Il parere di Lord Acton sul papa e il re

Josef L. Altholz

A metà degli anni 1880 Lord Acton fu uno dei fondatori della English Historical Review. Quando l’editore, Mandell Creighton, chiese ad Acton di recensire la sua opera, History of the Papacy, Acton scrisse una severa recensione, criticando l’opera di Creighton per non aver condannato i papi della Riforma. Nella corrispondenza che ne seguì, Acton pronunciò il suo famoso detto – “il potere tende a corrompere, il potere assoluto corrompe in modo assoluto” – più comunemente usato in un contesto politico come condanna dell’assolutismo statale, che Acton detestava. Ma in questo caso la sua massima è stata intesa come un canone di critica storica, un avvertimento a non dare giudizi troppo blandi.

Non posso accettare il vostro principio secondo il quale dobbiamo giudicare il papa e il re in maniera diversa rispetto agli altri uomini, poiché diamo erroneamente per scontato che non abbiano fatto nulla di male. Se c’è una supposizione, riguarda coloro che hanno il potere, più il potere del papa o del re crescono più aumenta l’impegno a giudicarli. La responsabilità storica deve compensare la mancanza di responsabilità legale. Il potere tende a corrompere, il potere assoluto corrompe in modo assoluto… l’eresia peggiore che possa esistere è credere che chi detiene una certa carica è santificato tramite questa. Per me, il segreto dell’autorevolezza, della dignità e dell’utilità della storia si colloca nell’integrità inflessibile del codice morale. Se possiamo sminuire la morale a vantaggio del talento, o del successo, o del ceto sociale, o della reputazione, possiamo anche farlo a vantaggio di una persona influente, della sua religione, del suo partito, a vantaggio di una buona causa che resta tale grazie ai suoi meriti o che può cambiare per i suoi demeriti. Così la storia cessa di essere una scienza, un arbitro delle controversie, una guida del viandante, la sostenitrice di questi principi morali che i poteri della terra, e la religione stessa, tendono costantemente a sconfiggere.

Questa era la missione più nobile mai assegnata allo storico, ma potrebbe essere pure la più impossibile. Un punto critico da segnalare: non c’era un accordo sulla maniera in cui applicare i principi morali. Cosa più importante, la storia scritta dagli storici non è lo studio del testo, ma del contesto. Gli storici sono abituati a collocare azioni ed eventi in un certo periodo e luogo, considerazioni che sono fatali per la morale che è assoluta, senza tempo e universale. Come ha detto Owen Chadwick, c’è una tensione tra “comprensione storica e principi morali”: il “giudizio morale”, che è “l’essenza dell’uomo… corrompe lo storico”. La professionalizzazione della disciplina della storia non ha permesso agli storici di poter accettare il ruolo morale che Acton proponeva per loro. Si sono ridotti a scrivere monografie invece delle storie universali e da arbitri morali a praticare un’imparzialità ovviamente priva di valore. Eppure Acton, isolato ma al contempo ammirato, ha portato avanti il suo impegno verso la storia e gli storici, conquistando la sua ricompensa nel 1895 con la nomina di Regius Professor di Storia Moderna all’Università di Cambridge, probabilmente la posizione più influente che uno storico possa ottenere.

Solitamente, la lezione inaugurale dei professori di Cambridge avviene al momento di accettare la cattedra, e Acton colse l’occasione per professare le sue convinzioni della storia. Nella parte conclusiva del suo discorso, si è chiesto se avesse “qualche esortazione basilare da scegliere come suo motto, come ultimo avvertimento o obiettivo per tutti gli storici”. La sua risposta è stata riaffermare la sua dottrina dello storico come giudice morale: “vi esorto a non svilire i costumi morali, ne abbassare il livello di rettitudine morale, ma a giudicare le azioni delle persone secondo la stessa massima definitiva che governa le nostre vite, e non accettare niente di diverso per sfuggire alla punizione eterna che la storia ha il potere di infliggere a chi sbaglia. Se sminuiamo i nostri principi morali nella storia, non saremo in grado di sostenerli nemmeno nella Chiesa o nello Stato”.

