Lettera da Roma: il capitalismo non soddisfa mai

Kishore Jayabalan

Viviamo in un mercato al ribasso per le critiche contro il capitalismo.

I conservatori americani stanno discutendo dei pro e i contro del monologo del 2 gennaio di Tucker Carlson su Fox News. Carlson ha attaccato il neo eletto senatore Mitt Romney e “i repubblicani [che] hanno considerato un loro dovere rendere il mondo sicuro per le banche, portando avanti allo stesso tempo sempre più guerre fuori dal Paese”. Secondo Carlson i democratici moderni “sostengono con entusiasmo questi obiettivi”. Ci sarà una ripresa solo quando “i leader repubblicani riconosceranno che il capitalismo di mercato non è una religione”.

In Vaticano, il nuovo direttore dell’Osservatore Romano ha intervistato il teologo batista ottantanovenne Harvey Cox sui pericoli del “dio Mercato”. Già noto per il suo libro The Secular City del 1965 il quale incorpora  la teologia “Dio è morto”, Cox è più interessato a demolire il presunto idolo del capitalismo che a edificare la fede in Cristo. Paragona il mercato a un cancro che deve crescere o morire e sembra apprezzare il messaggio di Papa Francesco sull’economia.

Carlson e Cox sono strani alleati nell’attuale campagna contro il capitalismo. La preoccupazione principale di Carlson è per la famiglia e la nazione. Quella di Cox è per l’umanità in generale. Ma entrambi vedono il capitalismo sostituire il cristianesimo diventando la religione dell’Occidente. Ne sembrano capire che anche la famiglia, la nazione e l’umanità possono diventare idoli. Entrambi credono che le élite secolari comandino i  mercati a scapito delle persone a qualunque categoria esse appartengano. Il popolo deve quindi riconquistare il potere attraverso la politica populista (Carlson) o la religione populista (Cox). Una nuova leadership populista nelle istituzioni corrotte di Stato e Chiesa potrebbe rappresentare il popolo meglio di chi è responsabile dell’economia globale.

È una storia già nota. Il termine “capitalismo” fu coniato proprio dai suoi nemici come Karl Marx, che descrisse un conflitto di classi perpetuo tra i proprietari del capitale e gli operai che assumevano. La maggior parte di questi nemici ha scritto sul capitalismo nella seconda metà del XIX secolo, nel bel mezzo del grande cambiamento apportato dalla rivoluzione industriale. Il capitalismo e le sue critiche formarono anche la base della moderna Dottrina Sociale della Chiesa, a partire dall’enciclica di Papa Leone XIII Rerum novarum del 1891, quando queste cose erano ancora relativamente nuove.

Solo quando la grande alternativa al capitalismo, il socialismo reale, crollò nell’Unione Sovietica nei primi anni ’90, nella maggior parte del mondo fu accettata l’economia di mercato come dominante e persino preferenziale. Questa “età dell’oro” non durò a lungo, comunque. All’inizio del secolo, i no-global ostacolavano i negoziati commerciali internazionali. Nel 2016, il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti si oppose a un nuovo accordo di libero scambio con i Paesi del Pacifico.

Il socialismo rimane un’alternativa teorica al capitalismo ma non molto pratica, date le catastrofi fin troppo evidenti di Cuba, Venezuela e Corea del Nord. L’economia assistenzialista della Scandinavia preferisce il capitalismo al socialismo. Nessuno sa se nazionalismo economico significa maggiori o minori scambi commerciali di libero mercato. Il distributismo basato sul concetto di “piccolo è bello” non ha un potenziale di crescita per essere considerato una vera alternativa. Come al solito, il capitalismo democratico liberale è il peggior sistema tranne tutti gli altri.

Chi, quindi, difenderà il capitalismo? Non basteranno i banchieri per risolvere il caso. Vorrei ancora fare riferimento all’enciclica Centesimus annus del 1991 di Papa Giovanni Paolo II, in cui non solo si prediligono termini come “economia d’impresa”, “economia di mercato” o semplicemente “economia libera” rispetto a “capitalismo”, ma in cui si prevede anche e si mette in guardia che tale economia richiede una solida cultura morale se è destinata a servire la persona umana. In breve, il capitalismo non può contare sui capitalisti per la sua sopravvivenza.

Rifiutando il termine “capitalismo”, Giovanni Paolo II ha richiamato la nostra attenzione sulla natura multiforme della libertà umana. Le imprese, i mercati e la libertà economica si diffondono attraverso le interazioni umane a livello di comunità interpersonale e locale piuttosto che globale. Gli economisti della scuola austriaca, più inclini alla filosofia, si concentrarono sull’azione umana e sulla legislazione piuttosto che sui modelli matematici preferiti dalla scuola keynesiana e da quella neoclassica.

Ciò che rende l’economia libera auspicabile rispetto all’economia pianificata non è semplicemente il fatto che la prima può produrre molti più beni e servizi rispetto alla seconda. Un’economia libera, collocata all’interno di una forte cultura morale e di una cornice giuridica, consente alle persone di cooperare tra loro per il bene comune. Le persone diventano protagoniste della propria vita piuttosto che ingranaggi in una macchina o determinati punti su un grafico.

Le persone libere in un’economia libera sono entrambi produttori e consumatori, risparmiatori e anche debitori, in tempi e fasi diverse della loro vita, ma sono anche membri della famiglia, cittadini e credenti. Se sono onesti nei loro rapporti, beneficiano di scambi reciproci ed è molto più probabile che conoscano i loro interessi e preferenze meglio di quanto possano solo immaginare i funzionari statali o della Chiesa. Va da sé che è improbabile che istituzioni già corrotte gestiscano bene dei poteri ulteriori.

In sostanza, il capitalismo non ci soddisfa mai perché non siamo solo esseri materiali. La vera religione è il miglior antidoto alla falsa religione o alla non-religione. Proprio come la politica e la religione, il capitalismo si mette nei guai quando supera i suoi limiti. L’esperienza recente ci dice che il dominio dei capitalisti non rispetta adeguatamente la decenza umana o il bene comune, quindi dovrà essere limitata. È importante chiederci chi fisserà tali limiti e in che maniera per andare oltre la retorica dozzinale dell’anti-capitalismo.