Lettera da Roma: chi parla per il “popolo”?

Kishore Jayabalan

Cari amici dell’Istituto Acton,

in Occidente, ci troviamo nel bel mezzo di un grande sconvolgimento politico. Il recente Incontro mondiale dei movimenti popolari tenuto a Modesto in California è solo una delle molte varianti di sinistra dello stesso populismo che ha anche portato Donald Trump al potere. Entrambi affermano di parlare per il “popolo”, mentre in realtà hanno visioni diametralmente opposte del “popolo” e su chi lo rappresenta. Li accomuna una profonda sfiducia nei confronti del capitalismo globale, delle istituzioni liberali come il governo costituzionale, e forse  del liberalismo stesso.

Ci sono molte stranezze contenute in questo duo sinistra-destra contro il liberalismo. Per esempio, alcuni leader della Chiesa cattolica affermano di essere contro “ogni forma di gerarchia umana”, senza considerare tutti i papi e i vescovi che hanno governato gerarchicamente la Chiesa per più di 2.000 anni. Poi un ex promotore finanziario della Goldman Sachs  sta consigliando Trump sulle virtù del nazionalismo economico. Inoltre sembra che i populisti non sono realmente contrari alle gerarchie in quanto tali, ma sono solo contro quelle gerarchie non più popolari. Essi sostengono di rappresentare il popolo nel suo insieme, anche quando sono contrastati da altri populisti.

Su quali basi può una sola persona pretende di parlare per tutti? A volte queste basi sono le elezioni, anche nel caso di quelli che sono fortemente contestati e che vengono comunque eletti a scapito di qualcun’altro. Succede quello che succede, se il vincitore proclamerà “io sono la vostra voce!” Altre volte si tratta di profezie e quindi non soggette a un’indagine critica: come ha detto Papa Francesco, “La parola ‘popolo’ non è una categoria logica, è una categoria mistica”. In entrambi i casi, il dissenso porterà ad essere etichettati come “nemici del popolo”, vale a dire, elitari o farisei che si siedono sulla cattedra di Mosè, che di solito significa guai, anche se spesso tratta di un altro elitario chi ti giudica. Non è una sorpresa che tale retorica sia stata un metodo comunicativo di base di regimi totalitari sia di sinistra che di destra.

Quindi, che cosa deve  fare un liberale cattolico ragionevole? Può essere ancora sostenuta una società libera da un punto di vista politico, economico e religioso o ci siamo disperatamente rassegnati alla politica di potenza pura, dove solo la forza è giusta? Come abbiamo dimenticato facilmente e rapidamente ciò che separa l’Occidente da tutto il resto del mondo.

La stima più grande che possiamo dimostrare nei confronti del nostro amico recentemente scomparso Michael Novak è tornare a pensare, ossia,  analizzare ancora una volta le basi della società libera, piuttosto che credere che tale società continuerà semplicemente ad esistere senza grossi sforzi da parte nostra. Se c’è una cosa che una folla non fa è pensare, quindi sarà inevitabilmente solo un piccolo gruppo di individui capaci di farlo (alzatevi amici elitari!), ma in una maniera che non lusinga ne disprezza l’opinione popolare.

Non tutti gli elitari sono ugualmente capaci di una simile mescolanza. È molto più facile dire al “popolo” quanto è eccezionale o semplicemente equiparare la propria volontà a quella di tutti gli altri. L’ideologia è un sostituto del pensiero indipendente piuttosto che il suo risultato, ma l’ideologia è anche molto più facile da mettere in pratica. Così questo esperimento di rielaborazione deve avere delle vere e proprie conseguenze politiche e non rimanere a un livello astratto o meramente personale. Questo renderà necessario pensare politicamente invece che ideologicamente.

Sono incoraggiato a scrivere queste cose anche in seguito al lancio di una nuova rivista, American Affairs. Alcuni scrittori della rivista sono i miei amici e sostenitori di Trump, quindi aspetto di vedere come  faranno la quadratura del cerchio. Per lo meno il loro tentativo di dare un senso alla vittoria di Trump è molto necessario e benaccetto. Sarei ugualmente impressionato se la sinistra cattolica dovesse fare la stessa cosa con Papa Francesco e con il suo genere di populismo. Finora, tuttavia, la sinistra cattolica sembra accontentarsi di vecchi luoghi comuni come “costruire ponti non muri” e di politiche fallite come l’aumento del salario minimo mentre un gran numero di uomini della classe operaia sta lasciando il lavoro.

Il compito di riesaminare la politica richiederà di concentrarsi su cos’è un “popolo” – è un’etnia, una religione, o un altro tipo di associazione? Sembra che l’umanità sia una categoria troppo ampia che probabilmente richiede qualche forma di governo globale, che nessun amante della libertà dovrebbe sostenere. La soluzione liberale considera lo stato-nazione come l’associazione politica che meglio protegge i diritti naturali della vita, della libertà e di proprietà, anche se il “popolo” è costituito da diverse fazioni e interessi in contrastanti.

In un governo liberale costituzionale, il “popolo” governa ma non direttamente. Vengono eletti dei rappresentanti legislativi che dovrebbero esprimere i propri giudizi per i quali saranno ritenuti responsabili al momento della loro ricandidatura. Si elegge anche un esecutivo che ha la “prerogativa” di agire per conto di tutto il popolo anche senza consultazioni né del popolo né dei suoi rappresentanti. Infine, ci sono dei giudici che interpretano ciò che stabilisce la legge, non l’opinione popolare. Così il commercio piuttosto che la politica diventa l’attività prevalente del popolo.

Il potere esecutivo del governo (come quello di un presidente o di un papa) attira maggiormente la nostra attenzione, perché noi esseri umani tendiamo a guardare ad un’unica autorità, sia quando obbediamo che quando ci ribelliamo. “Non ci saranno sempre statisti illuminati al comando”, tuttavia, e allora abbiamo bisogno di un accordo costituzionale per separare i poteri, controllare ed equilibrare le varie branchie in modo che nessuno possa dominare sugli altri. Ma oltre a quest’organizzazione, la domanda iniziale rimane: in che cosa consiste un “popolo” e chi lo rappresenta?

La risposta anarco-libertaria,  “nulla” e “nessuno”, è profondamente sbagliata. Niente nella storia o nella natura umana dimostra che siamo sostanzialmente esseri solitari che non pensano ad associarsi tra loro; lo facciamo non solo per raggiungere fini comuni ma anche come fonte d’identità e di appartenenza. Quest’associazione può essere volontaria, ma ciò capita raramente in senso primitivo. La fedeltà nei confronti del clan ha tradizionalmente prevalso sui desideri individuali di autonomia. L’amore per la propria libertà tende a dominare l’amore per gli altri o per il bene.

Se la società libera ha ancora un futuro, dovrà mostrarsi amabile e degna di essere scelta. Questo sembra essere uno dei temi di un nuovo libro di Steven Hayward, “Patriotism Is Not Enough”, sul contributo di Walter Berns e Harry Jaffa al conservatorismo americano. Berns e Jaffa, morti lo stesso giorno, erano ex amici diventati rivali che, tuttavia, concordavano sul ruolo fondamentale di Abraham Lincoln per definire e rendere nobile l’esperimento americano di governo liberale.

L’editorialista del New York Times David Brooks scrive anche della necessità di un altro Lincoln per contrastare e perfezionare l’attuale ondata populista. Ahimè, la gente come Lincoln è rara. Ma oltre a sperare e pregare, c’è ancora molto da pensare e fare per concludere il lavoro che lui ha cominciato.

Kishore Jayabalan
Direttore