Lettera da Roma: “tolleranza zero” e giustizia anglofona

Kishore Jayabalan

L’incontro sugli abusi sessuali del clero recentemente concluso in Vaticano è stato un avvenimento sconcertante. Si sono riuniti centonovanta vescovi in rappresentanza delle loro conferenze episcopali nazionali per discutere di una questione urgente ed importante per la Chiesa universale. Giornalisti di tutto il mondo si sono radunati a Roma, come se stesse per svolgersi un conclave e l’imminente elezione di un nuovo papa. Ci sono stati pochi risultati concreti, eppure il Vaticano aveva sminuito le aspettative della convocazione di questo incontro che ha deluso e fatto arrabbiare i sostenitori delle vittime.

Lo scopo dell’incontro era limitato alla “protezione dei minori nella Chiesa”. Il sesso con minori è un reato oltre che un peccato e coinvolge le forze dell’ordine e i tribunali, mentre il sesso consenziente tra gli adulti è solo un peccato solitamente ma non un crimine. Una maggiore “trasparenza” e “responsabilità” da parte della Chiesa e, in particolare dei vescovi sono state le parole più comuni usate per descrivere la via da seguire.

C’erano due interpretazioni opposte sulle cause degli abusi sessuali del clero e sull’insabbiamento di questi casi da parte dei vescovi. La prima è che i comportamenti omosessuale sono alla base della stragrande maggioranza degli abusi; le reti dei preti omosessuali hanno diffuso e nascosto gli abusi per decenni. La seconda interpretazione collega il “clericalismo” o l’abuso di potere dei vescovi e dei sacerdoti, esercitati su chi dovevano curare e proteggere, all’orientamento sessuale considerato solo un fattore casuale dovuto agli ambienti maschili dei seminari e delle canoniche. Quando sono stati pressati dai giornalisti, gli organizzatori dell’incontro hanno scelto quest’ultima interpretazione, forse per paura di essere etichettati come “omofobi” dalla stampa.

La reazione dei laici al vertice è stata particolarmente differente in diverse parti del mondo. Nella mia valutazione dichiaratamente non scientifica, quelli negli Stati Uniti, Regno Unito, Irlanda, Canada e Australia sono stati i più energici nel chiedere “tolleranza zero” per gli abusi sessuali del clero, il che significa che i sacerdoti giudicati colpevoli di un singolo caso di abuso sessuale dovrebbero essere “sospesi” e ridotti allo stato laicale, non solo rimossi dal ministero sacerdotale. I conservatori in questi Paesi sono i più propensi a concentrarsi sul problema dell’omosessualità nel sacerdozio. Altri sottolineano l’incapacità dei preti di onorare il loro voto di celibato, indipendentemente dall’orientamento sessuale.

I miei amici italiani, d’altra parte, sono stati molto più indifferenti, probabilmente per il desiderio di evitare lo scandalo e di parlare male dei preti. (Inoltre come sottolinea il New York Times, non c’è una parola italiana per tradurre “accountability”). Anche i Paesi africani e asiatici sono stati molto più riluttanti a parlare di abusi sessuali e in particolare di omosessualità. E poi ci sono i tedeschi, molti dei quali considerano la questione pensando che ci si aspetta troppo dai vescovi e dai preti.

Come ho detto, si tratta di una questione sconcertante che ho cercato particolarmente di evitare. Forse è questo il risultato di essere stato cresciuto da genitori indiani negli Stati Uniti, di aver lavorato per il Vaticano e di essere vissuto in Italia negli ultimi vent’anni, una condizione che potrebbe essere definita schizofrenia culturale.

Ovviamente, siamo tutti contrari agli abusi sessuali di qualsiasi tipo, soprattutto quando sono perpetrati da coloro che hanno preso il voto del celibato. Resto ancora scioccato e spiacevolmente sorpreso ogni volta che vengo a conoscenza di preti infedeli. Quando ero più giovane, mettevo i sacerdoti e le suore su un piedistallo morale. Nel corso degli anni, ho capito che i sacerdoti sono esseri umani che affrontano le stesse tentazioni di tutti noi, ma che Dio li ha chiamati a qualcosa di meglio. Il celibato non è un peso ma un dono che consente loro la libertà di essere più generosi con Dio e gli altri. Nella nostra cultura saturata dal sesso, non è mai stato più chiaro che vescovi e sacerdoti abbiano bisogno delle preghiere e dell’aiuto dei laici per rimanere fedeli ai loro voti.

Mi ha anche colpito il fatto che le varie reazioni dei miei amici, praticanti cattolici di diverse parti del mondo, necessitavano di qualche spiegazione. Potrei averne trovata almeno una parziale, recentemente mi fissava dallo scaffale, il libro di George Grant con i suoi discorsi del 1974 su “English-Speaking Justice.”  

