio pubblico e hanno fatto pressioni sulle vittime affinché tacessero.

La ragione di tali decisioni è che identificare i colpevoli incoraggerebbe l’intolleranza e la xenofobia. La sicurezza quotidiana delle donne e dei bambini deve, a quanto pare, passare in secondo piano rispetto a tali preoccupazioni.

Chiaramente, l’esperienza europea della migrazione musulmana indica che la riduzione del carattere distintivo dell’Europa a vantaggio del mantra di rispetto/tolleranza/diversità sta avendo enormi ripercussioni in termini di ordine pubblico e fiducia nel sistema di polizia e nella giustizia. Eppure anche questo, afferma Murray, non è stato abbastanza da obbligare la maggior parte dei politici europei a smetterla di restare nella falsità. È più probabile che definiscano “islamofobico” qualcuno – compresi alcuni coraggiosi musulmani – che critica l’attuale status quo. Questo implica che chiunque metta in discussione la politica sull’immigrazione, il comportamento dei migranti musulmani o l’islam stesso soffra di una malattia mentale.

E il cristianesimo?
Verso la fine del suo libro, Murray si chiede se le Chiese cristiane in Europa potrebbero fornire quel caposaldo culturale di cui il continente ha disperatamente bisogno. Molti europei occidentali d’idee secolari, osserva Murray, potrebbero non credere alle affermazioni teologiche specifiche del cristianesimo. Eppure sanno, seppur vagamente, che un’Europa privata di queste radici non è più in un certo senso europea. Murray attribuisce a Benedetto XVI un grande merito per aver cercato di impegnarsi seriamente ad indirizzare questo genere di europei non credenti.

Allo stesso tempo, è sicuramente normale chiedersi se ampi gruppi di cristiani europei possano contribuire a prevenire i problemi segnalati da Murray. Nell’Europa occidentale di tanto in tanto si trovano caparbi vescovi cattolici o teologi protestanti che possiedono gli strumenti intellettuali necessari e il coraggio morale per parlare chiaramente e onestamente di queste sfide. È anche vero che in gran parte dell’Europa orientale, la vita cristiana è generalmente più solida e i cristiani sono molto meno ingenui riguardo agli effetti della migrazione musulmana di massa.

Sfortunatamente, il cristianesimo progressista regna ancora in gran parte dell’Europa occidentale, e rispecchia l’incoerenza e l’insicurezza delle sue controparti progressiste secolari. Come scrive Murray, “Per le Chiese di Svezia, Inghilterra, quella luterana tedesca e molti altri rami del cristianesimo, il messaggio della religione è diventato una forma di politica di sinistra, di diversità di agire e di progetti di welfare”. Gran parte del cattolicesimo tedesco è sostanzialmente collassata in un’ONG laicista finanziata dalle tasse, contenta di funzionare come il braccio vagamente religioso dello Stato assistenziale mentre proclama un vangelo del non-dare giudizi (eccetto, ovviamente, riguardo alle questioni ecologiche).

In parole povere, questi cristiani hanno perso la fede proprio come molti europei laicisti, a quanto pare, considerano l’Europa “finita”. Non c’è da sorprendersi che molti leader cristiani europei vivano nella stessa irrealtà dei politici europei laicisti. Di fronte a efferati atti di terrorismo, pronunciano le stesse banalità sentimentali umanitarie, usano anche le stesse parole.

Non mancano gli europei che sono d’accordo con l’analisi di Murray. La vera difficoltà, conclude, è la riluttanza di molti dei leader europei – del settore politico, economico e religioso – a confrontarsi con i problemi riguardanti la cultura e le convinzioni generati dall’immigrazione musulmana di massa. Troppi europei, dice, sono “prigionieri del passato e del presente”. Semplicemente vanno alla deriva, rassicurando che andrà tutto bene finché il rispetto, la tolleranza, la diversità e chi-sono-io-per-giudicare prevarranno.

Vorrei che Murray si sbagliasse. Ahimè, sono abbastanza certo che abbia ragione. Non è una sconfitta solo per l’Europa ma per tutto l’Occidente nel suo insieme.

Note: L’articolo originale How Europe's Way of Denial Became a Way of Death è apparso per la prima volta su The Public Discourse l’11 marzo 2018. È stato pubblicato sul nostro sito il 12 marzo 2018. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.