Lettera da Roma: l’Italia è pronta per la flat tax?

Kishore Jayabalan

Cari amici dell’Istituto Acton,

scrivendo a pochi giorni dalle elezioni del 4 marzo, sono tentato di dire che i risultati non incideranno molto sulla vita della nazione italiana, che continuerà a patire bassa crescita economica, alto tasso di disoccupazione e sfaldamento della coesione sociale. Per chi legge regolarmente queste lettere, non sto dicendo niente di nuovo. Dopo aver vissuto a Roma per più di diciotto anni, il declino è evidente, continuo e triste.

Ma la disperazione è solo una tentazione perché forse c’è un cambiamento radicale nell’aria. I leader dei maggiori partiti di destra, Matteo Salvini della Lega Nord, Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia e Silvio Berlusconi (sì, proprio lui!) di Forza Italia, hanno tutti proposto di sostituite l’imposta progressiva sul reddito con la flat tax. I nostri amici dell’Istituto Bruno Leoni hanno stilato un programma serio e dettagliato sull’introduzione di una flat tax al posto della miriade di tasse attuali, eliminando vari programmi di welfare e sostituendoli con la garanzia di un “minimo vitale”, che porterebbe a un cambiamento sostanziale dei rapporti tra lo Stato e i cittadini.

Ovviamente, non bisogna mai essere troppo ottimisti nel caso dei politici italiani. Ci sono già dei precedenti per la flat tax. Quando Berlusconi salì al potere per la prima volta nel 1994, propose già una flat tax, grazie all’aiuto di Antonio Martino, un economista dell’Università di Chicago che poi fu allontanato il più possibile dalla politica economica, infatti divenne ministro degli Affari Esteri e della Difesa. Come molte altre potenziali riforme, la flat tax non è stata mai considerata seriamente durante i governi Berlusconi. Come spesso accade nel mondo ma soprattutto in Italia, mantenere il potere politico diventa più importante dello zelo verso qualunque riforma.

Io lavoravo a Washington DC nel 1994, quando i repubblicani ebbero la meglio alla Camera dei Rappresentanti per la prima volta dopo oltre 40 anni. Ricordo chiaramente che molti di noi accolsero con grande entusiasmo il Contratto con l’America di Newt Gringrich e anche la possibilità di una flat tax. Fu un periodo entusiasmante che sarebbe bello vedere anche in Italia. Almeno aiuterebbe i giovani italiani a capire che proposte sensate possono far vincere le elezioni. Questo porta a compiere una vera scelta tra punti di vista contrastanti della società.

Per troppo tempo le elezioni in Italia hanno avuto solo il significato di far ruotare il potere tra gli stessi gruppi politici che sembravano intenzionati a fare poco più di gestire la stagnazione e l’eventuale declino della nazione. La stessa cosa si potrebbe dire dell’Europa occidentale in generale. La politica è stata sostituita dalla pubblica amministrazione, trasformando i cittadini in soggetti passivi dello Stato assistenziale. C’è stata più speranza in Europa centrale e orientale dove c’è ancora memoria del “socialismo reale” e dove non è un caso che molti paesi hanno istituito una flat tax.

Sarebbe ingenuo pensare che questa tassa trasformerà improvvisamente l’Italia in una potenza mondiale dinamica. Potrebbe anche non essere possibile da un punto di vista politico. L’articolo 53 della Costituzione impone un sistema tributario “informato a criteri di progressività” e l’italiano medio non sarà stupito di vedere ancora più soldi nelle tasche dei politici e dei loro compari già ricchi. C’è una parte egualitaria che si ribella quando sente “meno tasse per Totti”, come diceva scherzosamente uno dei miei amici laziali chiedendo meno tasse per il capitano dell’A.S. Roma.

Tuttavia, se fosse qualcosa di più di una semplice strategia elettorale, una seria proposta di flat tax potrebbe essere il primo passo verso un populismo sano e addirittura costruttivo - in contrapposizione a quello malato e distruttivo proposto dal Movimento 5 Stelle che potrebbe ancora essere il vincitore delle elezioni. Il M5S è stato abile a esacerbare il risentimento con politiche che hanno fatto ben poco per migliorare la vita della popolazione e che allo stesso tempo hanno reso il paese peggiore di quello che era, facendo arrabbiare ancora di più la gente. Non si rendono conto che Stato onnipresente significa sempre Stato sfasciato: le tasse e la spesa pubblica creano una reazione avversa nei lavoratori. Una vera riforma del sistema fiscale potrebbe aiutare a ripristinare la libertà è la responsabilità della gente, progressivamente cancellate dalla classe politica per decenni.

La campagna a favore della flat tax in Italia sembra possa portare quel tipo di riforma che sarebbe piaciuta a Jeffrey Bell, che ha condotto tre campagne elettorali piuttosto bizzarre nel New Jersey candidandosi per il Senato, facendo leva sulla riforma monetaria, in particolare su un ritorno al sistema aureo. Bell è stato consigliere politico di eroi conservatori come Jack Kemp e Ronald Reagan e ha capito la necessità di entrare direttamente in politica. Ha perso le elezioni nel 1978, nel 1982 e nel 2014, ma non ha mai rinnegato le sue posizioni a favore della teoria dell’economia supply-side e i suoi punti di vista a sostegno della vita e della famiglia. La sua perseveranza nel presentare questo oscuro problema economico era in sostanza al servizio del conservatorismo sociale e dell’amore per il paese.

Alcuni americani e non pochi conservatori europei hanno voltato le spalle alla libertà economica, ritenendola un mezzo delle élite che ha portato alla distruzione della classe media e dei valori tradizionali. Dopo la vittoria della Brexit e di Trump, non sarebbe ironico se la flat tax fosse lo strumento per giungere al fusionismo populista all’italiana?

Kishore Jayabalan
Direttore