Provocato dalla decisione di Roe v. Wade della Corte Suprema degli Stati Uniti di legalizzare l’aborto e dall’opera A Theory of Justice di John Rawls, Grant affermava che i Paesi anglofoni hanno adottato una forma “contrattuale” piuttosto che “naturale” di filosofia morale. “La visione della filosofia e della religione tradizionali è che la giustizia è l’ordine prevalente che non misuriamo e definiamo, ma da cui siamo misurati e definiti. La visione del pensiero moderno è che la giustizia è un percorso che scegliamo in libertà, sia individualmente che pubblicamente, una volta che abbiamo preso il nostro destino nelle nostre mani e sappiamo che siamo responsabili di ciò che accade”.

Influenzati dal “cristianesimo secolarizzato” promosso da John Locke e Immanuel Kant tra gli altri, questi Paesi tentano di mantenere entrambi i punti di vista della giustizia, permettendo di unire la morale religiosa al progresso tecnologico. Questa contraddizione, dice Grant, “fu esposta negli scritti di Nietzsche. I tedeschi avevano appreso maniere moderne e pensavano più lentamente dei francesi o degli inglesi e quindi in una forma più esplicitamente separata dal pensiero tradizionale”.

Grant continua: “È Kant che viene scelto da Nietzsche come l’espressione più palese di questo cristianesimo secolarizzato. Il pensiero di Kant è l’espressione consumata di chi è indeciso. [...] Kant convinse generazioni di intellettuali del lieto fine di poter mantenere sia le presunzioni del secolarismo tecnologico che gli assoluti della vecchia morale. [...] Non gli ha permesso di capire subito che non ci sono fatti morali, ma solo interpretazioni morali dei fatti, [...] i nostri “valori” sono ciò che le nostre volontà impongono ai fatti”.

Una volta esposta la contraddizione, non c’è motivo perché la società occidentale si limiti alla giustizia naturale o all’ordine dato delle cose; l’umanità stessa può ora essere manipolata secondo la volontà o il desiderio umani. I tedeschi, gli italiani e gli altri europei non si aspettano che le norme religiose trascendentali limitino la volontà. La comprensione pluralistica della giustizia dell’anglosfera non ha ostacolato più di tanto la volontà, ma qualche giustizia naturale residua si manifesta in esplosioni occasionali di giusta indignazione che sembrano puritane agli europei.

Il nostro desiderio contemporaneo di punire chierici e vescovi per gli abusi sessuali è una forma di giustizia anglofona, sana in un certo senso ma priva dei fondamenti metafisici del tipo più antico. Nel caso degli abusi sessuali da parte del clero, la “tolleranza zero” può soddisfare le vittime ma non è ciò che sembra. Sospendere un sacerdote non annulla il “carattere spirituale indelebile” del sacramento del sacro ordine, come ben sa il Vaticano. La Chiesa insegna che “[un sacerdote] non può più ridiventare laico in senso stretto, poiché il carattere impresso dall’ordinazione rimane per sempre. La vocazione e la missione ricevute nel giorno della sua ordinazione, lo segnano in modo permanente” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1583). Allo stesso modo, la Chiesa non riconosce l’omosessualità come caratterizzante dell’identità di un individuo, vede solo persone con “tendenze omosessuali” che, con la grazia di Dio e qualche sforzo, dovrebbero essere capaci e desiderose di superarle ed evitare atti peccaminosi. Una forma apparente di giustizia non può cambiare queste verità.

La giustizia anglofona, quindi, è un miscuglio. Grant conclude: “Nel compito di alleggerire l’oscurità che avvolge la giustizia nella nostra era, noi che facciamo parte del mondo anglofono abbiamo un vantaggio e un grande svantaggio. Il vantaggio è concreto: le vecchie e consolidate istituzioni giuridiche che continuano a suscitare lealtà in molte delle migliori persone concrete. Lo svantaggio è che siamo stati così a lungo disinteressati o sprezzanti del solo pensiero del tutto che ora è necessario”.

Queste parole risalgono al 1974. Dopo la grave ingiustizia commessa a quanto pare nei confronti del Cardinale George Pell, non sono sicuro che possiamo fare affidamento sulle nostre istituzioni o sulla nostra idea contemporanea di giustizia per risolvere il problema. Anche se Papa Francesco non si stanca mai di parlare della misericordia divina, dobbiamo tenere pure in conto la giusta ira di Dio. Se Grant ha ragione, dobbiamo pensare al “tutto” per riscoprire il vero significato di queste parole.