Questo è stato un grande e nobile ideale, espresso da Lord Acton con un’eloquenza senza precedenti Nonostante, fosse pure senza speranze.

Gli storici d’oggi e di quell’epoca si sono accontentati solo della mera oggettività, come massima espressione della loro capacità. Acton doveva sapere che stava pronunciando una protesta disperata contro la tendenza inesorabile del mestiere degli storici. Dopo aver pronunciato la sua protesta, Acton trascorse il resto della sua carriera a Cambridge lavorando con gli storici alle loro condizioni, accettando i loro limiti. Le sue stesse lezioni promuovevano i suoi temi, ma l’ultimo grande progetto della sua vita, la Cambridge Modern History, lo ha costretto ad ammettere che l’obiettività (lui preferiva dire “imparzialità”) era il massimo che poteva chiedere ai suoi colleghi.

L’ideale di Acton dello storico come giudice, come sostenitore dei principi morali, è l’ideale più nobile mai proposto per la figura dello storico, ed è un ideale che è stato respinto, forse con un poco di riluttanza, da tutti gli storici, me compreso. Per noi storici non può esistere un ideale più grande della seconda scelta di Acton, ovvero, per l’imparzialità o l’obiettività. In questo senso, come anche nel caso della sua relativa mancanza di pubblicazioni, Acton è stato piuttosto un fallimento come storico. Eppure rimane una figura importante per gli storici, non tanto come modello da seguire, ma come una sfida da cogliere.

Anche se Acton si trova dalla parte degli storici, chiedendogli qualcosa in più dell’obiettività, vi è una parte significativa di estrema sinistra che vorrebbe farla finita con l’obiettività, e molti altri modificherebbero subito questo standard già moderato. La loro critica si basa sull’osservazione valida che è difficile o addirittura impossibile per gli storici soddisfare gli standard di obiettività, perché saranno sempre influenzati dalla loro particolare epoca, ambiente, credo e forse anche dal loro genere. Questo può essere usato in maniera costruttiva come un’esortazione affinché gli storici riconoscano i propri limiti e ne facciano il miglior uso possibile. Ma vi è anche una giustificazione per abbandonare qualsiasi principio morale, per elevare lo storico oltre i dati storici, negando che ci sia una qualunque fattualità oggettiva, e permettendo ad ogni storico di creare, in effetti, il proprio passato – l’equivalente storico del decostruzionismo e di altre tendenze postmoderne degli studi letterari.

Perciò, Acton, nonostante il suo isolamento, funge almeno da contrappeso, come una forza di contrasto che equilibra le due posizioni. Per lo storico di oggi, Acton non è un esempio, ma l’esatto contrario, che propone un modello morale che noi storici non seguiamo, ma che ci permette almeno di respingere ciò che ad ed esso si oppone.

Nella lunga carriera di Acton ci sono stati dei fallimenti, sia come cattolico liberale che come uomo politico e come storico. Eppure alcuni fallimenti finiscono per essere più interessanti e altrettanto preziosi rispetto ad alcuni successi. Se Acton avesse avuto successo, sia secondo i suoi principi che i nostri, non ci avrebbe illuminati così tanto come ha fatto. Lo spettacolo di un uomo destinato a fallire non per i limiti del suo pensiero, ma a causa dei suoi stessi principi troppo esigenti è allo stesso tempo fonte di umiltà e di inspirazione. Il fallimento è particolarmente degno di studio quando si rivela la forte integrità della devozione di Acton per la coscienza, la verità e la libertà.

NOTE: L’articolo originale Lord Acton’s judgment on pope and king è stato pubblicato sul nostro sito il 15 febbraio 2017. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.

L’articolo è tratto da “Lord Acton on the Historian” dal libro Lord Acton: Historian and Moralist, ed. Samuel Gregg (Grand Rapids: Acton Institute, 2017), 79–90.